I pirati di Sarawak

Sarawak, dal ponte, guardava il filo di terra che era la Somalia vista dall’oceano. Lui e i suoi uomini stavano per assaltare la “Marcos”, un nave cargo, che il radar dava in avvicinamento. Da mesi i giornali di mezzo mondo non parlavano che di loro, a terra, i suoi uomini gli dicevano che c’era un esercito di giornalisti pronti a pagare per dieci minuti di intervista e un altro esercito di uomini pronto ad unirsi alla sua flotta. Il metodo Sarawak, era semplice: aveva portato in mare le azioni da cavalleria che si facevano in terra. Disponeva di una flotta di 15 navi, tre grandi cargo e 10 motovedette con mitragliatori a poppa e a prua, e due motoscafi velocissimi off shore. Aveva impiegato tre anni per spiegare le azioni di attacco e per formare la schiera d’assalto, ma ora poteva dire di essere un pirata capace di muovere guerra al mondo. O perlomeno a quella parte di mondo rappresentata dalle navi che attraversavano l’oceano indiano. Era il pericolo, la faccia violenta e invisibile di cui tutti parlavano e nessuno aveva mai visto. Qualcuno lo chiamava il Moby Dick Nero, per via della sua pelle, della sua stazza, era un omaccione di un metro e novanta, ma non era ancora arrivato l’Achab capace di stanarlo. La piccola imbarcazione bianca si staglia nell’azzurro dell’oceano. I sette uomini a bordo aspettano il segnale che verrà dal capo, Sarawak, e poi, con gli altri, attaccheranno. Kammamuri ha una corona di bombe legata al petto, e una squadra di sei uomini alle spalle. E non suda, ma prega, o almeno lui la racconta così. Di solito sono i primi a salire sulle navi e gli ultimi a scendere. Ha lo sguardo da puma ferito e una bandana arancio che gli copre la testa e i lunghi capelli raccolti in una coda, gli occhi sottili come tutti gli asiatici. Nessuno fiata, hanno il sole in testa e i Kalashnikov sulle gambe, e aspettano, dondolati dal mare. Il cargo “Marcos” dopo aver dato l’allarme e chiesto aiuto a tutti i porti della costa, aveva provato a non fermarsi, a resistere ai primi colpi di mitragliatrice, ma quando vide la “Yanez” che le stava di fronte a fare muro, come nemmeno una linea di rugby, piuttosto che schiantarsi, il capitano Cueto, decise di arrestare i motori e arrendersi. Era convinto di poter salvare la vita ai suoi uomini, e invece quel giorno Kammamuri non ebbe pietà. I motoscafi arrivarono con una velocità impressionante, la stessa che muoveva i pirati, con le loro scalette di corda, lungo i lati del cargo. Cueto, dal ponte, vedendoli arrivare, pensò a uno sciame d’api, e, quasi mordendosi le labbra, ai primi colpi, urlò per farsi coraggio: “ma le api non sparano”. Cueto fu portato al cospetto di Sarawak, mentre Kammamuri con un machete e la forza dell’abitudine prendeva gli scalpi ai suoi uomini. Sebald, prima di buttarli in mare, con perizia, gli strappava i denti dalle bocche. Wilcock, aveva già preso il comando della “Marcos” per condurla a sud e svuotarla. Una squadra di sei uomini passava a setaccio il cargo. L’orrore per i pirati di Sarawak era ordinarietà. Fu questo a spaventare il comandante Cueto, e, davanti ai due enormi cani, e alla faccia del Moby Dick Nero, svenne. Quando si riprese, aveva le mani legate dietro la schiena e nessuna idea di quanto tempo fosse passato. Rivide il massacro e poi i ricordi staccarono sulla faccia di Sarawak, attraversata da una cicatrice irreale. Un nero enorme con gli occhi che ti mozzano le dita e una ferocia da bestia in gabbia. Non ricordava di aver sentito la sua voce, né altri dettagli che non fossero il ringhiare dei due rottweiler. Lo avevano portato nella sala macchine, forse di un’altra nave, e in ogni caso urlare sarebbe stato inutile, se non l’avevano ucciso c’era un motivo, avevano bisogno di lui, volevano sapere altro ma non riusciva a immaginarlo. Prima di alzarsi si guardò intorno, non riuscendo a vedere nessun pirata. Ma appena provò a farsi forza sulle gambe, ne apparve uno che gli puntò il fucile alla fronte. “Tranquilo amigo”. Che situazione di merda, pensò. In una sala macchine di una nave pirata con un nano che mi punta un fucile in faccia. Cercò un dettaglio tra i pistoni, una macchia d’olio, per annegare e dimenticare la realtà. Ogni volta che chiudeva gli occhi c’erano i due cani neri che ringhiavano, se li apriva aveva nano e fucile. Se esisteva l’inferno, stava in una scena simile. Nessuna via di scampo dopo un massacro e un gran rumore nelle tempie. Le cose si complicarono quando gli uomini sotto il comando di Wilcock scoprirono il carico della nave e il nano con la gola tagliata in una irreale pozza di sangue e olio. Sarawak seppe dell’accaduto e per la prima volta fu costretto a interrompere la visione di Tom e Jerry. Diede ordine a Kammamuri di convergere subito verso la “Queen” per capire come aveva fatto un capitano colombiano a uccidere il nano e altri due uomini come se fosse Rambo. Sarawak, se ne stava sul ponte di comando chiamando col satellitare i suoi uomini. Le risposte furono tutte pessime. La “Marcos” era piena di scorie radioattive, e il colombiano era stato così stupido da buttarsi nell’oceano. Non gli bruciava tanto che il capitano avesse visto in faccia il suo impero del male, quanto che fosse scappato, era la prima volta che accadeva.

[questo è un pezzetto di un libro omaggio a Emilio Salgari]

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