Mertens, finzione borgesiana

Ha un tempo tutto suo Dries Mertens, è il calciatore che va dritto al centro della partita. Sembra una invenzione cinematografica, il colpo di scena calcistico. O una finzione borgesiana: perché riesce a praticare una serie di azioni individuali eseguite in doppia velocità; in modo parallelo: una velocità doppia nel campo e una normale nelle immagini. Sta a cavallo di due mondi che poi si incontrano nel momento del gol. L’evoluzione in meglio di Lavezzi. Ci sono giocatori conformisti che hanno bisogno di novanta e novanta e novanta minuti per carburare, inserirsi, e infine segnare (forse). E poi c’è Mertens, uno che ha dilatato la zona Cesarini, come se fosse una molla, ha allungato la frazione che segnò lo spazio temporale di Renato Cesarini, e riesce a giocare venti minuti come se fossero novanta e a segnare pure. È un subentratore, uno che se gioca dall’inizio si perde, è sprecato – c’ha messo del tempo per capirlo anche lui, e ancora non gli va giù –, ha la strada segnata dall’ultimo sprazzo di partita, è quello delle emozioni forti. Dribbla, danza, scarta, torna indietro, e poi riparte, cuce e scuce la fascia sinistra: tra triangolazioni e accelerazioni, dribbling, e infine cross o tiri. È l’uomo del cambio: di ritmo, risultato, gioco. Ha la flessibilità nelle caviglie e nei movimenti. Mertens è il prodotto di una famiglia che unisce il metodo alla costanza, la creatività alla teoria:  «Da mio padre, Herman, ho ereditato la passione per lo sport: da ragazzo, infatti, è stato per cinque volte campione belga di ginnastica a corpo libero. Poi si è dedicato all’insegnamento dell’educazione fisica. Mia madre, Marijke Van Kampen, è “la mente” della famiglia: è docente universitaria di pedagogia e tiene conferenze in giro per il mondo. Io per lo studio non ero granché portato. Mi limitavo a collezionare sufficienze. I miei pomeriggi erano dedicati al calcio più che ai libri, nonostante ciò sono riuscito a diplomarmi. Ho due fratelli più grandi: Jeroen è autore e conduttore per la televisione belga; Bram aveva un bar nel centro di Loviano ma ora lavora per me». È cresciuto nell’Anderlecht passando per l’Utrecht, anche se la sua stagione migliore rimane quella nel Psv Eindhoven (88 partite con 45 gol segnati). Dice che a Napoli farà meglio, perché: «La mozzarella di bufala è la mia forza». E si sa che ogni schema o posizione, talento, sacrificio o virtù, ha bisogno di essere rafforzato con un elemento estraneo e ironicamente inaspettato. Il ragazzo col numero quattordici – se lo porta dietro le spalle da anni – «non c’è un motivo preciso, ma per me è speciale», sembra vivere con naturalezza ogni partita, e con il passare del tempo anche l’avvicendamento o staffetta con Insigne. Sarri deve aver spiegato ad entrambi che sono una somma prima ancora di essere la differenza, e col l’accumulo di risultati, gol e belle giocate deve essergli entrato (Insigne ancora borbotta quando è chiamato ad uscire). È una questione di carattere prima che di cultura, Dries parte avvantaggiato su Lorenzo: «Sono un ottimista. Mi sveglio col sorriso e vado a dormire con il sorriso. Sono contento di ciò che sono e di quello che la vita mi ha dato fino ad ora. La mia famiglia mi ha inculcato questo modo di pensare. Se affronti la giornata con lo spirito giusto, relazionandoti agli altri in maniera spontanea e sincera, questo ti rende una persona positiva. L’essenziale nella vita è guardarsi allo specchio e riuscirci a dire la verità su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Questa chiarezza con me stesso è la chiave del mio benessere». E che lo porta anche fuori dallo schema prefissato del calciatore subentrante, fa di lui una anomalia, doppia, di chi è capace di essere due volte fuori dal gioco normale. Sicuramente non avere una corona di spine amorosa, l’assedio di ragazzine, né il tedio di una lontananza, quando finisce di giocare, gli garantisce una tranquillità che diventa forza aggiunta. Quella tranquillità si chiama Kate Kerkhofs. «Suo cugino era un mio compagno di classe alle elementari e la sua scuola era proprio di fianco alla nostra. La incontrai la prima volta quando avevo 11 anni e lei 10. Me ne innamorai subito. Presi una cotta incredibile. Solo qualche anno più tardi, però, al liceo, sono riuscito a conquistarla veramente. Siamo fidanzati da quasi 12 anni e sono innamorato di lei come il primo giorno che l’ho vista», adesso sono sposati. Basta andare sul suo sito per capire che lei non è solo la vita di Mertens fuori dal campo, è la parte tranquilla che sta con lui anche in panchina, mentre aspetta il tuffo nel tempo e poi l’operazione di riscrittura delle partite. «Desideriamo avere subito un figlio. Mi piacerebbe che nascesse qui in Italia. Un figlio napoletano sarebbe meraviglioso». Lo stupore di Mertens verso Napoli e la cultura napoletana è cominciato scoprendo come il mito di Maradona fosse vivo e sparso dai muri ai cuori, e poi è proseguito con Pino Daniele: «Sono rimasto colpito dalla reazione dei napoletani alla scomparsa di questo grande artista. Ultimamente, le mie playlist sono piene di canzoni di Pino Daniele e io di solito ascolto molta musica rap». Per le sue caratteristiche Dries Mertens potrebbe essere un personaggio di Jaco Van Dormael – bravissimo regista belga, ultimo film Dio esiste e vive a Bruxelles: dove non sfigurerebbe come uno degli apostoli che aiutano la figlia di Dio ha riscrivere il mondo per il verso giusto. Mertens non è solo quello che dopo il gol alla Sampdoria va ad abbracciare Chalobah – l’ha preso in cura per via della lingua inglese – che ha appena perso la madre, no, va oltre: «Spesso, io e Kate andiamo ad aiutare i bimbi malati in ospedale, sperando che un giorno neanche tanto lontano, si possa dare un sostegno ancora più speciale a un bambino in particolare, uno da portare nella nostra famiglia. Per farla diventare anche la sua». Qualche tempo fa vedendo una foto di Pete Muller su “National Geographic”, che in una sgangherata scuola di Meliandu (Guinea), ritraeva una classe dove c’era un bimbo che indossava una vecchia maglietta verde col 14 e il suo nome, si è messo a cercarlo per dargliene una vera. È quello che è successo a Messi – sono alti uguale – l’altro giorno, con un altro bambino. Mertens dice in ogni singola azione che gli piace giocare ovunque, dove lo metti là sta, e cerca di trarne del bene, facendone. Non ha quell’atteggiamento piuttosto sbrigativo comune alla sua generazione di calciatori, ma una consapevolezza del ruolo e della fortuna, e questa distanza tra lui e la categoria è la sua altra forza. È un uomo paziente, non aspetterebbe i settanta minuti più i quindici di intervallo, invece li aspetta. E poi agisce. In equilibrio tra i due tempi, il suo e quello degli altri.

[uscito su Il MATTINO]

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