Il Cairo: tra cielo, terra e Mubarak

Tavolo degli stranieri al caffè Groppi, angolo tra Tal‘at Harb e Muhammad Farid, son qua per fare nuovo cinema Cairo, anche per capire se posso passarci l’inverno lasciandomi alle spalle un paese dove non ci sono santi: l’Italia, per uno: l’Egitto, che divide la giornata in preghiere, respira, si piega e invoca Dio di continuo, si lascia governare da un pilota d’aerei dal 1981, ha nel traffico uno dei pochi momenti di libertà singola che diventa collettivo esercizio delle proprie azioni, costruisce case nella città dei morti seppellendo anche il culto, ossessionato da una bulimia di spazi: arrivando a occupare persino il deserto mascherandolo da sogno: Dreamland. Ma prima di tutto: è una questione di sguardi e di attese (se così non fosse non avrei chiamato nuovo cinema Cairo questo viaggio), nessuna calda consolazione: rassegnatevi. Mubarak (c’è), i faraoni (ci sono stati), Dio (è questione di attesa, si va avanti fin quando c’è ancora qualcosa da aspettare), sono tre entità abituate a guardare l’Egitto dall’alto, e gli egiziani a subirne lo sguardo, la prova sono i tetti del Cairo: nessun altra città ha la testa delle case così occupata, traboccante di cose, quasi un bisogno per ricordare che c’è Dio sopra di loro, e quindi a coprirsi per rispetto, qui c’è uno sguardo: quello del tempo corrente, che poi è quello dell’ex pilota dell’aeronautica egiziana: Mubarak. In questo bar stanno per arrivare le storie che leggerete nei prossimi giorni con i loro protagonisti, questi erano i titoli di testa, il trailer e la premessa. L’idea invece è raccontare il Cairo come un “Palazzo Yacoubian” in orizzontale, partendo da questo tavolo, autore compreso, e se non l’avete letto: rimediate, siete in tempo, lo scrittore (‘Ala Al-Aswani) è il primo a sedersi, la macchina da presa lo inquadra mentre sistema occhiali, chiavi, telefono con le sue mani da pianista, si intravede anche un pezzo di cielo del Cairo, la strada zeppa di auto ferme al semaforo, il venditore di giornali che per un attimo sembra accorgersi della telecamera poi un cliente macchia viola in fronte lo distrae, lo scrittore comincia con la sua voce alla Cohen a parlare dell’Egitto, ma la sua intervista è tutta un distinguo, gli chiedo di spiegare come mai  i suoi personaggi sono sempre tenuti sotto osservazione da qualcuno, persino nell’ultimo libro fuori patria (“Chicago”), e da come risponde capisco che la sua colpa è non aver letto Borges o non aver assimilato la sua lezione. Dice: «È una domanda pericolosa la sua perché significa arrivare a delle conclusioni partendo da una opera letteraria, perché c’è una