Higuain tra Mickey Rourke e Paolo Villaggio

Dopo aver coltivato illusioni splendenti e gloriose speranze, è arrivato il giorno doloroso della sorpresa. In un mondo adulto, si sbaglia da professionisti, direbbe l’allenatore Paolo Conte, guardando di traverso alla disfatta, mentre il fumo lo avvolge a catenaccio. In quel mondo, dove grandezza e fragilità, gol e pazzia, passano per Gonzalo Higuain, oscillante tra Mickey Rourke e Paolo Villaggio. Tra guapperia pallonara e martellate sulle dita, conquiste inaspettate e umiliazioni assurde, vampate africane e cartellini da timbrare. In questa oscillazione è rimasto il Napoli di Maurizio Sarri, nonostante il calcio partecipato (o totale, se vi pare), annodato ad Higuain e alla sua natura binaria. L’attaccante argentino, si è mangiato il campionato con i suoi trenta gol, non è bastato per stare al passo della Juventus. La partita con l’Udinese – che aveva bisogno di punti salvezza e con un Gigi De Canio meridionalisticamente attaccato alla bella figura –, ha mostrato la doppia marcia: quella lenta della squadra, e quella cannibalesca di Higuain, in questo scarto c’è anche la doppia interpretazione: tra il gradasso Rourke di “The Wrestler” il Randy “The Ram” Robinson e il capro espiatorio Villaggio nel ragionier Ugo Fantozzi. Un terremoto. Randy segna, e Fantozzi scalcia Felipe. Randy protesta con l’arbitro Irrati – fino a mettergli le mani sul petto – , vuole picchiare l’intera squadra dell’Udinese, e Fantozzi che piange uscendo dal campo. Una distanza emotiva che si aggiunge a una pessima partita.  In mezzo: un calciatore che perde la messa a fuoco e abbandona la squadra nel momento più triste della stagione. Al punto che da Udine a Napoli c’era una sola battuta che correva da campo a spalti e da lì alle tivù: No, non può essere la realtà. È un incubo. Era proprio la realtà, nella sua forma più perversa, con pioggia di cartellini, lisci in difesa, e una buona dose di dolce sadismo argentino. L’inamovibile attaccante cacciato – con troppa severità – e prima ammonito per eccesso di verbosità (sembrava un rapper in effetti). Lascia sul campo, un gran gol, un tiro a volo appena fuori l’area di rigore di Karnezis; una gran forza – unica – di opposizione alla sconfitta, unico a possedere una dimensione biblica da canzone di Bob Dylan. Ma come abbiam visto l’altra sera nel “Clásico” Barcellona-Real Madrid spesso nemmeno il Messi(a) basta, figuriamoci un profeta. Il campionato di Higuain è stato caratterizzato da una qualità da realismo magico, con gol che ribaltavano partite, giocate da veggente, sempre ispirato da una sapienza lontana che sembrava dare a Napoli e al Napoli una certezza remota della vittoria che diventava fede intima, per la classifica finale. Ma mentre lui continuava a spingere, crederci – tra l’altro mostrando di aver cambiato testa – è venuta fuori la differenza tra lui e la squadra, tra la sua fame – nel frattempo divenuta pure accresciuta fama –  e il resto. Tanto che, quando il tir-Udinese, guidato da Bruno Fernandes, travolgeva il Napoli, era l’unico a rimanere in piedi, e dal dolore della botta, impazziva, uscendo dal ruolo di combattente ed entrando in quello di bambino. Ma gli errori calcistici non sono i suoi, per quelli commessi dalla difesa del Napoli servirebbe uno speciale approfondimento con Talleyrand, e diverse sedute di analisi. Alla Dacia Arena si è visto un calciatore – Higuain – che non voleva mollare il campionato: cosciente della sua stagione migliore, da non abbandonare, e una squadra stanca e indolente. La rabbia di Higuain è circolata dalla testa ai piedi ed è tornata alla testa per fargli alzare le mani e la voce, nel disperato comico tentativo di opporsi a una sconfitta che era evidente a tutti meno che a lui. L’ottimismo che lo possiede è – appunto – quello dei bambini che pensano sempre che tutto abbia un seguito, che tutto possa essere recuperato: anche un tre a uno che solo una serie di scene zavattiniane potevano rimettere in pari col sogno. Quando una partita è sbagliata, è sbagliata in ogni dove, tranne che dalle mie parti, sembrava dire Higuain, ribaltando un assioma calcistico. Ne era così convinto che saltando dall’angolo del ring: è passato dalla condizione Mickey Rourke a quella Paolo Villaggio.

[uscito su IL MATTINO]

 

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