Mihajlovic: carattere, scarpe, tradizione

Siniša Mihajlovic è carattere, scarpe, tradizione. In queste tre parole c’è il suo ritratto. Il carattere: lo ha portato da Milano – sponda Inter come vice di Roberto Mancini – a Milano –sponda Milan come speranza di rinascita – dove l’altro giorno Silvio Berlusconi festeggiando i trenta anni di presidenza gli ha anche dato il programma dei mesi a venire: «deve vincere sempre». La scorsa estate il suo percorso circolare sulle panchine poteva passare per Napoli, se ne parlò molto, Aurelio De Laurentiis poi scelse Maurizio Sarri stupendo tutti. Il carattere di Siniša lo ha portato ad allenare Bologna, Catania, Fiorentina, la nazionale serba, la Sampdoria e ora il Milan. Il suo girone d’andata non è stato esaltante, ma non ha mollato, c’ha creduto e ora eccolo ad insidiare il terzo posto come aveva promesso a inizio stagione. È sempre stato così, un duro, anche quando giocava, spigoloso, difficile da tenere, univa guizzi serpigni al gran tiro, senza mai perdere di vista la concretezza del gioco, e tirava punizioni che erano interviste (ha ancora il record in serie A: 28), la cui somma è stata la sua biografia in campo. Dove, anche da allenatore, continua ad andare a prendere i suoi giocatori (domandate all’indolente Balotelli) con molto carisma e usando le mani. «Io sono cresciuto nella scuola dell’Est: a quei tempi, quelli del comunismo, il giocatore di calcio era un po’ come un soldato, doveva obbedire e basta. Quando sono arrivato da voi, mi sono accorto che qui i giocatori invece parlavano con l’allenatore. Io oggi capisco se un giocatore chiede spiegazioni, ma poi deve fare quello che gli chiedo». Le scarpe, possono sembrare un dettaglio, ma è nelle scarpe che Mihajlovic nascondo la sua ambizione. La sua misura è il 42 ma calza il 45, dice che gli piace, l’ha confessato in tivù da Alessandro Cattelan (col quale si mise anche a tirare punizioni dal tetto del palazzo di Sky, cercando di centrare delle piccole piscine: riuscendoci, sì all’uomo piace giocare e non si tirerà mai indietro rispetto a una sfida, lo fece anche col portiere Viviano, segnandogli sempre), dice: «sono alto ma ho i piedi piccoli e invece mi piace mostrare la lunghezza delle mie scarpe». Un artificio, come la sua umiltà e volendo anche il suo calcio. Non è un maestro, e forse non lo sarà mai, ma è uno di quegli allenatori scomodi che se lo lasci fare la stagione te la porta a casa. Un allenatore coraggioso capace di mandare il sedicenne (Gianluigi) Donnarumma all’assalto della porta di Diego López. Avendo ragione. Coraggio che ha anche nelle uscite naïf che sorprendono e funzionano, come quando a Genova si presentò a guidare la Sampdoria – lasciando la nazionale serba, che per uno con la sua testa e le sue convinzioni non è una cosa facile – e citò John Fitzgerald Kennedy: «Non chiedetevi cosa può fare la Sampdoria per voi, ma cosa voi potete fare per la Sampdoria». Negli anni ne ha chiamati molti in causa, in un postmodernismo artigianale che mescola Walt Disney a Churchill, Giulio Cesare con Che Guevara, Einstein con Dante. Impiega un mucchio di tempo per dare un gioco – che gli somiglia moltissimo: il suo modulo ideale è il 4-3-1-2 ma usa anche il 4-3-3 e il 4-2-3-1– ma quando ci riesce, passando senza mediazioni ai calciatori la sua ambizione, come nel girone di ritorno del suo Milan, allora apparecchia squadre tignosissime, che ti fregano in ripartenza e resistenza. Scava trincea, disegna linee difensive e aspetta per colpire, in questo concorre la sua formazione culturale, che per brevità diremo Tradizione, e che gli ha portato non pochi problemi, si scomodò persino Adriano Sofri – in versione tifoso dissenziente – quando Mihajlovic stava per sedersi sulla panchina della Fiorentina. Il suo modulo è un classico: Dio, l’onore, la patria e la famiglia, che applicato in Serbia diventa un mucchio di aneddoti che gli pesano sulle spalle: Ratko Mladić, criminale di guerra, diventa: «un grande guerriero che combatte per il suo popolo». Contestata è la sua amicizia mai rinnegata con Zeljko Raznatovic, conosciuto come la tigre Arkan «è stato un eroe per il popolo serbo», che quando c’era la caccia al serbo da parte dei croati, gli permise di mettere in salvo la sua famiglia. Se si contestualizza, e si sa che mentre giocava, Igor Stimac, difensore croato dell’Hajduk Spalato, gli disse: «Prego Dio che i nostri uccidano tutta la tua famiglia a Borovo», e che a difendere Borovo c’era Arkan con le sue truppe paramilitari, si capisce perché Mihajlovic non ha mai rinnegato quella amicizia, nonostante il resto della biografia del criminale. Era una guerra, e come diceva Majakovskij che non ha allenato ma avrebbe potuto: «Mai più potrai dimenticare la terra con cui hai diviso il freddo». Quel freddo e la propria terra se la portano dietro tutti quelli che han visto la Jugoslavia andare in pezzi. Chi viene da una storia così acquisisce una capacità maggiore di adattamento, e come è successo a Mihajlovic anche una continua trasformazione delle conferenze stampa in sedute di analisi: «Le persone cambiano. Quando ero giovane andavo a sottrazione, andavo a dividere il noi dagli altri, avevo bisogno dei nemici perché era quello che mi stimolava. Ho imparato tanto, ho capito tante cose e ora punto ad accumulare esperienze. È facile essere amati da una squadra dove hai giocato, è una sfida invece convincere gli scettici». Per uno cresciuto per strada, salvato dal calcio «avrei fatto il ladro, o il pugile, niente di buono», è un buon inizio.

[uscito su IL MATTINO]

 

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One thought on “Mihajlovic: carattere, scarpe, tradizione

  1. […] «Ma camma fa?». Stare in porta Pepe, come fa Gigio, come lo chiamano tutti, a cominciare da Siniša Mihajlovic che l’anno scorso l’ha fatto esordire in serie A e poi ce l’ha lasciato, dimenticando Diego […]

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