bella differenza tra un’opera letteraria e la vita». Da un autore di un libro che con un palazzo racconta un mondo, ci si aspetterebbe qualcosa di più. Un discorso inclusivo e non un distinguo. Gli dico che Kundera non avrebbe mai risposto così, se gli avessi chiesto: “Lo scherzo” prende in giro il regime sovietico? Aswani ha un problema: mi ha scambiato per un funzionario del governo che deve dargli il via libera per pubblicare. E, invece, non capisce che si crede materialmente, che c’è bisogno di esempi che siano anche finzioni, altrimenti credenti e non, oppressi e oppressori sono la stessa cosa. Da lui avrei voluto un discorso ampio e non delle precisazioni da politico, ha scritto un gran bel libro e altri due discreti, ma non so se il successo o forse il marketing non gli consentono di continuare a questo tavolo quel discorso di estremi. Ormai l’intervista è fatta, l’abbiamo girata, ma avrei voluto sentire altro, mentre sfilano immagini di palazzoni vecchio Cario francese, finestre e occhi, barbe, ogni tanto riappare lo scrittore ma senza audio, ci siamo sbagliati, non è lui la voce di questa città, bisogna cercare altrove. In questa città Dio ha ancora un posto e un ruolo, è la fede in lui che regge i palazzi e fa muovere le macchine come su una pista di tango: senza toccarsi mai. Nell’arcaicità del credo che trova ancora menti e cuori c’è poesia e speranza, cose che non troviamo nelle nostre città, noi ci siamo liberati di Dio – anche chi dice di crederci ancora –, e, ora, svincolati dai suoi occhi, dalla sua voce – che qui, invece, chiama ancora forte – vaghiamo insoddisfatti e smarriti, trovando ruggine ovunque, persino nel benessere, non siamo chiamati a conquistare le giornate e a ringraziare per avercela fatta, ma solo a maledirle, non dobbiamo raccogliere le forze e il rigore in diverse ore del giorno per concentrarci e provare a parlare con Dio, noi siamo il nostro unico dio e ora marciamo in questa solitudine, col il remoto rimpianto di esserci affrancati, di essere andati oltre, e nel salto abbiamo perso anche il mistero che regge il giorno e la notte e li cuce a noi, ce li tatua sulla pelle e li fa nostri, ce ne siamo liberati, non apparteniamo a niente, non siamo fratelli né sorelle di niente, consumiamo i sentimenti e mentre lo facciamo stiamo già pensando a una nuova occasione per ri-consumarli, fino ad esaurire la sottile magia che sta nell’unione di due corpi, nella semplicità e nella naturalezza del gesto, che abbiamo reso abitudine, come altre, in mezzo ad altre.  Qui, Dio ha una voce, seppure distorta e lontana da quella immaginata da noi, e anche orecchie disposte ad ascoltare.

