Maran: le tavole tattiche e il vino di Hemingway

Rolando Maran il dispensatore di Tavole tattiche. Come il José Arcadio Buendìa di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”, rinomina spazi e posizioni per non perderne la memoria, così ha uno spogliatoio zeppo di tavole che raffigurano il cosa fare del campo e del pallone. In più, è uno stabilizzallenatore, che ogni squadra vorrebbe. Unisce alla tattica e alle tavole divulgative, una passione che gli viene dalla sua biografia, guida il Chievo dove è cresciuto ed ha giocato, da capitano, quindi è annodato alla storia della squadra: «Io e il club abbiamo debuttato insieme fra i pro’, nella vecchia C2. Sono rimasto nove anni. Venivo dal Benacense Riva, prim’ancora dalla Primavera del Trento. Siamo saliti in B con una partita memorabile a Carrara all’ultima giornata. Poi Valdagno, Carrarese, Fano: la mia vita calcistica sta tutta qui. Ero un difensore muscolare, l’avvento della zona mi ha aiutato a leggere le partite. Sono diventato allenatore convinto dai miei ultimi tecnici: Silvio Baldini mi ha voluto con lui, sempre al Chievo, ho cominciato qui». A guardare il suo contratto, prima ancora del cammino in campionato, sembra che sia un investimento a lungo termine che il presidente Campedelli (che conosce da anni, e col quale ha un rapporto privilegiato)  ha fatto con un tre più due, una era per il calcio di oggi. Maran da stopper si porta dietro quella timidezza che diventa durezza, fino a raggiungere il ruolo scostante in un mondo di intrattenitori. Figlio di una casalinga e un piccolo imprenditore, suo padre aveva una ditta edile di pitture e rivestimenti, dove avrebbe giocato titolare se non avesse seguito tutto quello che rotolava: «Ho giocato anche a pallavolo, ma senza speranze. Poi il calcio ha avuto la meglio. Da grande mi sono appassionato allo sci». Il calciatore che gli ha passato la voglia di correre dietro al pallone è stato Gianni Rivera, anche se a lui è capitato di dover inseguire e marcare Roberto Baggio, evoluzione del mito Rivera. «Voglio un calcio propositivo. Mi piace l’aspetto offensivo, forse perché ho fatto il difensore. Voglio che la squadra sia artefice della propria prestazione. Chiedo aggressività. L’approccio deve essere forte, per esaltare le qualità». È un amante della lentezza, sa che si vive di lenta costruzione, forse perché ha una grande forza interiore e la Bibbia sempre sul comodino, non a caso il suo motto è di David Livingstone, missionario e medico: “Sono pronto ad andare ovunque, basta che sia in avanti”. È arrivato a 49 anni in serie A, col Catania (stabilendo il record di punti della squadra nella massima serie), anche se la meritava da tempo, «Non ho mai capito il guardiolismo, la moda di fare tutto in fretta», anche se dovrebbe sapere che – soprattutto in Italia – c’è stata una deriva del fenomeno. Maran è uno che si fabbricato da solo, con una concentrazione su ogni dettaglio delle fasi di gioco, «Ho costruito tutto sul lavoro: posso vincere o perdere, ma sono sempre in pace con me stesso. Alleno a porte aperte, uso i rilevatori gps, non i droni, bastano le telecamere fisse», la sua tesi a Coverciano era sul posizionamento della difesa sui calci d’angolo. Un manifesto programmatico della sua attenzione. Umano troppo umano, Maran, appare come un allenatore a una dimensione tutto concentrato sul campo e le partite, anche perché non vuole sprecare la sua occasione. «Sono un allenatore leale, schietto. Do rispetto e lo pretendo, altrimenti mi irrigidisco. Fatico a vedermi come personaggio». Con questo schema tattico, riassumibile nel principio: rimani te stesso. «Noi allenatori siamo minati e ci chiudiamo per autodifesa, in un ambiente che cerca sempre il caso, il dettaglio poco limpido. Siamo umani, possiamo sbagliare una mossa senza che ci sia un retroscena eclatante. Ma se poi ammettiamo l’errore, l’atto di colpa e di sincerità diventa un segno di debolezza». Quando gli chiedono del modulo viene fuori una risposta da psicanalisi, perché dice che è «qualcosa di coraggioso, per come recuperiamo palloni nella metà campo avversaria. Possesso palla e pressing alto, completano il carattere del modulo che è la proiezioni di quello che non potevo fare da calciatore». Quando invece gli chiedono del carattere della sua squadra, Maran apparecchia con il suo vino preferito: il Valpolicella Ripasso «né da guida Michelin né da tavola, ma un vino di qualità, con il giusto equilibrio, che si fa apprezzare. Come il mio Chievo», che era il vino che stava sul comodino di Ernest Hemingway (forse Maran non lo sa), “Dry, red and cordial, like the home of a brother one gets on with”, scriveva, anche se il Ripasso che piace a Maran, è una tecnica moderna che allo scrittore americano non sarebbe piaciuta: troppa confezione. Che poi è lo stesso processo estetizzante apportato da Maran rispetto ai Chievo del passato, nemmeno la squadra che fu di Delneri giocava con l’intensità di quella di oggi. Maran è un rifondatore, che ha recuperato gli insegnamenti dei padri (Delneri, appunto) ed ha apportato una svolta che produce passi in avanti (come insegna il suo Livingstone) e in classifica, trasformano l’utopia in chance.

[uscito su IL MATTINO]

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