Una volta vidi Kobe Bryant da vicino, ma non giocava.

A un mondiale di calcio si incontra un mucchio di gente, può capitare di far colazione con vista Blatter o Shakira, di incrociare di mattina presto in un supermercato deserto Javier Zanetti, di prendere il caffè con Kluivert, di trovarsi Platini in ascensore, di salire le scale di uno stadio con Bill Clinton o Mick Jagger, di parlare di Cesaria Evora col presidente della federazione calcistica di Capo Verde, o con quello del Ghana di Ranzie Mensah, e di vedere Kobe Bryant recitare. Al mondiale sudafricano c’era tutti, perché tutti volevano conoscere da vicino Nelson Mandela (che non è la stessa cosa di Casaleggio – lo dico a Mattarella).

Dice c’è Kobe Bryant a Soweto non vieni? Ok, andiamo, in fondo ci sono solo tutte le tv dei principali paesi del mondo (l’unica intervista in esclusiva però è per quella cinese, il perché non lo grida il vento, ma i numeri del nuovo mercato). Tutto blindato, domande telefonate: chi vince il mondiale? Vuoi tornare in Italia? Per chi tifi? E lui risponde con un ma-anche veltroniano: il suo giocatore preferito è Drogba, ma anche Messi e Ronaldo gli piacciono e prima gli piaceva il Milan di Sacchi (quando abitava in Italia, e ovvio è dispiaciuto dell’uscita), il mondiale lo vince la Germania, ma forse anche il Brasile anche se lui tiene per la Spagna dove giocano i suoi amici e anche loro potrebbero vincere. Parla con intorno bimbi poveri ripuliti per l’occasione (che bella foto signora mia) e tutti col laccetto rosso anti-aids, che lui allaccia a conclusione della giornata al polso di una bambina felice per l’occasione, mentre dietro di lei l’allenatore ne placa un’altra che non aveva capito che quello era coup de théâtre e lo spettacolo terminato mentre l’ignara insisteva per fare una domanda. Bryant risponde solo in inglese, ma poi si concede in italiano (migliore di quello di Cannavaro e Gattuso) alle invocazioni che gli gridiamo mentre passa e spassa, rispettando la sceneggiatura dell’evento. Oltre i muri dei campi di calcio costruiti dalla Nike (5 milioni di dollari d’investimento), e due check point, c’è la township dove la vita – e anche la pubblicità – sta scritta sui muri (per risparmiare, of course), e dove abitano i bimbi che ora le tv inquadrano, intervistano, mentre Kobe sul tetto dell’edificio conversa con la tv cinese. Sembra di essere in un racconto di Stefano Benni ma anche di Kurt Vonnegut. Un plotone di telecamere a bordo campo, la star del basket che passa come un presidente americano, va e viene (suppongo per animare l’evento, lasciarlo a centro e fargli dire cosa pensa era troppo semplice). Poi Kobe – che è un vero professionista – si presta al giochino dei canti intonati prima della partita “ababola” (ascoltandoli si capisce perché le squadre africane non vanno avanti, perdono troppo tempo a caricarsi, gli alpini ci mettono meno e ottengono risultati migliori, anche per via del doping grappa, chissà) e non paghi ci regalano anche a un riscaldamento che sta a metà tra le esercitazioni della Corea del Nord e la ginnastica mattutina in un villaggio Valtur, con musica a palla e speaker da centro commerciale. Koby come lo chiamano tutti, italiani e non, continua ad andare e tornare con un cameraman dell’azienda attaccato (modello mosca con Obama, ve la ricordate la gag?), e molta pazienza-Nike, ci attraversa con passi da rap e sorrisi Los Angeles (per dire ieri ho visto un annoiato e molto incazzato Roger Milla presentare il film sulla sua vita e un gioco per telefonini i cui proventi vanno alla fondazione che presiede in Camerun), ovvio la solidarietà è una ottima spalla anche per Bryant oltre che per la Nike.

 

[uscito su Il Messaggero e Il Mattino, giugno 2010]

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