 

2.

«Riuscire a mostrare come tutto è lontano, distante, perso. Metto insieme cronache dal mondo che vedo, giorni di singhiozzi, notti che paiono buoni segnali per il futuro, palazzi e genti che mi sembrano avere storie da imitare, inganni meno futili. Legare l’Oceano Atlantico e altri paesi, con questa città che è viva e non se ne sta sotto una campana di vetro come la maggior parte di quelle occidentali, e poi fra qualche anno monterò tutto come un giornale, per dare notizie di questi anni simili alle rovine, ecco credo che sia questo il mio film». Secondo giorno, tavolo degli stranieri da Groppi, altra voce, questa fa domande, vuole sapere che cosa sto girando, non si accontenta di mostrarmi i suoi luoghi, né si lascia affascinare dalla macchina da presa. Ora, mi chiede perché ho affidato due telecamere a dei ragazzini: Mina e Omar, lasciandoli liberi di filmare quello che vogliono (ci rivedremo alla città informale), deduco che non ha visto “Lisbon story”. E provo a rispondere in un francese improbabile a Karem Shakry (23, anni), è lui il critico e inquisitore della mia giornata d’immagini, faccia d’attore di Bollywood, mise nera Dolce&Gabbana, organizzatore di matrimoni, traduttore dal francese, che però, per motivi a me ignoti, mi parla in arabo come se  fossi sempre vissuto al Cairo. Per questo i nostri dialoghi sono qualcosa di molto simile a una situazione surreale. Quando finalmente riesco a fargli capire cosa voglio, riusciamo a lasciare il caffè e ad andare in mezzo alle tombe dei cimitero di Sayyida ‘Aysha, dove vive un milione e mezzo di egiziani. Una vera e propria city of dead, davanti al muro bianco che separa la città da una strada dove corrono le auto, camminiamo fra tombe sabbiose, cani sudici e ringhiosi che corrono nel fango, auto scassate, case diroccate, nomi di persone morte chissà da quanto, e un becchino che mi intima di non filmare nulla per rispetto. «Per rispetto?» Ripeto a Karem, lui alza le spalle, e risponde: «la povertà non può permettersi nessun rispetto» – almeno questo mi pare di capire prima dal suo arabo, poi dal suo francese – «noi invece sì». Girare un matrimonio nella city of dead, l’amore tra le tombe, grasse donne in nero che ballano e urlano al ritmo di un suonatore di cuscini che prepara il corredo. Karem dice che lui viene qua in mezzo ai poveri per rubare le idee o farsele venire e poi le vende ai ricchi, gli dico che anche il calcio brasiliano funziona così, ma lui – come è giusto – non capisce. Quello che invece capisco è che sui muri si scrivono i nomi di Dio: secondo la tradizione 99 nella realtà oltre cento: al-‘aziz: il potente, il valoroso, al ghaffar: colui che perdona, al-‘alim: l’Onnisciente e via così, mentre noi scriviamo: w la figa o juve merda. L’ultima scena è un vecchio che scarica mattoni da un carretto che sta davanti a  un cavallo che è più magro del ronzinante disegnato da Picasso, e con una lentezza esasperante si prepara a tirar su una nuova casa nella città della morte.  Il Cairo è assediata dal deserto e dissetata dal Nilo. Le giornate sono una continua lotta per difendere lo spazio. Tra la città storica e il deserto, sono sorte delle città informali, torri di mattoni tirate su a speranza e sottrazione, che spesso crollano come è successo ad al-Duwayqa. Il principio è semplice: ci si arrampica su pezzi di terra che prima erano coltivati, il padre divide il pezzo per figlio e per nipoti, poi si comincia ad alzare il sogno, e si finisce a coltivare quel poco che si riesce sui tetti per non perdere la propria natura di contadini. Fra le case ci sono strade di terra e buche, e a separare quello che non ha forma da quello che ce l’ha è la linea dei binari, basta scavalcare i ponti per tornare indietro nel tempo, non solo nelle case ma nelle facce, nel cibo, qui c’è la voce di giorni già finiti che cominciano sempre allo stesso modo, mentre il mondo va altrove. Gli odori ti entrano nelle narici e scavano l’anima, le braccia e le gambe sono assediate da zanzare e mosche e persino la voce dei muezzin che cantano a gloria arrivano flebili, questo è un luogo da dimenticare che non ha regole né desideri. Filmo tutto col telefonino, tengo la telecamera nello zaino, solo tirare fuori la cartina mi è costata una discussione di un quarto d’ora con un capannello di gente con facce del passato e una bulimia di tutto, curiosa e irascibile, che a stento io e Karem riusciamo a tenere a bada. Per fortuna dalle scale dei binari arrivano Mina e Omar a darci una mano.  Con un furgoncino guidato da un Manu Chao egiziano che mi parla in un inglese musicale e non la smette di cantare una filastrocca araba, stipati come sardine e con i finestrini chiusi, dopo un tempo dilatato , raggiungiamo al-Azhar Park, giardino enorme, costruito su una discarica, che ora se la gioca in bellezza con quelli disegnati da Oliver Stone per Alexander. È il posto dove vengono le giovani coppie del Cairo per provare ad amarsi, qui comitive di ragazze e ragazzi giocano con l’acqua, si stravaccano nel verde o salgono in cima per vedere il caos della loro città. Il dorato sporco delle loro affollate case, una sull’altra, strette, cucite, sotto un cielo rarefatto. Tutti i gialli del tramonto convergono nell’orizzonte, il giorno è un gorgo che si tira via immagini di vivi e morti, stanco: mi siedo a guardare.

3.

