Il vizio gnostico

Umberto Eco aveva fornito vivaci anticorpi, sia in sede universitaria sia a livello popolare, grazie al metodo di passare al mixer la semiologia con la goliardia, e di disincarnare il testo mostrando la nudità del congegno, ma adesso viene spacciato per un idéologue della sinistra, e quindi anche successi iperpopolari come Il nome della rosa vengono osservati sotto un’altra luce, e lui sembra immusonirsi, come se non lo confortasse più nemmeno il calcolo delle royalty.

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Vero è che ne è venuta fuori una trovata giornalistica fragorosa, tanto che Ezio Mauro ha sentito l’obbligo di schierare su la Repubblica in un ruolo contrapposto Umberto Eco (Le guerre sante, passione e ragione). Ma, come si sa, Eco non vive recluso a New York, non querela i suoi critici come ha fatto la Fallaci perfino con Il foglio (cioè con gente che la pensa più o meno come lei, anche se ha uno stile più disincantato), non minaccia di prendere a ginocchiate fra le gambe né questo Né quello, distingue fra gli islamici fondamentalisti e i musulmani moderati, è affezionato a un concetto analitico di razionalità, non sostiene che il fumo delle sigarette gli fa bene e gli pulisce i polmoni, e inoltre è anche un uomo ricco d’ironia; quindi il confronto non poteva che essere impari.

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Ma subito dopo scatta, neanche troppo sottaciuta, la domanda: in che modo ci saremmo comportati noi, sotto le luci crude dello studio, tutti noi italiani più o meno colti, ma comunque intellettuali da stadio, da caffè e da comunicazioni di massa che, come ironizza Umberto Eco, malgrado l’eventuale laurea in lettere e filosofia, pensiamo che sant’Agostino e san Tommaso siano coevi.

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Perché Umberto Eco va bene, dà lustro alla città, e fa sempre piacere incontrarlo sotto i portici per un aperitivo, anche prima che sia diventato una vedette mondiale con Il nome della rosa, ma nello stesso tempo è la sintesi umana di un’estraneità, uno di fuori.

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Oppure altre densissime parole come «gnosi», che alludeva a una conoscenza o sapienza «altra», parallela al mondo e alla filosofia. Fate la prova anche voi, intervenite in una discussione serale dicendo con espressione compunta: «A me sembra che in tutta l’opera di Umberto Eco, nella Rosa ma soprattutto nel Pendolo, ci sia un vizio gnostico», e vedrete che tutti annuiranno pensosamente, eh sì.

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Talvolta, lo sapete bene anche voi, le telefonate arrivano a proposito. Facciamo che squilla la suoneria («polifonica», direbbe Calasso) e dalle profondità misteriose del DAMS di Bologna la voce di Umberto Eco chiede: Dimmi la verità: tu l’hai letto Il codice Da Vinci? E senza attendere la risposta si getta in un discorso tortuosissimo per dire che come si può capire senza troppe spiegazioni il Codice lo aveva già scritto lui vent’anni fa e si chiamava Il pendolo di Foucault. E com’è allora che questa porcata di romanzo di Dan Brown ha venduto settanta milioni, diconsi settanta milioni per ora, di copie nel mondo, ci hanno fatto un film kolossal, mentre il Pendolo è andato così così? Troppo in anticipo sui tempi? Troppo culturale? Troppo specioso?

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Bastava in genere una telefonata a Umberto Eco per esorcizzare quella tentazione. Per noi razionalisti, dice l’autore del Nome della rosa, cominciando il suo ritornello filosofico, preciso come un juke-box, la tradizione consiste esclusivamente nel mangiare il panettone a Natale e la colomba a Pasqua, o nel recitare con puntualità il proverbio «Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi». Se la tradizione diventa la Tradizione, con la maiuscola, vuol dire che il panettone e la colomba sono di gran marca, e con lo zucchero a velo in busta a parte. Quanto a me, aggiunge, ho già avuto modo di giudicare: e ho sentenziano a tempo debito che Evola è il Mago Otelma della filosofia del Novecento.

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Succede con Il nome della rosa, in cui i lettori hanno trovato ciò che da tempo stavano cercando a tentoni. Il Medioevo, l’età feudale, i contadini di Linguadoca, Duby, Le Goff, Le Roy Ladurie, i monaci, un giallo, una profezia, e un libro in cui Umberto Eco ha provato a infilare tutta la sua cultura, nel tentativo fallito di assassinare il romanzo insalsicciandolo di filosofia e teologia medievale. Infatti i lettori – mica sono scemi – appena si accorgono che l’autore ha attaccato la predica filosofica saltano con l’occhio dove riprende la trama, e si divertono moltissimo a dispetto delle intenzioni teologiche del professore di semiologia e della immensa cultura filosofica. Il fatto è che grazie al cielo un romanzo non è un film: al cinema, durante il film di Benigni La tigre e la neve, non si possono eliminare le ottanta citazioni letterarie che Cerami ci ha scolpito dentro, da Cervantes a Paolo Conte, e quando la coppia dei due piccoli diavoli, Benigni e Cerami, rivela l’inghippo, ci si sente più stupidi e ignoranti, a meno che non prevalga la voglia bastarda di prenderli a bastonate per i loro gratuiti giochetti. Su una sdraio, invece, sotto l’ombrellone, Umberto Eco può lamentarsi e reclamare fin che vuole, sensibilizzare anche il bagnino, rivolgersi al barista in cerca di supporto, ma delle sue elucubrazioni medievali non c’importa niente, e ancora oggi, passati tanti anni, in attesa del bagno ristoratore vogliamo sapere solo come va a finire la storia, chi è l’assassino, fra tutti quei frati.

[abbiamo trasmesso: “Il vizio gnostico: Umberto Eco visto da Edmondo Berselli”]

 

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