«Se state attenti mi sentite», due incontri con Zeman

La verità devi rubarla dagli occhi, nelle lunghe pause tra una risposta e l’altra, il ritmo, invece, lo dettano le sigarette. Zdeněk Zeman, non cambia mai, proprio come gli canta Venditti. Tuta nera, maglia rossa, abbronzato, qualche capello di meno, il sorriso felino di sempre. Capace di stare tra Kafka e Valentino Rossi, amando Milos Forman. Di essere il protagonista di un libro di Manlio Cancogni (“Il Mister”, Fazi) e di farsi ascoltare da Pasquale Casillo. «Parlo, quattro lingue più il foggiano». Si dice razionale, ma senza punti fissi, non ha squadre del cuore ma solo amore per il calcio. Non gli interessano le categorie ma il gioco, e no, le partite perfette non esistono, anche se vanno inseguite. La sua linea di divertimento ha in testa Maradona, e quando scende dice: Rivera, Baggio, Totti. Il resto è silenzio. In Italia è venuto per una scelta meteorologica e non politica, a Palermo in sei mesi non aveva visto una nuvola, non c’entrano i carri armati a Praga, ma il caldo siciliano. Era il ’69, è tornato a Praga nel 1990. Ha una leggerezza che non appare, che vedi solo quando riesci a sederti con calma di fronte a lui. Nelle interviste alla tv traspare il suo humour composto, la sua laconicità, ma dietro, Zeman è un Lutero senza ideologia alla continua ricerca del vero. Dolce, capace di parlare di tutto, con la giusta distanza. Prima sigaretta. Allena il Bacigalupo fa in tempo a conoscere Dell’Utri, «più il fratello che lui, quello di cui non si parla mai», poi le giovanili del Palermo, è lì che il suo occhio si allena a vedere dove gli altri guardano. Dopo c’è il Licata e da lì il Foggia che può essere paragonato alla Corea di Hiddink (uno dei pochi che gli piace). Categoria Miracoli. La costruzione di una squadra è più difficile di quella amorosa, ma Zeman ha la pazienza per farlo, per questo, ora, dopo un anno e mezzo fuori dal calcio – l’ultima squadra è stata la Stella Rossa di Belgrado – torna a Foggia. «No, le squadre apparecchiate e decise dai presidenti, non mi piacciono, ho avuto offerte da grandi club. Avrei potuto allenare Inter, Real Madrid, ma avevo già dato la mia parola ad altri, e non si è fatto niente». Seconda sigaretta. «Sì, il calcio inglese è quello che mi piace di più, perché conserva intorno a sé bellezza, sentimenti, a me non interessano le società, ma il gioco, i calciatori, e soprattutto i ragazzi che vanno allo stadio per divertirsi. Il mio modello era Ştefan Kovács, da ragazzo impazzivo per l’Ajax». Ed è riuscito a non tradirlo. Ha sempre piazzato le sue squadre in serie A nelle prime dieci e con un gran numero di gol, senza mai cambiare modulo. «Non capisco come fanno gli allenatori che cambiano modulo in corsa, per me è già difficile spiegarne uno e ottenere che i calciatori lo capiscano». Terza sigaretta. «Ho praticato molti sport, sono stato nazionale juniores pallavolo, da  qualche anno gioco a golf – allena la mente –, quando avevo undici anni ho persino boxato, per via di mio padre che prima di diventare medico era stato pugile, e tornò a casa con i guantoni per me. Ho smesso perché non riuscivo a sottrarmi ai colpi». Crescendo, ha imparato a pararli, soprattutto quelli che gli sono arrivati quando accusava di doping la Juve e parlava di sistema calcio. Quarta sigaretta. «Mi sarebbe piaciuto allenare la Juve del dopo Moggi, per ricostruirla, a me piace partire da zero, insegnare i principi del calcio, veder crescere i calciatori, non gestire le star. Sarei stato bene nella Juve di Boniperti. Non è successo non per la dirigenza, magari loro potevano anche digerirmi ma per il popolo dei tifosi che non dimentica, e governa le squadre con i sentimenti sbagliati». Al calcio italiano manca non solo il coraggio per fare questo tipo di scelte, ma persino l’autoironia per pensarle. Quinta sigaretta. «Credo in Dio, in qualcosa bisogna pur credere. Ma non ho rosari da portare in campo, Dio, c’entra poco col calcio». Sesta sigaretta. «Nel calcio non ho amici, e non ci sono rapporti veri. Sì, mi avevano offerto di commentare le partire, ma non mi piace dire le bugie. E la tv la guardo poco, le partire le vedo a volume spento». Settima sigaretta. «Gli sport si sono velocizzati, a me piace un certo tipo di velocità, quella di Federer, Nadal, Kobe Bryant, o Valentino Rossi, che è anche mentale, ma bisogna saperla usare, altrimenti si finisce per perdere il resto. Come è successo al calcio italiano, sempre più atletico, dove si gioca per non far giocare gli altri. O dove si inseguono le mode senza fondamenti. Come nei casi di Leonardo e Ferrara». Ottava sigaretta. «I settori giovanili sono abbandonati, perché se devi comprare un calciatore lo vai a prendere all’estero, dove c’è chi ha lavorato al tuo posto. Quello che manca al calcio italiano è la fame». Nona sigaretta. «Mi piacerebbe allenare il Barcellona. Lì hanno cura dei settori giovanili, e hanno saputo conciliare sport e business. Ho l’impressione che ci sia ancora affetto per i ragazzi, una umanità che il calcio ha perso». Decima sigaretta. «Fumo sempre tre pacchetti di sigarette e quattro ore in meno al giorno, quelle spese sul campo. Non ho paura della morte, ma rispetto». Fumo. «Da piccolo pensavo di poter vivere solo a Praga, poi ho capito che potevo vivere ovunque. E l’ho fatto».

