Il fabbricante di specchi

Massimiliano Allegri è un tiranno gentile, un felino che morde educatamente. Uno dai piccoli gesti, e dalle grandi intuizioni. Come alla vigilia della semifinale di Champions, quella contro il Real Madrid, scelse Sturaro, ed ebbe ragione. «Il momento migliore sono le sette e mezzo del mattino. L’ora per contraddire me stesso». Un tattico che dice di non crederci. Uno che studia ogni dettaglio anche se l’allenatore conta poco. Una contraddizione. Quindi, difficile da prendere. I dubbi non gli sono mai mancati, ha lasciato una moglie sull’altare (Erika, quando aveva 24 anni) e si è spostato sulla fascia per non annegare in serie B – su consiglio di Giovanni Galeone, che è l’incontro della sua vita –. Asciutto come quando giocava, non ha preso chili ma è cambiato molto, si è modellato, ricreato, ed è ancora in moto – ora studia l’inglese, tutti dicono per andare al Chelsea a fine stagione –.era di quelli che già pensava in campo e aveva idee sul calcio, per questo litigava molto con gli allenatori. In tivù è così difensivista da apparire antipatico, tutti ricordano i suoi scambi con Arrigo Sacchi, altri avrebbero lasciato perdere, lui no, lui ci tiene a difendersi e a non uscire sconfitto. Mai. Sicuro di sé, al punto di convertire due piazze che erano dubbiose: prima Milano, poi Torino. Vincendo al primo colpo. E anche quest’anno, quando stavano riemergendo tutte le critiche che lo accompagnano da quando lasciò Cagliari, alla fine, nel braccio di ferro: sentimenti contro ragione, ha vinto, di nuovo, ribaltando e convincendo. Al Milan si sono accorti di lui quando hanno misurato la sua assenza (citofonare Clarence Seedorf), alla Juve hanno capito che uno così libero, a pesca o ai giardinetti, era un delitto, e da come hanno tenuto i mugugni e le sconfitte, si capisce che non è stato solo uno slancio dopo lo strappo di Antonio Conte, ma che era una scelta convinta, un investimento a lungo termine, che solo Abramovich, forse, interromperà. È lui che ripete ai suoi calciatori: uscite da vincitori e sarete rimpianti. È un fabbricante di specchi. Costruisce squadre che gli somigliano e poi ci fa specchiare gli avversari. Allegri può dire di aver spaventato il Barcellona in finale «avremmo avuto bisogno di un’altra finale in più, giocata un paio d’anni prima, e dopo l’1-1 avremmo segnato noi, loro erano storditi, avevano paura. Invece arrivavamo dal nulla e ci hanno fregati». Può essere. Allegri insegue le cose semplici, fin da quando Galeone lo chiamò all’Udinese, dopo che il Grosseto lo aveva esonerato, era la seconda volta che gli spiegava come stavano le cose: mettila giù facile, se un calciatore sarà capace di fare la cosa più semplice in realtà in quel momento starà facendo quella più difficile. Cambiandogli il punto di vista: «I campioni non fanno nulla di complicato, solo che lo fanno in maniera differente dagli altri». La prima volta gli aveva cambiato la posizione: «quando arrivai a Pescara ero un trequartista di C1 ricco di qualità e presunzione. Galeone mi disse: ‘se non cambi posizione, in B non vedrai mai la palla, prova a fare la mezzala’. Da quel giorno giocai sempre». Allegri dice le cose «dritte per dritte» non ci gira intorno, anche quando nell’ultimo anno di attività come calciatore, era il 2001, incappò in una inchiesta per scommesse, che ancora lo offende, e disse, come avrebbero fatto in pochi: «scommetto quotidianamente e assiduamente, ma solo sui cavalli». Ne è stato proprietario, ha vinto, ha perso, si è allontanato dagli ippodromi poi c’è tornato, forse perché la prima volta ce lo portò suo nonno a cinque anni. Suo padre lavorava al porto – e questo lo ha tatuato nella vocazione al sacrificio che si porta dietro –: «sui palmi gli era cresciuta una seconda pelle da coccodrillo a forza di alzare le casse». Lui, invece, ha seguito gli istinti e il pallone. Si racconta come un cattivo allenatore, ma sia Galeone che Pierpaolo Marino che glielo servì come contorno di Frederic Massara, dicono il contrario. Piaceva a Italo Allodi già da quando giocava nel Pro Livorno. Era un Hamsik leggero, e quando gli si sono allungati i campi è diventato un Galeone con una maggiore capacità di adattamento. È un darwiniano del calcio. Non è figlio del guardiolismo che ne ha rovinati più di Amélie Poulain, no, lui si è fatto Aglianese, Spal, Grosseto, poi a Udine con Galeone (in pratica un master di umanesimo), Lecco, Sassuolo, Cagliari (da ricordare una grande partita contro Mourinho), Milan: lo scudetto e l’irriconoscenza, e poi ora la Juventus, e la maturità dopo la finale di Champions League. Allegri è un uomo di mare, «perché non si riesce a vederne la fine, il mare è l’immagine della libertà perfetta». Ed è l’acqua a salvarlo, la conoscenza di quella condizione traballante che il mare dà; la provvisorietà di essere piccolo in un mondo estraneo e più grande, sa che tutto è incerto e che bisogna resistere alle tempeste. Disegna la rotta, e intanto va. Il resto sono porti, a volte buoni a volte no, però lui sa leggere il vento, per questo resta in piedi sempre, anche quando le onde sono contrarie e la nave sembra affondare.

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