La lettera o cose che succedono a noi Bill Murray

L’annuncio mi colse sulle gradinate dello stadio, mentre ero preoccupato che il Napoli rimanesse in scia della Juventus, dalla mia casa editrice mi facevano sapere che il grande regista XX mi aveva mandato un plico. La voce della ragazza addetta alla posta conteneva una carica di entusiasmo che mi aveva – per un attimo – portato lontano dalla partita e dalle preoccupazioni che ne conseguivano. Tempo due giorni e tutti avremmo scoperto che cosa aveva spinto il maestro a scrivermi. La ragazza e la sua voce carica di entusiasmo mi lasciarono con un: «Facci sapere, mi raccomando», che mi accompagnò per tutta la partita. Mentre Gonzalo Higuain segnava uno dei suoi gol più belli, una parte del mio cervello selezionava i film del maestro, li ordinava per visione e gradimento e mi segnalava le assenze – quelli usciti negli ultimi anni e volontariamente evitati – e prima ancora aveva fatto un elenco delle possibili connessioni che legavano il mio romanzo ai suoi canoni cinematografici, avrebbe detto Claudio G. Fava. Vinta la partita, mi accorsi che mi stavo domandando ossessivamente cosa cazzo poteva volere da me il regista a due anni dall’uscita del mio libro: il plico conteneva la sceneggiatura? Una bozza di contratto? O le sue vecchie multe? E seguivano altre domande: gli avevo scritto? Lo avevo nominato in una intervista? O peggio usato come paragone negativo in qualche articolo? Cercando sul mio pc tra i vecchi file era saltato fuori che sì, in effetti, un uso di un suo film con una grande attrice americana come termine di paragone in un pezzo inutilmente irridente di altri registi e scrittori c’era stato, ma anche un articolo di dieci anni prima dove raccontavo della sua delicatezza, quindi un sostanziale pareggio, anche se l’uso dispregiativo del suo nome era molto più recente. Pazienza, un altro amico. Ma quanta collera poteva starci in un plico? E poi perché rivolgersi a quella casa editrice? C’era un legame specifico con quel romanzo e non con il racconto, sì, sì, era qualcosa legato al romanzo. Poi, investito dal lavoro non c’avevo più pensato fino alla telefonata dell’ufficio stampa della casa editrice, e poi di una editor, che chiedevano: «Allora, che voleva il maestro?» Boh, il plico non è arrivato, quindi non so. E seguiva una mia teoria sull’importanza dei servizi postali legati all’orgoglio di un paese con vari esempi ed esperienze di mie spedizioni da quattro continenti su cinque (tutto questo risale al fatto che i miei nonni erano entrambi direttori postali, e io in gita di prima media avevo invertito in una cartolina le parti tra mittente destinatario, ne era seguito un bonario processo con lezione su ogni tipo di spedizione, che poi aveva generato in me una curiosità morbosa fino alla passione per i tipi di spedizione anche presso gli aborigeni australiani). La forte pressione della casa editrice, il cattivo funzionamento di poste e corrieri italiani, la scelta di vivere in una città del sud Italia, e la visione dei film mancanti (ne gira uno all’anno, immaginate la mia notte prima degli esami), avevano generato uno stato di aspettativa, curiosità e dubbio, precipitandomi proprio in una tipica storia del regista. Per liberarmene ne avevo parlato con gli amici più stretti, prima interrogandoli sui film visti e poi sulla biografia del regista e infine rivelando l’attesa del plico. Reazioni varie, con un percorso comune al mio: prima indifferenza, scherzo, poi presa in carico serissima della cosa con prime ipotesi sulla scelta degli attori per i personaggi del libro, qualcuno si era anche spinto fino al punto di chiedere di essere nel film – almeno una posa –, altri arrivando a cercare il numero di telefono di Pierfrancesco Favino. Un mio amico mi aveva persino rimproverato per aver trascurato la preziosa autobiografia del maestro e il suo successivo romanzo, e per circa 4 minuti si era generato in me un senso di colpa per non averli letti, poi superato dal desiderio di una pizza. Ma nel dopo cena, lavando i piatti, ero stato preso dal giochino di girare il film, e quasi tentato di cercare il contratto (ad oggi non so dove sia) per capire quanto mi spettasse sulla cessione dei diritti cinematografici, e convincendomi sempre più di come il mio romanzo dopo una ingiustizia di due anni aveva giustamente trovato il suo lettore, capace di leggere a fondo la storia, finendo per addormentarmi mentre giravo una scena in una piscina di Parigi. E svegliandomi con la domanda: e se poi non mi piace la sua trasposizione? Il regista non disdegnava di virare verso l’horror e già vedevo trasformato il mio allenatore in un cacciatore di zombie per salvare sua moglie, tra innesti danteschi e citazioni romeriane. Dopo due giorni di attesa, con quasi totale recupero dei film non visti grazie a un preziosissimo sito, all’ora stabilita il corriere non si era presentato. Lasciandomi come Charlie Brown davanti alla sua cassetta della posta. Dramma. Sconforto. Recupero della speranza. Altro giro di telefonate, mail, sms, chat, con casa editrice, amici, amiche, vicini – coinvolti nel possibile avvistamento del furbo corriere che di solito senza citofonare lascia ricevuta nella cassetta e fugge, chiedendo il recupero presso il deposito cittadino con conseguente dibattito: sei lì, perché non citofonare evitando la caccia al tesoro? –. Dopo due giorni di eccessiva dialettica con corredo di ricordi, ipotesi e scherzi, come nemmeno a Radio Radicale (ciao Bordin, ciao Pannella), a me era completamente passata la voglia di sapere cosa cazzo aveva da dirmi sto vecchio regista coglione che non usava le mail e nemmeno il suo potere per chiamare come fanno tutti quelli che stanno dalle parti alte, mentre i miei amici continuavano a inviarmi elenchi di attori e numero dei loro agenti, divenendo commissari tecnici di una squadra da fantacinema, luoghi dove girare le scene chiave del romanzo, e richieste più o meno velate di eventuali loro ruoli nella futura lavorazione del film.  Poi, era arrivato il corriere. Il plico conteneva una busta e la busta a sua volta faceva da involucro a una lettera. Carta d’Amalfi, scritte in madreperla dell’indirizzo romano del regista, poi del suo  nome a stampatello in alto sull’unico foglio, e al centro: –  tadà – l’ovvio:

 

Caro M,

domando scusa per il grave ritardo,

Ho letto il tuo libro che ha molto da insegnare non tanto sullo sport quanto sulla vita. E in fondo anche lo sport, della vita è una larga metafora.

Spero che ti porti a tante nuove imprese.

Un forte abbraccio

XX

(firma svolazzante)

 

Senza voler commentare le scuse per una risposta mai aspettata, né voler inveire contro lo sport come abusata metafora della vita (hanno smesso persino al tg1), posso dire di aver passato più o meno tre giorni insieme ai miei amici a costruire un’impalcatura di illusioni sulle fondamenta del dubbio, parafrasando Monsieur Malaussène.

Le cose che succedono a noi Bill Murray.

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