[2010]

 

2.

Passa il tempo, ne soffre, ma non cambia il suo modo di essere. Zdeněk Zeman,, è sempre quello di Praga, che usciva con due palloni, «uno per me e uno per chi non poteva permetterselo». Lui, figlio di un primario di otorinolaringoiatria, pioniere delle tracheotomie, e nipote di Čestmír Vycpálek, giocatore e allenatore della Juve di Boniperti, passava il tempo sui campi, erano il suo unico mondo, lo sport il linguaggio per decifrare la vita: atletica, pallavolo, pallamano, pallacanestro, baseball, hockey e infine calcio. Prima che uno sportivo e un grande allenatore, è un saldatore, di mondi diversi. Unisce processi vitali, nel giusto tempo. Ha creato sempre organismi complessi assemblando parti lontane. E davvero non gli interessa vincere o perdere, ma formare. È un uomo sereno, appagato, adesso allena il Pescara, l’importante non è la squadra conta il progetto. Zeman, ama ricostruire, ricominciare, e il suo agire non è da castello di sabbia, piuttosto da uno bravo a scovare le potenzialità – si diverte proprio –, a disegnare il futuro, di quelli che incontra, bravo a indicare la strada, far crescere, chiedete a Totti, «Quando ero alla Roma gli spiegai che se mi avesse ascoltato poteva diventare il migliore». Mentre il calcio cerca di mantenere artificialmente in vita gran parte del suo spettacolo (non quello del gioco), lui continua a segnare la strada di molti ragazzi, non gli interessa vincere la Champions, non gli interessa vincere il campionato, ma creare squadre, formare ragazzi, prenderli e spiegar loro che lo sport prima che sudore e soldi è una filosofia di vita, per questo se la prende tanto con chi lo sporca, con chi ne distorce i sentimenti, «E no, quando leggo i giornali non incontro altri che mi fanno dire, posso stare tranquillo, non mi interessa avere ragione su doping farmaceutico e finanziario, non mi interessa che ora anche Sacchi dica che come si gioca conta più di vincere, mi interessa dire le cose come stanno». A vederlo, qui, al centro del Poggio degli ulivi, con la lunga corda bianca tra le mani, con la quale divide il campo e assegna i compiti, mi viene da pensarlo un capitano di nave, che spiega come affrontare il mare, ai ragazzini. Lo fa con poche parole, mentre si dispone a centro, pronto ad andare in mezzo alla tempesta. Piacerebbe ad Alvaro Mutis. E non solo per come indica l’orizzonte, soprattutto per come arriverà in porto dopo la traversata, senza aver tradito nulla, e nel tragitto ne verrà fuori di gente, questa volta chiedete a Insigne o a Ciro Immobile che faceva la panchina a Siena con Conte (attuale allenatore della Juve) e con Zeman è capocannoniere. Questione di sguardo. Zeman è quello che Oliver Sacks definirebbe un “osservatore permanente”. Ora esce un cofanetto da Minimumfax (due dvd e un libro, di Giuseppe Sansonna) “Il ritorno di Zeman”. E lui dimesso, sembra Monicelli, sminuisce: «Venite tutti da me perché nessuno vi dice le cose come stanno. Io sono normale sono gli altri che sono degli alieni».  