La fila

La fila stava in equilibro tra pietà e disincanto: uomini e donne, si scambiavano saggia comprensione e indifferenza gentile, con un sottile impegno, cercando di ridare senso alla vita; e in ogni loro gesto: dal futile al meschino, c’erano le traballanti certezze di quella Napoli che prima di essere una città è uno stato d’animo. Avevano la confusione e gli odori grassi della notte ad avvolgerli, mentre si levavano i rassegnati: «accussì adda ì», quasi che nessuno potesse cambiare il corso delle cose e in fondo ancora si vedeva l’ombra di quelli appesi e decapitati a piazza Mercato, che avevano provato a invertire le parti. La libertà dalle pene del bisogno, nessuno spirito è libero se è schiavo di una necessità principale. Sulle teste di quella fila c’era un misterioso dominio, quasi un coperchio che certi pensieri alzavano e abbassavano con l’irregolarità degli spiriti differenti. Piante incurvate, vinte dalla vergogna, costrette da uno sforzo poderoso a portarsi di fronte al Banco, trafitte dalla luce, in attesa di un «sì» o un «no». Enzo Striano si stacca dalla macchina da scrivere, e dall’intrico selvoso che si crea quando le sta attaccato, si alza per andare a prepararsi un caffè, portandosi – dallo studio alla cucina – l’immagine della fila e l’inizio del suo romanzo. Vuole raccontare le conseguenze della Rivoluzione del 1799, una storia corale intorno a quella di Serafina Vargas. E ora gli serve che entri in scena il funzionario del Banco, quello che deve ascoltare i lamenti e le richieste che verranno dalla fila. Un panzuto impiegato privo di empatia che sappia far rispettare le regole, muovendosi con circospezione, quasi un monaco, che appare mentre il profumo inesorabile del caffè gli arriva alle narici. La tazza gira con lentezza da una mano all’altra, mentre lo scrittore torna al suo posto, appoggia la tazza a destra, sui cerchi dei caffè passati, e ricomincia a scrivere. Ha trovato un documento sulla congiura dei Baccher, la testimonianza dell’infiltrato che ora reclama il giusto riconoscimento. Cesare Albano si trovò di fronte l’uomo pronto a fare la sua dichiarazione, nemmeno il tempo di respirare un sacramento che quello già sputava la testimonianza. Il funzionario fu costretto a fermarlo e a dirgli che doveva scrivere, quindi «cuoncio cuoncio», gli fece capire mettendo le sue grasse mani avanti per fermarne la cascata, bisognava procedere per gradi, aveva capito il fatto, adesso lo avrebbe anche scritto, per inoltrare la domanda di sussidio. L’uomo aveva la frenesia di chi vince una riffa, ribolliva per il premio, esigeva con boria il pagamento. E quando gli diede il via per ripetere l’accaduto aveva un sorriso da creaturo, tanto che fece una pausa lunghissima che costrinse il funzionario a un «allo’ avite perso la lengua?» trovandosi di fronte gli occhi intensi dell’uomo, la cui esitazione avevano dato la possibilità al funzionario di squadrarlo, e di prodursi in una smorfia di commiserazione fissandogli i piedi. «Io sottoscritto Gennaro Gallo primo aiutante dell’artiglieria per insinuazione delli signori don Luigi Granato e Pietro Ametrano rimasi a servire l’infame abolita repubblica avendo conosciuta la congiura che li medesimi avean fatta come per la presa del Castello di Sant’Elmo per la rivoluzione che dovrà seguire contro dei francesi e scellerati Patriotti ed essendomi io sottoscritto persuaso della loro fedeltà verso la Maestà del Re Nostro Signore Dio Guardi, così m’indussi a servire nel Castello Sant’Elmo ed in questo mentre io sottoscritto nell’entrare che facevano giorno per giorno li detti signori Granato ed Ametrano in detto Castello consegnavo alli medesimi provisioni di polvere dentro delle boccie di vetro niro a guisa di vino forastiero, palle, cartucci da fucilieri, pistole, corrubine e sciabole e li detti signori perché era tempo d’inverno se lo trasportavano sotto de cappotti ben accomodati, e passavano per avanti le sentinelle Francesi con molta scioltezza, e ciò serviva per distribuirsi a tutti i realisti della detta Compagnia non potè riuscire la presa de suddetto Castello di