Cuba Fatale

L’Avana sembrava più vasta, più chiara, quasi che lo spazio e la luce avessero assunto una nuova veste, che sentissero il rinnovamento, lasciandosi alle spalle il passato. I vecchi palazzi ritinteggiati e coperti dal sole, occupavano la vista e l’olfatto, bisognava infilarsi nelle strade laterali per trovare i denti guasti, le catapecchie, la decadenza che aveva regnato con i Castro. E sotto i suoi piedi l’asfalto appena appiccicato ribolliva, bastava seguire la striscia nera per capire dove sarebbe passato il presidente. Una imprudenza o un inganno. Ma il clima era disteso, nessuno poteva immaginare quello che Charles Terrier stava per compiere. Non voleva seccature e non poteva permettersele, e nemmeno poteva starsene in stanza ad aspettare, era sceso per neutralizzare il nervosismo e anche per controllare le misure di sicurezza. Aveva un fucile, un sigaro e la possibilità di cambiare la storia: nello zaino, tra le labbra e nella testa. Tre ore dopo sarebbe stato con i gomiti appoggiati e il presidente nel mirino. Ma ora il suo passo elastico e le sue scarpe italiane potevano sentire il calore della strada e i suoi occhi perdersi nell’aggressività del seno monumentale che gli si parava davanti. L’entusiasmo di quella donna gli entrò nelle narici, era molto più prepotente del profumo del mare. Tenne a bada i desideri, respinse l’istinto, e si accontentò di guardarle il culo, sporgendosi verso di lei con la civetteria di chi sa rinunciare. All’orizzonte una discreta folla di ragazzini saltava a ritmo di rumba, illusione sonora. Sembrava il set di un film, lui aveva una identità falsa, in una città che cercava di mostrarsi al meglio nascondendo la sua natura, intorno comparse in attesa di ordini, e per un attimo immaginò Rihanna ballare tra i due Castro e poggiandosi sulle loro spalle alzarsi a mostrare le cosce verso la telecamera. Soddisfatto per essere stato l’unico spettatore di un video che nessun altro avrebbe visto, tornò nel suo albergo, il Saratoga, ma invece di andare nella stanza prenotata a suo nome, si immerse nella hall che sembrava un alveare, nuotò nella frenesia dei giornalisti, e dopo una rapida ricognizione, salì altre due rampe oltre il piano dove aveva alloggiato, dirigendosi verso l’altra stanza, la nuova stanza, e quando raggiunse la 195, appoggiò la mano con prudenza sulla maniglia e con un tocco felpato verificò che fosse aperta, poi senza dare le spalle al buio, allungò le dita a verificare che le chiavi fossero nella fessura interna, e con un movimento da ballerino di tango, senza nessuna rigidità, chiuse con due scatti la porta. Si accertò che la camera fosse vuota, e solo allora poggiò il suo zaino sul letto, andando alla finestra. Il suo sguardo si spostò rapidamente in tutte le direzioni. Il tic-tac dell’orologio appeso al muro sembrava essersi sintonizzato sul suo respiro, Terrier conosceva quella situazione e sapeva tenere a bada la solitudine che in quella stanza lo avvolgeva. Quando sentì gli elicotteri avvicinarsi, strinse le labbra, e si mise a montare il fucile. Compiaciuto lo piazzò, e convinto di aver trovato una posizione impeccabile: sorrise. Un istante dopo squillò il telefono. Il corteo presidenziale era partito, cominciava il conto alla rovescia che separava Barack Obama dal destino dei Kennedy.

[a Jean-Patrick Manchette]

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