Che è invecchiato lo capisci non solo dal fatto che non può più giocare a tennis e se ne lamenta, ma anche dai sorrisi che esibisce quando racconta, con ironia, come è, come è diventato così. Per quanto sia italiano dal 1975, rimane un uomo dell’Est, di quelli attenti che fanno della capacità di rubare i dettagli: una forza. Il suo sguardo, non ha corrispondenze nel mondo del calcio. Come la sua profondità, non c’è un altro allenatore capace di tenere così alta una conversazione, e no, non è un guru Zeman, ma un uomo libero. Che può permettersi di andare ad aspettare Casillo fuori Poggioreale e sorprenderlo, di chiamare Beppe Signori e di mettersi in fila, a San Pietro per rendere omaggio all’uomo Wojtyla. Oltre lo stile, ha un metodo, singolare, e ancora si entusiasma per le combinazioni riuscite, come questa mattina in allenamento. È devoto alla semplicità del bello, dell’essenziale, ma dietro, c’è una applicazione e una combinazione che solo chi aveva tante vite e tante storie come lui, poteva cucire insieme. «Le mie verticalizzazioni, vengono dall’hockey, l’allenamento sui gradoni dalla pallavolo». È come se avesse sincronizzato gli sport in quello che gli riesce meglio. Davvero è oltre la banalità del risultato, e se fosse meno fedele a se stesso oggi guiderebbe una grande squadra, «Sono contento così e poi un allenatore non sceglie, è scelto». Zeman non solo conosce le coordinate e gli schemi del calcio, e fa giocare le sue squadre sempre al presente, è come se dicesse conta l’adesso non il dopo, nemmeno quello immediato dei minuti successivi, è come se dicesse conta lo stile, che tu vinca o perda. Non si fanno calcoli. «Il calcio è un gioco e come tutti i giochi deve essere imprevedibile». E non generare tristezza. Zeman ha questa vocazione religiosa per lo sport, come i poeti ce l’hanno per i versi e gli attori per i film, e vederlo contento, con una squadra di ragazzini al seguito, in mezzo a un campo verde, sempre dritto che ci sia pioggia o sole, mette speranza. Ha la praticità dei pugili, e si è creato un suo tempo: dentro e fuori i novanta minuti di gioco. Il calcio ha rischiato di perderlo (per un breve periodo è stato così), estromettendolo, ma lui ha le spalle larghe e la pazienza per resistere. Gli avvocati di Moggi e anche diversi giornalisti gli hanno imputato di non aver vinto mai e di parlare per invidia. Lui, a bassa voce, «Se state attenti mi sentite», ha rispiegato che la vittoria nel suo mondo, viene dopo, prima: conta come arrivarci, e se non ci arrivi conta come hai tentato. E loro non lo capiranno mai.

[2012]

 

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3 thoughts on “«Se state attenti mi sentite», due incontri con Zeman

  1. […] e con una bella famiglia – vivono per tornare, per loro lo stress non esiste, come non esiste per Zdeněk Zeman, il calmo per eccellenza, quello che non ha mai fatto distinzioni tra categorie e squadre, quello […]

  2. […] i prevedibili e i sottomessi, immune alla gloria e ai titoli, torna il sovversivo Zdeněk Zeman, con tutto il carico dei suoi azzardi, sostituendo Massimo Oddo sulla panchina del Pescara. Ha […]

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