Essere Koulibaly

La sua faccia sugli spalti, la sua forza in campo: Kalidou Koulibaly. Comincia con il suo viso sorridente moltiplicato per mille (pixel e sentimenti), ed esibito con forza, in risposta ai cori e agli insulti dell’Olimpico da parte dei tifosi della Lazio; finisce che è il migliore in campo, sfiora il vantaggio e causa il rigore che consente al Napoli la sua ottava vittoria consecutiva e a Higuain il suo ventiquattresimo gol. Insomma, Koulibaly su tutti, mancava solo che fischiasse melodie mentre usciva palla al piede dalla difesa, con una quiete tibetana e una forza da Sonny Liston: tecnica e muscoli, alle spalle i brutti ricordi della partita con la Lazio. Accudito, dai tifosi e dalla squadra, non poteva che dare il meglio in campo: per ringraziare. Svetta di testa, ruba palloni agli attaccanti del Carpi senza mai buttarli via, riparte, ricostruisce la trama del Napoli, impostando e avanzando. E quando va in area, bordeggia il gol: come all’inizio del secondo tempo su cross di Valdifiori, colpendola maldestramente di coscia e spedendola alta sulla testa e la traversa di Belec. Sarebbe stato un gran regalo allo stadio e a se stesso. Però, venti minuti dopo, quando la Juventus aveva già segnato, va a saltare ancora nell’area del Carpi e Daprelà lo trattiene più di quanto Sabelli avesse trattenuto Callejon nel primo tempo, rigore. Lui pianta, Higuain fa fiorire. Tirargli la maglia e abbracciarlo in partite come questa è – davvero – l’unico modo per fermarlo. Tutto quello che era esuberanza, piano piano si sta trasformando in sicurezza. Tutto quello che era sproporzione, piano piano si sta trasformando in giusta misura. Tutto quello che era ingenuità, piano piano si sta trasformando in esperienza. Respira in difesa e marca a centrocampo, in mezzo – oltre il suo cuore – c’è la cavalcata di uscita con il pallone al piede o la triangolazione che lo porta persino a crossare e bene per la testa di Callejon. Non manca qualche ruleta – come contro la Roma – e qualche colpo di tacco, e non mancano i dribbling nei quali si lancia con sempre più eleganza. È cresciuto e può ancora crescere, intanto velocizzando di più le verticalizzazioni, e poi segnando sui calci piazzati. Ma nella partita più complicata, giocata col pensiero alla Juventus, e contro un Carpi densissimo, la sua generosità ha dominato. Il suo carattere è uscito con il suo corpaccione che è divenuto vertigine, la sua faccia, sovrapposta a quella di mezzo stadio, la faccia di tutti; le sue braccia allungate ad allacciare le due fasce in orizzontate: la stretta a coorte; mentre le sue gambe univano: spingendo la squadra in verticale. Divenendo, Koulibaly, il giocare che si fece corpo, anima e idee del Napoli. Un po’ per l’arretratezza comune agli stadi italiani, un po’ per l’esigenza che hanno sempre le squadre (di qualunque sport) di fare testuggine, e un po’ per la propensione del calciatore e della città, tutto si è unito. Così per esigenza, natura e circostanza: Napoli e il Napoli, hanno ri-scoperto la forza dell’unione, con semplicità, quella che spesso non si trova in altri ambiti – che ne avrebbero anche più bisogno – della città. Divenendo un unico corpo con un calciatore nero e straniero, ancora una volta Napoli dimostra la sua attitudine all’inclusione e alla difesa di tutto quello che sente vicino, una difesa per affinità, dando una lezione a tutti quegli stadi che ancora cantano: “lavali col fuoco”. E, trasformando Koulibaly, la sua difesa, in una idea più vasta e importante, che va oltre il campo. Fatti e stati d’animo si sono allacciati quando Daprelà trattenendolo, lo ha atterrato. Un disegno perfetto, che ha portato il protagonista alla scena fondante dell’incontro. Il resto era cronaca. Persino l’ennesimo gol di Higuain. La partita era tutta di Koulibaly: un labirinto che conduce a una storia circolare, comincia a Roma e finisce a Napoli.

[uscito su IL MATTINO]

che poi, se fossi Koulibaly: palleggerei per ore al tramonto, con la squadra dei pulcini che, per rispetto, a bassa voce, conta i miei rimbalzi.

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