Privilegi

Nel 1958 Albert Camus scrisse: “Lo scopo della vita di una persona è riscoprire, attraverso le deviazioni dell’arte, quelle due o tre immagini davanti alle quali il cuore si è aperto per la prima volta”. Marco Oliva nel suo posto finestrino, vista ala sinistra, sempre lo stesso, sta cercando di ricordarsi quali sono le sue tre immagini ma non riferite all’apertura del cuore ma allo smarrimento, alle situazioni che lo hanno visto vivo perché  smarrito. Momenti di perdita e lontananza.

La prima immagine è roba d’infanzia, lui solo al supermercato e quella strana sensazione di non dover ubbidire, muoversi a comando, anche se per diversi minuti non ha saputo cosa fare, quando si è mosso lo ha fatto con una allegria indimenticabile, ecco, quello forse è il momento, la nascita di tutto.

La seconda immagine è Hwacheon, Corea del Sud, camminava sul letto ghiacciato del fiume Hwacheongang fra milioni di persone che scavavano buche per pescare il sancheoneo: un tipo di salmone giapponese.

La terza una indecisione fra una giornata alla stazione ferroviaria di Pechino in attesa di un treno per Hong Kong, e la prima volta in India per le strade di Nuova Delhi seduto senza nessuna fretta né itinerario.

“La velina di Putin” si chiama il suo romanzo, è ambientato a Mosca e parla dell’America.  È una storia piena di sorprese che scrive in aereo. Dentro giornate morte – tutti i romanzi hanno pagine quotidiane: la questione riguarda lo stile – , c’è la sofferenza di mio nonno, la televisione russa, la scrivania di Putin, Monica Lewinsky in cerca di lavoro, e soprattutto ha un finale credo unico nella storia della letteratura mondiale: quando racconta di come suo padre è diventato una piscina.

“Nel mondo in cui viaggio, creo incessantemente me stesso” dice Frantz Fanon ma durante una turbolenza è difficile non pensare alla conservazione di sé, mentre l’aereo si muove bruscamente ti ripeti: non precipita, non è il momento, sono giovane, ne ho presi tanti, ho letto i consigli di Patrick Smith, i racconti di William Langewiesche, invano cerco di ricordarmi cosa dicono in merito, ma il pensiero che mi assilla è: va bene morire, ma non guardando un documentario portoghese sulla vita di un ghepardo, e peggio l’aereo scende di quota (io so che scende per evitare la turbolenza, come potrebbe anche salire, ma non riesco a togliermi dalla testa che stia scendendo per un atterraggio di emergenza), e mi tocca morire proprio mentre il ghepardo sta cagando sul tettuccio della jeep degli operatori, una brutta fine.

Lanciare aeroplani di carta nello spazio non è la stessa cosa di affidare messaggi in bottiglia al mare, ma pare a quanto dicono gli scienziati americani che seguono l’esperimento, alcuni di questi aeroplani liberati dagli astronauti: finiranno nell’oceano, molti bruceranno nell’atmosfera. Ecco, quando ho letto su un giornale inglese, questa notizia (non so dire se più simbolica o vera) ero in volo, e avrei voluto dire all’uomo giapponese che mi stava di fianco che  mi sentivo così: in viaggio con approssimazione, ma lui dormiva.

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