Pianeta Etna

Un vulcano è sempre un estro della natura, un rebus disegnato davanti ai nostri occhi che muta di continuo. Fuma, erutta, trema. Una fabbrica occulta che si alimenta di apparente follia. Un mistero con una trama di invenzioni che coinvolge tutti, anche chi lo guarda da lontano. Ha voce e corpo, e sangue bollente. Una pasta di suoni per ogni movimento. Travolge il paesaggio, condiziona l’umore e il cielo che lo sovrasta. La peste del suo delirio si propaga fino ad entrare nei corpi, e per contrapposizione diviene allegria, una sicurezza che sovrasta. È un mostro di perfezione e pericolo, che affascina, e coinvolge. Vanitoso, improbabile, aggressivo, si impone ai sensi. La sua compattezza è fragilità, e la sua fragilità è forza. C’è una dignitosa schizofrenia, che tutti possono percepire: pastori e turisti, studiosi e coinvolti per caso, che porta al lento consumo di sé. Un consumo che è riproduzione, una riproduzione che è purezza, unicità. Cercare di coglierne i cambiamenti è una impresa che richiede una enorme pazienza, quella che ha avuto la fotografa Maria Vittoria Trovato, che si è messa alla ricerca di dettagli e punti di vista, corpi e paesaggi, per poter dire: ecco l’Etna, o almeno una parte di questa. Una possibilità d’Etna. Ha cercato i nervi, le ossa, gli occhi, non è solo scesa nei crateri o si è persa per le valli ma è salita intorno a vedere quello che coabita, resiste, erge e si dispone. Ha vagato per i boschi ed è entrata nelle case attaccate alle nervature del vulcano, coscienti o meno della loro natura di piumaggio. Ha lavorato all’interno della corruzione amorosa che appartiene all’Etna, si è mescolata al linguaggio che non ha autorità ma immobilità precaria, sussulti, preghiere, cercando di coglierne l’animo. Uomini e donne e case e paesi divenuti carne, supporto, aggiunta, appendice. Si coglie in loro un misto di stupore e dissenso, appartenenza ed estraneità, pena ed esplorazione, ma senza il peso della luce luttuosa, piuttosto c’è una vitalità che vuole contendere il primato alla materia che compone il vulcano: la sua condizione erratica, sebbene concentrata e con essa l’inevitabile supremazia che esercita sulla vita dell’intera isola Sicilia. Un pianeta con una tirannide di bellezza e materna sollecitudine, con una imposizione di sé assoluta, che non ammette reticenze. Un corpo fertile, abitato fitto, che chiede a chi sta sopra, accanto, sotto: di muoversi e sopportare. Immobile continuo viaggio.

E su tutto: la cenere.

 

[si apre oggi a Noto, alla galleria dell’ex Convitto Ragusa, “Etna” la mostra fotografica di Maria Vittoria Trovato, questo è il mio testo che l’accompagna]

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