Una questione privata

Caro B.,

rispondo con ritardo alla tua lettera, ma come ti avevo scritto qualche mese fa, sto facendo un viaggio in Italia. Non hai atteso invano, però. Sono stato ad Alba come mi chiedevi. Salendo dalla Liguria, con un treno – che bordeggiando la Francia arriva in Piemonte – pieno di ciclisti e tedeschi. Un viaggio breve dilatato dalla lentezza e dalla compagnia di una lingua ostica che mi saltava nelle orecchie. Il paesaggio impervio ligure alla fine ha ceduto il passo alle larghe pianure del tuo Piemonte. Ho dovuto cambiare due treni per raggiungere Alba nel pomeriggio. Ti confesso di essere stato tentato da Bra, paese di Giovanni Arpino. Mi incuriosiva sapere dove guardava e giocava a calcio quel gran matto. Ma avevo promesso e allora mi sono trattenuto, ho chiuso gli occhi e ho detto addio allo scrittore de “La suora giovane”. Sai ho provato a immaginare questa linea ferroviaria durante la lotta di liberazione, doveva essere tutto un fermento, ora è stazioni chiuse, orologi fermi, erbacce e scritte sui muri, come tante, dalla Sicilia a qui, ne ho viste d’abbandonate, spente, devastate eppure ancora in piedi come in attesa di un ritorno. Posti da nostalgia. Mondi sommersi. Siamo un paese da treno che sogna il cielo. Questi luoghi ci raccontano da dove veniamo. E noi guardiamo altrove. Tanto chi li prende più i treni? Io, Kabir che viene dall’India e Rashid magrebino. Siamo in tre, nei due vagoni che vanno avanti e indietro su questa linea morta.

Alba conserva l’aristocratica eleganza, e il colore rosso. Un rosso smunto, che vira sull’arancio spandendosi in un arcobaleno composto di strade. Si atteggia a città, ma niente riuscirà a toglierle l’odore di provincia. I difetti del circolo chiuso. L’aspirazione a migliorarsi, al salto. Tutto si svolge all’ombra materna della grande fabbrica-famiglia: la Ferrero. Controllano economia, cultura e gusto. È euforica, ricca, affollata. Un acquario pieno zeppo di specie che si scontrano con eleganza. Sfilate di donne, anche molto belle, che in bici mostrano le cosce e vitelloni prigionieri del ruolo che mugugnano ai lati, lungo il corso. Negozi con vetrine sgargianti alle loro spalle, facevano da giusto corredo ai pensieri voluttuosi che si sprigionavano. Insomma noia e attese. Sguardi, desideri, passioni e voglia d’andarsene. Non che qui non si trovi lavoro, anzi. Tra le imprese vinicole, quelle tessili e la Ferrero, figuriamoci. Lo so che tu hai negli occhi ancora quella che soffriva lo scorazzare della brigata nera “Muti”, e gli sforzi fatti per liberarla, e che questa, forse, faticheresti a immaginartela. Sembra di vederti alzare le spalle, sorridere e chinare il viso per accenderti una sigaretta, e gettando fuori il fumo farti passare quel cattivo pensiero. Hai fatto bene a partire, sei andato a stare meglio, come meritavi. Sai che adesso sono in molti a rifare il viaggio che ti convinse a mollare tutto e andartene? Sì, vengono tutti in Gran Bretagna sulle tracce dei fari costruiti dagli Stevenson. Pensa, è anche uscito un gran bel libro (che ti allego) di un pittore italiano: Giorgio Maria Griffa, “I fari degli Stevenson”. E poi tu hai scelto un posto seducente, difficile darti torto. La Cornovaglia, verde incanto: rocce, mare, silenzio. Ho appeso la foto della tua casetta di Port Isaac, e non ti nascondo che spesso la guardo con invidia. Sotto ho appuntato una poesia di Pavese: “the cats will know”. Noi continuiamo ad avere sulla testa quella che tu chiamavi “nube nera”. Mi ostino a pensare che questo periodo – come i periodi di bassa salute per gli uomini – sia solo un passaggio, brutto, pessimo, di cadute e dimenticanze, ma passerà, ne sono certo. Come sono passati gli inverni in montagna, i sacrifici, la neve e gli spari. So bene che la mia generazione non è la tua, c’è più pigrizia e meno slanci, ma resto fiducioso. Mi ostino a pensare che il tuo sforzo, sia servito. Sono felice davvero per te, i tuoi libri, hanno preso il largo, si sono meritati il giusto spazio. Sei diventato un esempio. La tua lingua è un classico da studiare, capire, riprodurre. E anche la laurea – come avevi profeticamente detto – te l’hanno portata a casa. Il tuo “Partigiano Johnny” è considerato una delle prove migliori della nostra letteratura. Forse oggi avresti difficoltà a pubblicarlo, per come è complesso. E poi usi una lingua altra, che nasce da una che non si trova, che tu solo conosci. Hai avuto coraggio, hai saputo aspettare, hai scritto una vera e propria epopea, e forse nemmeno ci pensavi, potranno fare di tutto ma non dimenticarti. Ma tu ne avevi coscienza? Sai, ci penso spesso a questa storia, secondo te: Joyce, i Beatles, Simenon, chessò Dylan, avevano coscienza della loro grandezza?

