Francesco Totti, sentimento popolare

Francesco Totti prima che un calciatore è un sentimento popolare, che si è annodato a Roma e alla romanità. Per questo ogni cosa che lo riguarda non può essere una cosa normale. È l’ultima vera bandiera del calcio italiano. La sua discesa in campo è stata fondamentale per la Roma e per il pallone, non è un caso che il nodo più critico del mondiale tedesco nel 2006 l’abbia sciolto lui, con un rigore al novantesimo contro l’Australia, liberando-ci verso il titolo. Lippi lo aveva aspettato, e lo vorrebbe veder giocare fino a 50 anni (in Cina, forse). Non è un caso che lo scudetto alla Roma sia tornato con lui, e le stagioni migliori degli ultimi trent’anni della squadra gli appartengano. Insomma, ha ragione quando dice: «io non posso finire così». E prima con una frase da commedia di Ettore Scola aveva detto a un giornalista spagnolo che reclamava una battuta per la partita col Real Madrid: «Che ce fai con me oramai?». Forse disegnandosi un involontario futuro cinematografico. Ma Totti non vuole smettere, e per questo ha rilasciato una intervista alla Rai dove reclama rispetto, e il suo nuovo allenatore Luciano Spalletti, vistosi scavalcato, l’ha cacciato dal ritiro e messo fuori squadra. Il contesto è che la Roma ha una presidenza negli Stati Uniti (James Pallotta) e vari delegati nella capitale, indistinti e forse senza cuore. Sì, perché siamo al solito bivio: ragione e sentimento, e la ragione quasi mai cede il passo ai sentimenti. Così, il sentimento popolare, Totti, rischia di fare la fine del flaiancesco marziano innestandosi sui canoni arbasiniani, e passando innaturalmente come solo lo sport sa fare: da venerato maestro a solito stronzo, e per di più annoiando il pubblico pagante e non: per un esaurimento di stupore. A guardarlo col cuore, aggrappato ai campi, mentre le partite in tivù vengono introdotte da un suo spot dove recita un agente alla James Bond ma col numero dieci sulle spalle, fa molta tenerezza, e a vederlo negli ultimi scampoli di partita, come un esordiente, pure. Un cavallo azzoppato che prova ancora a piazzarsi. Tutto ri-comincia col la restaurazione di Zeman alla Roma, allora Totti era grasso y final, ma lui lo rimise in piedi e a dieta, divenendo la sua Cocoon. Il problema con i profeti come Zeman è che ti fanno vedere quello che non c’è, o se davvero si può arrivare a quello che non c’è, servono loro. Con Garcìa, il capitano si eclissa, a volte torna, sembra tenere ai record e a qualche gol, ormai è un sorianesco monumento a se stesso e alla pelota, e tutti accondiscendono: arbitri, avversari e persino curve. Poi la crisi della squadra, il ritorno di Spalletti, e il bisogno di un pragmatismo che non può permettersi la vecchia gloria. Bisognava dirglielo prima, oppure misurarlo davvero fino a mostrargli il limite, mediare, trovare una soluzione, perché va bene tutto, ma conterà qualcosa anche l’essere stato e il provare a essere ancora, o no? Totti si impegna, sfoggia un fisico non da pensionato, ed ha ancora molti numeri, ma il problema è che spesso la sua indolenza in campo prevale sullo spirito di esserci. Potrebbe ancora starci, in misura minore. Ora che per la prima volta si pente di non essere andato al Real Madrid, di aver incarnato er core de Roma, lo stesso che è in quota statunitense e guarda dall’altra parte. È una storia sbagliata, difficile, ma meritava un linguaggio e dei gesti diversi. Spalletti ha usato un metodo putiniano, per un uomo che forse meritava una chiacchierata alla Aldo Fabrizi. È mancata proprio la romanità, quell’elasticità accomodante che la capitale da secoli insegna a tutti: barbari e non. La capacità di inclusione, che poi è il limite di Totti. Troppo, troppo romano. Al punto di pensarsi eterno. Senza prendere in considerazione la fine. È sempre difficile tornarsene a casa dopo una vita spesa per i campi di pallone da protagonista, per questo chi ha beneficiato di quei passaggi in tutti questi anni, doveva prepare meglio l’uscita, che è divenuta cacciata. Forse c’era una strategia, forse no. Nel secondo caso è anche peggio, perché la sciatteria è maggiore. Pensare a Totti come un problema e non come un mondo, è da stupidi. Che Totti debba ricorrere a uno sfogo per essere visto è assurdo e può accadere solo nel calcio italiano. Poi, buttare via la propria bandiera – in un calcio senza bandiere – significa cancellare la propria storia.

[uscito su IL MATTINO]

 

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5 thoughts on “Francesco Totti, sentimento popolare

  1. Alfredo Gambarota ha detto:

    Sei impeccabilmente grandioso nella scrittura, sei un inguaribile romantico e poeta
    anche se non sono d’accordo.Sempre giu’ il cappello.

  2. rodixidor ha detto:

    Totti, l’ultimo, o forse l’unico calciatore con la maglia tatuata addosso. Lo hai saputo esprimere bene tu, il ragazzo romano che va oltre il calcio E’ il capitano, è la squadra di Roma, come e più di Sabrina Ferilli ne rappresenta “la grande bellezza”.
    Unico epilogo possibile: Totti scende dalla tribuna, invade il campo per portarsene via il pallone fra l’ovazione dei tifosi. 🙂

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