Disneyland con l’herpes

Prima ancora che il Messico divenisse l’immagine dell’orrore dei nostri giorni, prima ancora che i parchi a tema finissero per raccogliere non solo il bisogno di divertimento ma anche le perversioni collettive: in ogni forma, grado e combinazione, Juan Villoro aveva scritto “Piramide” (Gran Vía, traduzione di Maria Cristina Secci, 256 pagine, 14 euro). E a leggerlo oggi fa impressione. Non tanto per l’attualità, il ritmo, le felici intuizioni, e la capacità di raccontarle, ma per la vicinanza tra realtà immaginata e realtà. Come un Ballard, ma in lingua spagnola, Juan Villoro – che non è solo uno scrittore ma anche giornalista in un Messico difficile da raccontare, decifrare, restituire – ci mostra uno dei suoi tanti registri (è ancora poco tradotto in italiano), e spiazza il lettore, lo diverte e angoscia trasportandolo in un luogo assurdo: La Piramide, un hotel al limite della rovina, ai margini di Kukulcan, con pioggia e topi, diventato parco del terrore. Dove puoi trasformare le tue paure in realtà, puoi cimentarti con la guerriglia e i sequestri, puoi muoverti tra ragni velenosi e pesci feroci, che non sono la parte peggiore del posto, dove può capitare di dover imparare che per crescere non è che servano le ginocchia. C’è una vena surreale che man mano che si avanza nelle pagine il lettore acquisisce, fino all’assuefazione, un crescendo di deliri e orrore, paure e anche molte risate. Se pensate che si mescolano narcotraffico ed heavy metal, omicidi e desideri sessuali, i maya e tanta letteratura: da Borges a Bolaño, da Bukowski a Chandler. A gestire La Piramide, c’è Mario Muller spacciatore di situazioni e inventore di questa «Disneyland con herpes», a raccontare invece c’è Tony Gongora, ex bassista tossico – un concentrato di sfighe da fare invidia a Dickens: zoppo per un incidente d’auto, senza un dito per un petardo, e in più ha perso l’amore e ricordo – la cui visione non è proprio lucidissima, e per questo due volte avvincente, il lettore non sa mai bene quanto i personaggi siano realmente presenti nella storia, creando un corto circuito tra rassicurazioni e visioni. Perché non saprà mai quanto la conversione delle proprie ansie (entrando a La Piramide) in prova reale sia vera. È la paranoia ricreativa che diventa storia. «Non vendiamo tranquillità. Su tutti i giornali del mondo pubblicano notizie orrende sul Messico: corpi mutilati, volti sfigurati dall’acido, teste mozzate, una donna nuda appesa a un palo, pile di cadaveri. Tutto ciò provoca panico. E questo, per assurdo, è ciò che vuole provare certa gente che vive in posti tranquilli. Se sentono paura, significa che sono vivi: vogliono riposare sentendo paura. Quello che per noi è orribile per loro è un lusso. Il terzo mondo esiste per salvare gli europei dalla noia». Invece, i messicani non hanno bisogno di guerre simulate, né di alterazioni perché è tutto già alterato, marcio, orrendo in modo esponenziale, e Juan Villoro l’ha raccontato in modo parossistico.

[uscito sul IL MATTINO, Febbraio 2014]

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3 thoughts on “Disneyland con l’herpes

  1. […] mio blog –“Herzog” – conoscendo un po’ il Messico, che avrebbe dovuto parlare con Juan Villoro, oltre a leggere i suoi articoli e i suoi libri, e che con i soldi che percepiva e il potere di […]

  2. […] mio blog –“Herzog” – conoscendo un po’ il Messico, che avrebbe dovuto parlare con Juan Villoro, oltre a leggere i suoi articoli e i suoi libri, e che con i soldi che percepiva e il potere di […]

  3. fabiomingarelli ha detto:

    c’è bisogno di morte per sentirti vivo e
    c’è bisogno di malattia per sentirti sano

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