Il Gorilla: Fabrizio Castori

Se c’è una cosa che Fabrizio Castori sa più di tutti: è che il calcio è strano. Provinciale col vanto, e il colletto delle polo tirato su come Cantona, prima ragioniere poi allenatore. Sette promozioni, una carriera senza discese: «Ho fatto tutte le categorie, tipo Cosmi. Lui però è partito dall’Eccellenza, io da più dietro». Tutto in salita il suo percorso calcistico, e in mezzo due anni di stop dopo una rissa. Per capire quella rissa, bisogna tirare in mezzo Sandrone Dazieri che ha scritto una serie – quella del Gorilla – con un protagonista che ha una doppia personalità, due anime nello stesso corpo: lui e il suo Socio, che si scambiano di posto con una specie di interruttore nascosto, alternandosi. Il suo Cesena giocava contro il Lumezzane, finale playoff C1, nel 2004, «a provocazione si risponde con la ribellione», quella provocazione dei calciatori del Lumezzane trasformò Castori nel suo Socio: una sorta di Bud Spencer che entrò in campo e picchiò duro. Si era spenta la luce. «È una pagina che dopo oltre dieci anni vorrei dimenticare, anche perché nella mia carriera così come ho gioito per i successi, ho anche pagato (e pesantemente) i miei errori. Tutto, cose belle e cose brutte, fa parte delle esperienze che mi hanno formato come uomo e come allenatore. Ora permettetemi di concentrarmi solo su quello che sta facendo la mia squadra (Il Carpi) e giudicatemi per quello». Venne squalificato per tre anni, poi ridotti a due. Tutti sanno della rissa del suo Socio, pochi, invece, conoscono il lavoro con la squadra di calcio a San Patrignano: «I primi contatti con la comunità li ho avuti nel 2005 a un forum sulla droga a Martorano, vicino a Cesena. Ci siamo rivisti a ‘Un calcio alla droga’, lì ho conosciuto Marcello Chianese, che mi ha chiesto di dare una mano alla squadra. A me l’idea è piaciuta subito, c’era la curiosità di approfondire e mi sono buttato con entusiasmo in questa esperienza. L’allenatore resta Manzaroli. Il mio apporto è stato di entusiasmo, ma anche tattico. La squadra adesso sta meglio in campo, e si muove bene». E pensare che il suo calciatore preferito era Gaetano Scirea fin da quando fece il militare a Torino e per un anno intero andò allo stadio per lui: «Scirea è stato veramente unico: elegante, con una classe immensa ma sobrio, che campione». Dopo la rissa, e la squalifica, Castori è uno che riga dritto, attento ad ogni dichiarazione, non lascia più che il suo Socio riemerga, ha lavorato su se stesso, e continua ad essere un grande motivatore con i calciatori. Tutti ricordano il suo Carpi nel recupero a Brescia in 9 uomini e sotto di tre gol. «Mi sono fatto da solo, non mi ha regalato niente nessuno. Le mie promozioni le ho sempre sudate. I miei modelli sono: Arrigo Sacchi che ha cambiato il modo di fare calcio e Zeman, perché le sue squadre fanno calcio. È uno dei pochi che migliora i giocatori e poi sul lavoro quotidiano al campo non ha eguali. Ma diciamo che preferisco si parli di un piccolo modello Castori. Ovunque ho allenato ci ho sempre messo del mio. Partendo da un punto di vista umano prima ancora che tecnico». Al Carpi l’hanno capito dopo il suo esonero con richiamata, hanno misurato il vuoto del Castori, il gelo senza le sue urla e la sua volontà. Hanno capito che le squadre non si rinforzano solo con il mercato, gli scambi, ma col lavoro, e che si può anche perdere, tutto dipende dal come. Castori è uno che il “come” hemingwayano se lo porta addosso, lo sparge nell’aria. Quando è tornato in panchina, come Tortora ha detto: «Allora, dove eravamo rimasti», criptandolo dentro un «Abbiamo tanti giovani che stanno crescendo e potranno ancora fare di più la differenza». Sembra che non abbia mai lasciato la fabbrica, «Intensità, ritmi alti, altre ricette non ne ho e qui ho trovato quel che piace a me, impegno, mentalità, cultura del lavoro», quando gli chiedono del calcio italiano se ne esce con delle frasi da Fiom «Ripeto, per me in Italia si lavora poco sul piano fisico. Prendete il Mondiale in Brasile. Correvano tutti, meno noi. E poi, tre partite, tre moduli diversi, ma il punto non è questo, il punto è la cultura del lavoro. Bisogna esserci abituati». Castori ha visto tanti campi, tanto calcio, tanta provincia. Unendo tutte le città dove ha allenato dovrebbe uscire la faccia di un uomo stanco, o peggio quella del suo Socio che picchiava i calciatori del Lumezzane, invece viene fuori una vita piena di gol.  

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