A spasso nella Ferrara di Giorgio Bassani

Ferrara è cinema naturale: girando in bici, lo sfondo corre, si dilata, acceleri, rallenti, ti fermi, riparti. Le facciate si accavallano, le strade sembrano fatte per essere guardate in corsa, così, capisci anche perché Antonioni insiste a filmarla. Ma siamo qua per Giorgio Bassani, la sua letteratura ha fatto nodi con la storia e gli angoli di questa città: piazze, strade, chiese, palazzi, e in giro: i suoi personaggi, che si perdono, ritrovano, soffrono, fuggono, si amano, muoiono. Facile rubare pagine e veder camminare fantasmi mentre costruiscono e disfano trame. Ogni volta che qualcuno apre un libro, mette in circolo parole, rianima la giostra, accende il motore, i ricordi, le facce di Bassani. Poi qui, a Ferrara, tutto può durare in eterno, senza esistere veramente. Il tempo è immobile. La sua geometria: avvolgente. Prospettive, aperture e chiusure, profili di palazzi, archi e lunghi portici, silenzio, e verde. Pedaliamo inseguendo un ipotetico percorso bassaniano, saltando da romanzi a racconti, senza logica, aprendo a caso i suoi libri. La nostra prima meta è l’antico ghetto ebraico, il nido delle “Cinque storie ferraresi”. Via Vittoria, via Vignataglia, via Mazzini. Qui la luce è ancora meno presente. Velata dalla conformazione delle case, sfugge e riappare, filtra fra gli spazi, si dirama, spezzetta, fino a diventare fastidio. Alimentando il fascino decadente dei racconti. È difficile immaginare l’orrore delle persecuzioni in un posto elegante come questo. Qui la vita ci starebbe per sempre. Cullata dal ritmo ondoso, pacifico: di amori, lavoro, uomini e donne. Proprio come nel giardino dei Finzi-Contini. Questo quartiere ha la quiete e il silenzio di chi è costretto ad avere memoria della violenza. È un continuo incontro di storie, sovrapposizioni di gesti e avvenimenti: ora siamo in corso Ercole d’Este: “questa strada così nota agli innamorati dell’arte e della poesia del mondo intero che ogni descrizione che se ne facesse non potrebbe non risultare superflua”, qui c’era la casa e forse il giardino dei Finzi-Contini, la bella Micòl e i suoi capelli biondi, lisci, trasparenti, affacciata per sempre, pronta a consolare, basta guardarla, immaginare di scavalcare un muro e starle accanto, senza nemmeno sfiorarla, è nel ritardo, nell’attesa che cova e vive la felicità. In fondo, c’è il palazzo dei Diamanti, vanto di Biagio Rossetti. Ci siamo lasciati alle spalle la casa di Lidia Mantovani, in via Salinguerra. Andiamo alla Certosa, lì ne troveremo di gente allacciata, che si promette eterno amore. Come quinta il delicato cimitero ferrarese: unico, nel panorama italiano. Pedalando facciamo i conti con il fiato e con le improvvise illuminazioni, che escono dallo sforzo fisico e ci consegnano lampi di pagine lette chissà quanto tempo fa. Quelle di Bassani erano manovre, e colpi d’alta scuola. Tranquillo accerchiamento, oppure immediato stupore, ritmo, ma sempre con aplomb. Leggendolo si ha l’impressione di veder correre e giocare un uomo che non suda, si produce in gesti atletici senza fatica. Gli viene facile stupire, anzi, ha l’imbarazzo della scelta per lasciare di stucco. Colpi su colpi da sfoggiare. Intimorisce l’avversario e lo vince. Sembra di vederlo: rispondere a una volè sul non perfetto campo da tennis dei Finzi-Contini. Battere e ribattere, come ha fatto con le sue storie, giocando alla perfezione, raschiando, tornando indietro, in un lento percorso a ritroso che in realtà gli stava garantendo il futuro. “Il passato non è morto […], non muore mai. Si allontana, bensì: ad ogni istante. Recuperare il passato dunque è possibile. Bisogna, tuttavia, se proprio si ha voglia di recuperarlo, percorrere una specie di corridoio ad ogni istante più lungo. Laggiù, in fondo al remoto, soleggiato punto di convergenza delle nere pareti del corridoio, sta la vita, vivida e palpitante come una volta, quando primamente si produsse”. Non poteva lasciare storie slabbrate – che in realtà non lo sono state mai – annodate a una città lineare. Ha cucito vicende, esistenze, personaggi, luoghi, che sono specchio, doppio; ha riprodotto l’inesistenza della città. Ha colto l’etereo messaggio che gli veniva da un luogo amato, sentito, capito, fino a essere duplicato con meticolosità, barando. Eccoci in piazza Ariostea: casa di Athos Fadigati, il medico protagonista de “Gli occhiali d’oro”, consumato dalle chiacchiere sulla sua presunta omosessualità; e poi giù giù per Corso Giovecca, fino a via Cisterna del Follo I, dove Bassani aveva vissuto. E dopo in via Borgovado per vedere la chiesa di Santa Maria in Vado: “con la scura facciata da un lato, il buio varco di via Scandiana di fronte”. Pedaliamo masticando indirizzi, associandoli a personaggi e nomi, come se esistessero sul serio: via Campofranco: casa di Geo Josz, via Madama: Bruno Lattes, via Mentana: casa di Edgardo Limentani che in una livida domenica d’inverno del 1947, esce per andare a caccia sul Delta del Po ne “L’airone”. Il fiume è un tavolo liscio, che corre dritto. Uno di quei tavoli d’acciaio da mensa operaia, quasi stona con le raffinate forme della città. Per vederlo bisogna uscire dalle mura. Parallelo alla cinta, sfila come uno scolaro diligente. Pettinato, in ordine, con l’aria di chi ubbidirà in eterno. In realtà lui, come tutti, recita una parte, qui: timido, sommesso, aspetta che l’ombra torreggiata di Ferrara, sia lontana, per gettarsi in larghe curve, rompere campi, per esplodere in salti di briglia, e perdersi, lambendo i paesini dell’entroterra emiliano, sfogando con loro la rabbia sedata di fronte alla bellezza.

il quadro che ritrae Giorgio Bassani è di Carlo Levi (1953)

[uscito su IL MATTINO 4-3-2006]

 

 

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