Seduto sul bordo di una piscina, tra palazzi grandi come transatlantici, ville sfarzose vista deserto, con un ricco palestinese che mi chiede in continuazione perché non sono in vacanza a Capri, in mezzo a ninfette saudite sghignazzanti che parlano un inglese molto Obama e si lamentano perché gli egiziani dicono pomodoro in troppi modi e tutti diversi dagli arabi. Provo a filmare questo luogo lontanissimo da tutto quello che dice Egitto:  dalle piramidi circondate da scuri palazzi pop-razionalisti e assediate da chiare orde di turisti occidentali, sono al riparo nel sogno che la parte ricca del Cairo ha tirato su: Dreamland.  Chi ha visto il film messicano “La Zona” sa di cosa parlo,  chi non l’ha visto lo scopre ora: qui viene a vivere chi si è messo in salvo dai tormenti del conto in banca, può comprare la quiete, farsi proteggere e abitare un posto da Trumanshow. Una vera e propria new town, quattromila famiglie, con ospedale, quattro moschee, una chiesa, centri commerciali grandi come caserme USA, scuole, strade larghe e soprattutto vuote, e un parcogiochi tre volte l’Edenlandia. Nel deserto, che non smetto di filmare –  non pensavo che potesse essere così oppressivo –  a quasi un’ora d’auto dal vero Cairo, con le strade schermate da un lungo muro bianco per non rovinare il viaggio vista povertà. Dreamland è il nuovo mondo, che rinnega il fascino e la multiculturalità del Cairo, che da giorni non smette di appassionarmi. Questa non è una città ma una cassetta di sicurezza dove nuotare con un drink sul bordo della piscina è il massimo dell’avventura, nessuno lascia il sogno con le palme, tutti lavorano, vivono e si svagano in questa Zona. Filmiamo ville sfarzose e appartamenti da “Casa Saddam” (che poi è l’unica cosa buona tirata fuori dall’Iraq dagli americani, chi non ha visto questa miniserie, rimedi), dove tutto è dorato, sfarzoso, sproporzionato. E abitato da un filo di pazzia annidata nell’ordinarietà. Gli abitanti di Dreamland sono contenti di Mubarak e del suo occhio, per loro l’estero è l’Arabia e il ponte dei desideri sta tra Dubai e la Mecca. Son tutti rilassati, hanno l’appuntamento col golf nel pomeriggio e anche se si sono convertiti ad una concezione estremamente occidentale dello spazio, non hanno rinunciato alle tradizioni: soprattutto quelle che investono le donne le avvolgono e le lasciano a casa. Con la mia amica Eman Sabour (29 anni) architetto, due figli (Josefa e Moustafà, 4 e 3 anni) al seguito, donna che unisce pensieri veloci ad altrettanto rapide azioni, vaghiamo per queste larghissime strade vuote, e quando anche lei mi confessa che sta pensando di prendere casa qui, rispondo con la faccia che fa Tony Soprano scoprendo che uno dei suoi è passato a fare la spia dei federali. Ma invece di spararle, dico: «voglio vedere chi è che vende le case, come convincono le persone a lasciare una città che sta sotto l’occhio di Dio, per una che sta sotto gli occhi delle telecamere», vorrei anche dirle che considero tutti questi ricchi dei traditori, che non basta pregare per avere Dio, ci vuole altro, o si finisce come noi ad aspettare i dischi del Papa senza sapere cosa ha scritto nella sua ultima enciclica, a criticare la pillola del giorno dopo senza preoccuparsi che il credo abbia tensione morale, culturale e spirituale. Filmando questi agenti immobiliari capisci che loro – proprio come diceva Richard Ford – sono dei sacerdoti che non vendono solo una casa ma un’altra vita, che poi questa vita sia l’abiuro di tutto: amici, strade e città che li hanno allevati, viene solo dopo, visto che se compri una villa da cinquecentomila euro ti regalano anche una Mercedes, per andare più veloce e lontano dal passato. Vuoi mettere? La sera prima siamo stati a filmare la nuova musica egiziana al centro culturale Wheel di Mohamed El Sawy, nell’isola di Zamalek che galleggia sul Nilo fra le due Cairo, e pensare che quei ragazzi – che mi avevano entusiasmato – magari sognano di finire quaggiù nel deserto a morire di pigrizia, in un posto dove non ti può succedere niente, è davvero inquietante. «Non si può avere paura» intimo ad Eman, lei insiste, ripete, che sta venendo fuori il mio punto di vista europeo, voglio imporre le mie idee, ma non è così, sto dicendo proprio il contrario: «non commettete i nostri errori, non sposate un modello che non vi appartiene e che non dovrebbe appartenere all’umanità». Ho lasciato volontariamente la camera accesa, mentre discutiamo, voglio lavorare su questo contrasto, inquadro una stanza interamente bianca, forse una cucina, siamo al seguito di Esam Abd El Fatah (49 anni) agente di borsa con sua moglie e i suoi bambini che sta comprando un attico ancora da finire, con lui uno dei tanti agenti immobiliari e un architetto, chiedo dove abitassero prima: rispondono Al-Ahram, tutti, anche il tecnico e il venditore. Penso: è una deportazione di lusso? Ma la metto diversamente: «in ottobre abiterò in quel quartiere». Un coro scomposto mi mette in guardia su traffico e rumore, e quando gli faccio presente che nel rumore, nel caos sta la voce di Dio, mi guardano male, e dopo una pausa, il capofamiglia si prende l’ingrato compito di chiedermi: «sei proprio sicuro?» Rispondo sorridendo: «Dogs like gods. Want to play».