Sant’Elmo per la scoverta fatta della nostra Compagnia de realisti per mezzo del bigliettino bullato, che il figlio di Baccher consegnato l’avea nelle mani di una sua amante, e dalla medesima era pervenuto nella mani di uno scellerato ed iniquio patriotta». Striano è uscito dal tempo, ora alza le braccia dalla macchina da scrivere, si stiracchia cercando di afferrare qualcosa che gli sta sopra la testa, quando si ferma è per cercare di vedere il superfluo e toglierlo, perché gli esseri ispirati da una vocazione superiore tendono poi a lasciare anche quello che non serve, e, sorridendo, tira fuori il foglio dal rullo per cancellare e riscrivere a penna, cerchiando le parole che vanno salvaguardate, le mette da parte per riutilizzarle mentre distrugge il resto delle frasi che seguono. Applica i residui cartesiani appresi in gioventù, uniti al rigore della concezione leibniziana. Dopo aver corretto la dichiarazione di Gallo, ed aver scritto un paio di testimonianze di poco conto, sta per far entrare la protagonista del suo romanzo, ancora una donna, ma questa volta differente da Eleonora, ad accomunarle c’è solo il travaglio dei sentimenti. Serafina è tutto istinto, si è lanciata con una bugia in una storia più grande di lei, ha detto al generale inglese di essere la moglie di Oronzio Massa, per poterlo seguire nell’esilio. Ma poi le cose sono andate diversamente, il maggiore di artiglieria è stato giustiziato, e lei non solo è rimasta vedova di un uomo che non aveva sposato ma ha perso anche il sussidio che le serviva per campare. Ora va a domandare grazia, ad abiurare il suo istinto, rinnega se stessa per poter tornare ad avere un sostentamento, sperando di poter smentire l’alzata di cuore che doveva darle una nuova vita e le ha consegnato, invece, quella vecchia con delle mancanze maggiori. «La sottoscritta Serafina Vargas Macciucca dotata d’anima sublime, e d’incorrotta morale, trascurò l’augusta sorgente del vero fino a lo dichiararsi moglie dello generale Oronzio Massa, durante la capitolazione della repubblica, uomo che desiderò e difese arditamente i principi di libertà, commettendo l’errore di credere agli inglesi et io puro, che lo passarono pe li ferri del castello del Carmine e nel vespro del 14 agosto fu mandato a morire sul palco del Mercato. Altre eran le promesse, et per quelle io mancai il vero, assurgendo Oronzio a mio sposo dilettissimo, perdendo l’amor e il sussidio di dugentocinquanta ducati, volendo seguirlo nell’esilio. Vengo ad abiurare non i sentimenti miei ma la dichiarazione d’avermi resa uguale a una moglie per sostanza di cuore. Vengo arresa ai crudeli rigori della fortuna e all’ingiustizia che mi costrinse ad essere vedova senza le virtù cristiane, e povera senza le virtù sia cittadine che di suddita. Una punizione di mestizia e solitaria vita, per una et una sola buggia. Chiedo magnanimamente di riavere il sussidio». Striano non è soddisfatto, vorrebbe far sentire di più la disperazione di Serafina, l’estinzione del suo Io. L’accorata resa al Banco, al Re, e alla realtà che l’ha sopraffatta. Servono più dettagli sulla sua rassegnazione da perdente. Immagina una scena più lunga con l’uscita di casa di Serafina, l’attraversamento di Napoli, gli odori intensi che la notte ha lasciato per le strade della città, e questa donna, sola, come una sonnambula, che vaneggia. Sta andando a rinnegare la sua vita passata per averne in cambio una mezza futura. C’è bisogno di rendere l’inconsolabile giornata, un secondo patibolo: questa volta c’è lei che come e più d’un tradimento va a ritrattare quello che era stato il gesto più bello della sua vita. Va a cancellarlo, a rinunciare alla libertà ch’è sì cara come sa chi per lei la vita rifiuta. La fila deve essere il coro della tragedia, ribadire con cadenze lugubri, il dramma di tradire se stessi. Questi i tortuosi pensieri dello scrittore, quando squilla il telefono. Vertigine di un fatale urlo di Munch che lo riporta alla realtà del presente.

 

[a Enzo Striano che Napoli vide tardi]

[uscito su IL MATTINO]

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: