Higuain, 500 partite

Sono così le partite di calcio: pene ed esaltazioni, gioia e pianti. E ora che Gonzalo Higuain arriva a giocare la sua partita numero cinquecento – domenica prossima col Genoa – si può fare un primo bilancio di tutte quelle giocate, tra l’altro nella sua stagione migliore. Quarantacinquemila minuti, circa, che compongono il suo album di sudore, dribbling e gol. Tutto comincia il 29 maggio del 2005, a diciassette anni, Higuain debutta al Monumental nella prima squadra del River Plate, contro il Gimnasia La Plata:  “Quel giorno ho perso, ma è la cosa meno importante, ho goduto della partita, e del mio sogno di debuttare nella prima squadra”. Suo padre Jorge ex difensore proprio del River dirà: “Ha avuto quello che cercava”. Seguiranno altre tre presenze in quel campionato. L’allenatore che gli aprì il campo era Leonardo Astrada, quello che gli diede la certezza della maglia, liberandolo dall’ossessione dell’attesa: Daniel Passarella, e lui ricambiò con due gol al Boca Juniors – 8 ottobre del 2006 –, che in Argentina, sponda River, bastano per tutta la vita: uno di tacco e uno alla Baggio, scartando il portiere. Se cercate il video vedrete un Passarella così felice da non sapere cosa fare, se conoscete la sua storia da picchiatore e uomo fin troppo serio, capirete l’impresa di Higuain, calcistica e umana, ed era “solo” alla sua ventiseiesima partita, con dieci gol all’attivo. La prima rete col River l’aveva segnata il 12 febbraio 2006 contro il Banfield: tocco infido che anticipa due calciatori e portiere, in quel caso Passarella fu inflessibile. In Coppa Libertadores, sei partite con due gol, al Corinthians, due tiri che dicevano: vado in Europa. L’intero Monumental sa – come diceva Osvaldo Soriano – che “il calcio è dubbio costante e decisione rapida” e il campionato argentino somiglia a uno di quei muri dove tutti attaccano manifesti, il risultato è un Mimmo Rotella portato in curva e in petto: sovrapposizione, stratificazione e nostalgia, aspettando che il campione torni (ultimo Tevez). Il generale che decise di aviotrasportarlo a Madrid (sponda Real) era Fabio Capello, gli piaceva che non stesse fermo ad aspettare il pallone (abituato con Antonio Cassano). Con il Real Madrid debutta l’undici gennaio del 2007 in Coppa del Re contro il Real Betis, un pareggio. Invece, segna il suo primo gol nel derby contro l’Atletico: un passaggio d’esterno dell’immobile Cassano – che sembra Zidane – gli apre un corridoio, Higuain lo vede, prima dell’intera difesa avversaria, lo percorre e supera il portiere: a Madrid capiscono che ha il fuoco. In questo caso bisogna guardare la faccia di Raul e il suo abbraccio. Tre giorni dopo debutta in Champions contro il Bayern Monaco. Ma il nuovo allenatore Bernd Schuster dice che non sa dove metterlo. Così deve aspettare che si faccia male van Nistelrooy e che sulla panchina si sieda Juande Ramos per poter dimostrare che non ha problemi col gol, i ruoli e soprattutto le partite intere. La sua “partita” è quella contro il Malaga (4-3) dove segna quattro gol, due su rigore, ma a rivederla, capelli lunghi – a chiodo e fascetta alla Totti – sembra un altro, e appare come il leader della squadra. Dei quattro il più bello è il terzo: un gran destro da fuori area, in questo caso dovete guardare Casillas. In quella stagione ne segna ventidue, con nove passaggi decisivi in trentacinque partite giocate. Quello che adesso si vede anche col Napoli, Higuain è un grande fornitore di assist perfetti che lascia intravedere un futuro da Di Stefano, quando rallenterà potrà sempre arretrare e mettersi a lanciare, che poi era quello che gli piaceva fare prima che arrivasse nelle aree di rigore. Per capirlo basta leggere la sua prima intervista a El Pais dove chiamato a scegliere i suoi modelli dirà: Ortega, Gallardo, Salas e Francescoli, tutti ovviamente targati River, e con il solo Salas vero attaccante. Solo nelle successive indicherà Raul come modello, del quale ha il pragmatismo, se c’è una cosa che viene fuori da queste cinquecento partite – spalmate in sole tre squadre e Nazionale –  è la concretezza di Higuain, la voglia di decidere le partite, di non attraversarle soltanto. Questo si capisce l’anno dopo, annata Manuel Pellegrini, sempre Real, prima di infortunarsi segna tre doppiette contro il Getafe, Valencia e Zaragoza, poi si ferma per tre settimane e quando rientra segna contro l’Espanyol. La partita è quasi finita, Pellegrini lo fa entrare sul due a zero, è un modo per rimetterlo il corsa, al novantesimo riceve un lungo lancio di van der Vaart, che stoppa a mezz’aria liberandosi del difensore e portandosi il pallone in area e poi lo mette in porta. Nel cambio da un piede all’altro c’è la differenza. L’impaccio di Pellegrini ricorda quello di Passarella, si annoda una cravatta già perfettamente annodata. Quell’anno segnerà più del suo compagno di squadra Cristiano Ronaldo, ventisette gol, gli stessi che ha segnato fino ad ora in questa stagione. È il calciatore che permette al Real Madrid di essere la prima squadra a raggiungere settecentesimo gol in Champions League (contro il Milan) e prima di andarsene, stagione Mourinho, segnando una doppietta al Real Sociedad raggiunge i cento gol con la maglia del Real Madrid. Dopo c’è il Napoli, esordio contro il Bologna e gol. In mezzo c’è la nazionale argentina: Higuain come un altro grande argentino, Carlos Gardel, è nato in Francia a Brest perché suo padre giocava lì, tanto che  Raymond Domenech complici le stelle e i suoi l’oroscopi oppure no, lo vide giocare al River Plate e sapendo della doppia nazionalità cercò di portarlo nella sua Francia, senza riuscirci, perché Maradona e il suo fascino arrivarono prima. Nonostante il debutto e il gol, contro il Perù, la nazionale per Higuain è un punto dolente – per altri non lo sarebbero due secondi posti al mondiale e Coppa America – ma giocando con Messi (anche per lui la nazionale non è proprio una cena di gala) e appartenendo a una generazione di fenomeni, i due secondi posti non bastano. Tra l’altro divide con altri due argentini (Stabile e Batistuta) il record di una tripletta nella stessa partita a un mondiale. Ma per i giornali argentini, l’Higuain nazionale è “el muerto que goza de buena salud”, sembra una definizione napoletana, da morto che gode di buona salute e parla e segna, in realtà si domandano come sia sopravvissuto alla finale di Coppa America contro il Cile, venendo anche dall’altra finale quella del mondiale e dal mancato gol a Neuer. Se avesse segnato avrebbero scolpito il suo volto di fianco a quello di Maradona, è quello che aspettano di fare anche a Napoli. Eppure in nazionale i suoi errori prevalgono sui gol, sono quelle le partite con l’ombra, in tutte le altre: Higuain ha dribblato dubbi e perplessità, divenendo la vertigine dell’attacco, il riferimento, l’uomo da guardare, seguire, servire. Il romanzo delle sue cinquecento partite ha poche pagine di noia, qualche errore, un mucchio d’avventura. E tutta la sua carriera è uno sberleffo alla febbre che doveva portarselo via quando era ragazzino, ma quello è un gol di sua madre: Nancy Zacarías.

 

[uscito su IL MATTINO]

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