 

4.

Una lunga fila di ammaccati camion blu, sotto il sole, di quelli che noi usiamo per portare le mucche al macello, invece sono pieni di prigionieri in attesa di giudizio. Alla fine della strada e dei camion c’è un edificio rosso, e sotto: un via vai di soldati in divisa bianca che scortano gli uomini ammanettati. Una  scena da giudizio universale, per il numero elevato di persone e anche perché intorno c’è una distesa di mani e occhi di donna che escono da i niqab: gridano, cercando di parlare con gli uomini nei camion, tra bambini che corrono da una parte all’altra della strada urlando e sbeffeggiando i soldati che li maledicono scavalcando le decadenti offerte di pane e bibite che vengono da consumati carretti e fragili bancarelle: un affascinante caos, fino a quando da una fessura appare una faccia sdentata che mi chiama, e ignorando tutto quel mondo di rumore e desideri contratti, dice: «benvenuto in Egitto». Ho  sbagliato uscita della metropolitana, dall’altra parte mi aspettano Omar e Mina, che ora tempestano di messaggi il mio cellulare. Pensavo che le sorprese si limitassero al viaggio tra   lo snodo di fermate nel potere egiziano a nome Sadat-Nasser-Mubarak. Sbagliavo. Ritorno nella stazione ed esco dove c’è un mercato all’aperto. Questo è il Cairo: continua sospensione tra giudizio universale e attesa, corredato da un alfabeto di suoni che nemmeno la notte spegne o placa. Tutti sanno che la terra è separata dagli altri astri da milioni di anni luce, quello che spesso non si sa è che cose lontanissime – o rese lontane dall’uomo – possono stare insieme meglio di altre che sono naturalmente vicine per animo e convinzioni.  Camminando tra Omar e Mina in questi giorni al Cairo mi sono sentito sul bordo di due mondi, e mai estraneo, loro che vivono in due quartieri separati dal Nilo: Maadi e Haram, ma che passano l’interno giorno insieme, scandito dalle preghiere di Omar. Sì, perché Mina Samuel (19 anni)  è copto, fa l’elettricista per arrotondare, ama vestirsi alla moda, è nato a Dubai e se ne vanta, sembra indiano ed ha paura della morte.  Omar Saad (16 anni) è musulmano, gioca a calcio «nel ruolo di Del Piero», vive proiettato in Italia e ha una saggezza fuori dal comune, oltre a non aver paura di niente. Entrambi frequentano la scuola Don Bosco dei salesiani a Shobra, studiano italiano, giocano con la playstation e non si sono posti nessun problema di distanza religiosa, mai. Conosciuti tre giorni fa, gli ho chiesto di farmi vedere il Cairo con i loro occhi. Mi hanno risposto: «c’è un problema di tempo». «Quale?» «Omar deve pregare diverse volte durante la giornata». «Allora non c’è nessun problema, il mio tempo è il vostro». Loro hanno riso, provando a spiegarmi i motivi, quando hanno capito che li conoscevo già, hanno riso di nuovo. Si parte? No, è venerdì, prima si prega. Siamo nella Downtown, da che parte? Ad Abdin. Passiamo tra case crollate, capre sugli usci, strade