E adesso la tua opera è diventata anche un percorso. L’ho rifatto. Sì, sono stato anche a Murazzano, che doveva essere migliore, come lo era questa terra, chi diceva: “mai più potrai fare a meno di amare la terra con la quale hai condiviso il freddo”? Majakovskij? Chissà. Sono andato anche a San Cassiano, ecco quel posto conserva qualcosa di magico, come se l’aria rilasciasse ancora l’eco di una grande impresa. No, niente più alito della morte, ma qualcosa che ne attesta il suo lungo soggiorno, compreso di sforzi, corse e fughe per non cederle. La fattoria, che era la vostra base, ha una bellezza spartana, e anche se fosse stata diversa, è un simbolo, e quelli sono e basta. Ho anche risalito il Tanaro lungo le Rocche da Altavilla a Barbaresco, il fiume resiste, in questi giorni è in bassa, di una magrezza africana, ma conserva uno splendore antico, magnetico, che mi ha stupito. Prima ero passato per la frazione di San Rocco Seno d’Elvio nome bellissimo almeno quanto la tua Fulvia che faceva girare la testa a Milton. Ad Alba ho incontrato tua figlia Margherita. Occhi chiari, che trasmettono confidenza immediata, dietro una sbarazzina montatura blu. Mi ha confessato di quando per leggerti doveva fare la staffetta fra i tuoi racconti e il vocabolario. Dei tuoi libri adora  “Malora”, e dopo che lei mi aveva parlato a lungo di Agostino e del suo sacrificio, l’ho riletto. E davvero un gioiello. Durissimo proprio come la terra che deve smuovere. Come gli ordini del granitico Tobia. Come la vita per chi non ha fortuna. Ha una lingua veloce, affilata, che non cede mai al compiacimento. E al ritorno in treno ho trovato un nuovo Agostino, un gigante nero, un Forest Whitaker senegalese, che fa la spola tra Alba e Bergamo. Fra la terra e le bestie. Non va a casa da due anni. Aveva negli occhi la luce di chi sa sperare ancora. Di chi nonostante tutto sorride, si accontenta, e sogna solo il ritorno, con un po’ d’amore, magari, da dividere.

Ho letto con piacere l’antologia di scrittori inglesi che mi hai inviato, ho poco da contrapporre. C’è la dittatura del genere, invece, bisognerebbe scrivere senza logica per confutare ogni genere. Ecco, dovendo scrivere, comincerei da questo. Sì, anche il viaggio che vado facendo, sta per finire, manca poco. È stato un viaggio di formazione, seguendo quella che tu chiami “superba volontà del fare”, in nome della memoria, scoprendo che non c’era nessuna memoria, se non frammenti illusori di questa. Andare nei luoghi di alcuni scrittori è stato anche un pretesto per sentire lo stato delle cose. Piccoli o grandi i posti, visti, mi sono sembrati ugualmente smarriti, nel migliore dei casi lontani dal vero o impiastricciati, truccati fino al ridicolo pur di apparire reali. Nel degrado, nel loro lasciarsi andare, si può cogliere anche la rinuncia a ricordare. Ho chiesto in giro, inseguito conoscenti e amici, ho cercato di raccontare e smuovere, non credo di aver fatto molto o di averlo fatto bene, so che dovevo farlo.  Ho ascoltato e cercato di capire, ho camminato e visto, giudicato e riletto, ho vagato per cimiteri – e spesso nel loro silenzio hanno detto di più dei posti vivi –, ho visto altri paesi che non c’entravano nulla con il viaggio ma che sembravano starci uguale, erano di strada, non avevano scrittori o motivi utili, mi sono fermato per riprendere fiato, voglia, storie. Ed ora ho questo senso di inutilità, mentre ci ripenso e ti scrivo. Sto traducendo “Youth” di Joseph Conrad, seguendo il tuo consiglio, e che poi ti invierò per una revisione. Ascolto i Marlene Kuntz, un gruppo delle tue parti, e cerco di accontentarmi come sai.

[uscito su Il MATTINO, 1 marzo 2005]

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