Quindici minuti di domande, e una grande lezione

Quel giovedì di giugno il termometro diceva quarantaquattro gradi, e lo studio del grande architetto non aveva l’aria condizionata: per esplicito tirannico comandamento del maestro, che sembrava immune al caldo. Mentre io e i due operatori ne eravamo schiacciati, sopraffatti, risucchiati. Annaffiavamo i nostri corpi con coca-cola che diveniva inarrestabile sudore, catapultandoci in un rapido processo di imminchionimento che sanciva la schiacciante vittoria del vecchio architetto su di noi. La sua scelta, di sofferenza altrui, di voltare le spalle alla tecnologia capace di cancellare il calore, era un vezzo assolutista, da caudillo sudamericano. L’unica possibilità dalla nostra: girare in fretta l’intervista e raggiungere uno spazio dotato di funzione refrigerante. Bastò il mio sguardo a comunicare il piano, piazzare luci e camere in fretta senza perdere la meticolosa contraddistinguente luce della Canale ma ad una velocità da gran premio, nessuna fermata ai box né inciampo logistico. Alle pareti la specchiata carriera era divisa in puzzle di progetti e premi, capitali tatuate dalle sue architetture si alternavano a riconoscimenti universitari secondo una complicata ricostruzione che da Seoul arrivava a San Francisco, ovviamente nessuno di noi aveva forza e/o volontà per mettersi a decifrare la biografia del tiranno. Avevo studiato per inviargli le domande che dovevano essere approvate e il caldo mi impediva di aggiungere altro, scoprire dettagli che potevano disturbare il copione concordato, non volevo che niente si frapponesse tra noi e la fuga. Persino i nostri respiri indicavano la volontà di abbandonare l’attico, tanto che il vecchio, percependo olfattivamente la nostra sofferenza, si mise a raccontare della sua ricerca del vagone con l’aria condizionata rotta e dove nessuno vuole stare, quando viaggia in treno d’estate, senza dirci il trucco per gli aeroplani. E, quando tutto sembrava virare verso una classe distaccata, poco prima della registrazione – davanti al nostro sudore che divenne stupore – ruttò a lungo e con maestria per evitare di deglutire mentre parlava. Una preparazione in scala di respiri, una vera grande lezione, con la semplicità dei grandi.

 

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