sconnesse, pozzanghere di melma e porte aperte sulla povertà. Prima tappa la chiesa di Mina, si prosegue per la piccola moschea di Omar, che ci saluta prima di togliersi le scarpe ed entrare. Mina lo colpisce su una spalla, lui sorride, ma ha già cambiato faccia, è immerso, concentrato, nella preghiera che verrà, noi ci voltiamo e andiamo, c’è un vecchio seduto a terra che ci chiede di accelerare il passo, mi volto e Omar segnandosi: è pazzo. Nei giorni a venire, quando era ora di pregare – un vero sforzo di corpo e spirito – Omar chiedeva della moschea più vicina se eravamo in un quartiere che non conosceva e noi aspettavamo a luci basse – per rispetto – in un bar. Una sera che abbiamo girato al Zamalek attraversando una strada a quattro corsie per risparmiare tempo – in un gioco da scemi che scioglieva anche la saggezza di Omar –, alla fine della strada gli ho chiesto: «quando sei diventato così devoto?» E, lui, come fa sempre quando è in difficoltà o si vergogna, china la testa, alza le braccia e le incrocia dietro la nuca, poi le passa sul capo, fino al bordo della fronte e senza guardare ha detto: «quando è morto mio fratello. Mohamed (21 anni), studiava ingegneria a Catania, il cuore non ha retto, e mi ha lasciato. Per questo studio italiano, per questo devo venire in Italia, per vedere quello che hanno visto i suoi occhi. La mia parola preferita in italiano è tesoro, è così che mi chiamava lui, tesoro mio, ho anche una sorella ingegnere e un fratellino piccolo, ma lui era diverso, era il mio esempio. Prima della sua morte non ero un buon musulmano, sbagliavo, ora nelle preghiere trovo conforto, anche nella disciplina, mi sento migliore, più forte, o almeno così mi sembra». Siamo sul ponte di una strada che scavalca un quartiere che è un isola di ricchi e stranieri, sospesi “Tra cielo e terra”, come in un vecchio film di Abou Sief scritto da Naghib Mahfuz, tutto girato in un ascensore bloccato tra due piani.  E c’è un momento nel quale ti accorgi che non sarai mai più amico di così con qualcuno, ecco il mio era questo. Dopo è arrivato Mina e ridendo ha detto che sembravamo Abou Greisha e Zidan per come scartavamo le auto. La differenza fra i due sta nel giudizio che danno di Mubarak, a Mina piace ma lo chiama l’asinello, a Omar non piace ma la cosa peggiore che riesce a dire: «non è buono per l’Egitto, si preoccupa solo di controllare che noi continuiamo a credere a quello che dice». Mina è disincantato, sempre pronto a prendere in giro, e lo fa anche con Omar e col fatto che non beve la birra, lui lascia fare e sorride, poi gli ricorda che va male in inglese. Non hanno nessun patto di silenzio, né ruggine, il vuoto tra le loro culture è colmato dall’amicizia e soprattutto dall’innocenza,  che tutte le religioni inseguono costantemente senza risultato.

[Foto di MariaVittoria Trovato]

[uscito su IL MATTINO, Luglio 2009]

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