Guttuso: carne e ideologia

Malinconia e carne, crocefissione e funerali di Togliatti, densità, spessore di verdi e rossi, e nero lucido: questo era Renato Guttuso, riproduttore del mondo mediterraneo: delle sue storie e dei suoi colori dalla Sicilia alla Sicilia, tanto l’Italia è tutta lì, quello che conta passa per l’isola, e lui lo sapeva. Con una forza contorta e rabbiosa che ancora non si è placata, nonostante il mondo sia cambiato, e tanto. Le sue facce e quelle storie, sono le nostre. Lui, fedele solo alla pittura e al partito, il PCI che tutti i suoi amici, da Vittorini a Sciascia, trovavano ingombrante e da lasciare, per lui no, era casa, e ci rimase, fu anche senatore, due volte. Uno strano tipo di comunista, Guttuso, militante fedele ma diverso, organico ma polemico, come ero uno strano tipo di pittore, oggi impensabile. Per trovarne uno uguale bisogna andare in Messico con Diego Rivera, e in comune non solo le idee, il popolo, la città madre, le bandiere (rosse, ovviamente), la morte e la vita insieme ma anche e soprattutto le donne. Quasi che la vita oltre i quadri fosse lì, tra le loro braccia. Uomo di fascino, con la camicia aperta come da autoritratto, sguardo acceso, e una grande capacità di polemizzare, oltre che di dipingere. Partito da Bagheria – sì Tornatore non l’ha dimenticato nel suo amarcord – e arrivato alla Storia. Con una vitalità e una luminosità che oggi non ci sono, il paese è cambiano e anche la sua rappresentazione. Guttuso (nato nel 1911) dagli anni trenta alla soglia dei novanta, è rimasto un punto fermo della cultura italiana. Era sempre lì, un po’ come Moravia, magari i giovani di turno li contestavano, ma loro erano quelli che restavano. Con tutti i difetti, ma anche con i pregi che ancora adesso si possono ritrovare. Ha inchiodato la carne alle tele, quella che entra negli occhi, e che alimenta le discussioni. Non solo donne, anche uomini, sacrificati dagli eventi, condannati dal tempo, ricordati con un contorno di ruvidità. Restituiti al mondo, dopo il dolore. Guttuso con i suoi vizi da amante, la sua moralità comunista, ha passato la vita su un confine a cercare la bellezza e a pretenderla. Ha lasciato passare le avanguardie dall’alto del suo trono, quello di chi sapeva guardare il mondo e reinventarlo. C’era molta poesia nella sua pittura e tantissima vita, poco buio. Difficile non è fare i ritratti ma saper usare il giallo. Aveva cominciato a 13 anni a dipingere e aveva smesso, quando, davvero stanco, stava per fare i conti con la durezza della morte. Gli riuscì, come solo a Malaparte, di mettere d’accordo le due chiese – quella comunista e quella cattolica – e di farle litigare, perché, morente, si convertì, secondo testimonianza di Giulio Andreotti. Ma la sua vita è sintetizzata dal messaggio di cordoglio di Gorbaciov, allora segretario del Pcus, alla sua morte, nel gennaio ‘87. Oggi nessun pittore italiano avrebbe un ricordo così pesante. E ce ne furono altri, come il poeta Evtuscenko che scrisse:“non era solamente un pittore, ma un grande personaggio saggio e infantile, fragilissimo e poderoso. Le sue tele assorbono le lacrime e il sangue dei contadini, il sudore amaro degli operai e la dolce saliva dei baci d’ amore. Solo la gente come lui, che ha il talento di essere amico dei propri contemporanei, ha il diritto di essere amico dei nostri posteri”. Perché non scompariva solo un pittore ma un mondo: enorme, vitale, zeppo di storie. Diceva: “Amo la vita e dipingo la vita nelle sue manifestazioni: il lavoro, il riposo, la lotta, l’ amore, l’ amicizia, lo sport”. E infatti la sua opera è includente: si va dai garibaldini ai contadini siciliani, dai funerali di Togliatti a Marta Marzotto (per venti anni sua compagna), passando per la donna di una vita: Mimise, fino all’arbitro Coelho della finale del campionato mondiale di calcio, Spagna ‘82, vinto dall’Italia. Di cui era parte fondante, una istituzione della cultura, tanto che è l’unico pittore presente di due testi di canzoni, “a.d. 4000 d.c.” di Rino Gaetano che immagina un suo quadro messo all’asta in un mercato, e ne “La canzone del padre” di De André, dove c’è un Guttuso ancora da autenticare. Come da autenticare era la paternità di figli e lettere, un mistero pieno di buche. Peccato che la vita di un uomo gaudente e vitalista – Mazzacurati lo chiamava scherzosamente “Sfrenato Guttuso” – abbia avuto questo groviglio di polemiche e storie assurde. Anche perché la sua opera era stata un lungo diario in pubblico, c’era tutto nei suoi quadri, anche troppo, e ci si aspettava solo un addio silenzioso, il pittore così ingombrate usciva, e lasciava spazio all’opera. Era tutto già disegnato, dipinto, tracciato, invece, è andata diversamente. Dalla serie di disegni “massacri” che era una sorta di prova delle uccisioni naziste, fino ai nudi. I suoi quadri erano affollati di ragioni e colori, uomini donne e idee. Non c’è mai il vuoto, ma una storia, che parla, esce. Femmine e paesaggi, hanno, sempre, una concessione da fare a chi guarda, che sia calore, forza o passaggio di un sentimento, non importa, quello che conta è che a cento anni dalla nascita, il trucco, funziona ancora.

http://www.ultrafragola.tv/it/3280/3508/ricordando-renato-guttuso-e-la-sua-pittura-di-vita.html

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