L’addio di Bryant

Kobe il terribile, con gli ultimi sessanta punti e un corpo a pezzi, lascia la pallacanestro. «Difficile credere che fosse l’ultima volta», dice alla fine della gara contro gli Utah Jazz, mentre la sua squadra – Los Angeles Lakers, la stessa da venti anni – e mezzo mondo già lo rimpiange. Jack Nicholson lo guarda affranto, come si guarda andare la propria giovinezza, mentre intorno tutti, urlando, gli ricordano che è prenotata una statua a suo nome. Consumato dalle andate a canestro, stropicciato dalla fatica di scavare corridoi tra gli avversari, stanco di saltare per fare punti, stufo di stare sospeso in area prima di centrare l’anello, Kobe molla, come aveva annunciato. «Caro basket, ho solo questa stagione da darti, cuore e testa possono sopportare, ma il mio corpo non può più. Sono pronto a lasciarti andare, e voglio che tu lo sappia così entrambi possiamo assaporare ogni momento che ci rimane insieme». L’ha fatto, fino alla fine. Per nulla triste, per niente solitario solo final: tremando prima, sciogliendosi dopo. Come quando a smettere fu Kareem Abdul Jabbar e lui gli chiese di lasciargli le scarpe, stava per cominciare tutto, una lunghissima partita che lo avrebbe portato proprio a ridosso di Jabbar e Karl Malone per punti segnati, terzo con 3558 punti. Ma con un mucchio di altri record a cominciare dall’esordio: il più giovane titolare della Nba, era il 28 gennaio del 1997, segna solo dodici punti ma la gioia è infinita. Non sapeva che sarebbe diventato il più bravo della sua generazione, quello che avrebbe cercato di scollare il poster di Michael Jordan dal muro della storia della pallacanestro. Impossibile. Anche se a tratti è riuscito a tirar via un angolo. Sgomitando con Shaquille O’Neal e giocandoselo con LeBron James. È stato un giocatore sicuro, al limite della presunzione, impetuoso, ossessivo in ogni gesto, fino a bordeggiare l’antipatia, ma è stato quello che tutti guardavano giocare, il portatore di stupore. All’inizio giocava con l’8 «perché è la somma delle cifre che compongono il 143, il numero che mi diedero a un camp al liceo», poi è diventato il 24 «perché indica le ore della giornata e la mia filosofia prevede che in 24 ore si debbano fare più cose possibili», per questo è il giocatore che fino all’ultimo secondo cerca il canestro, prova ancora a fare punti, cercando disperatamente di opporsi al tempo che passa. Dalla casa Bianca al Bronx, da Obama all’ultimo sconosciuto, e in ogni singolo retro di casa d’America: quando un padre e un figlio devono passarsi un segreto, dirsi qualcosa di importante, lo fanno davanti a un canestro, non importa che ci sia il campo, conta quel ruotare con la palla cercando l’anello, e parlando e a Kobe, suo padre Joe gli ha passato il fuoco e lo ha fatto in Italia – dove ha giocato – prima ancora che negli Usa. Perché Kobe è nato sì, trentotto anni fa, a Filadelfia, ma è a Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e a Reggio Emilia che ha incominciato a guardare il canestro dal basso prima di salire in alto e spostarsi con il suo elicottero sui tetti di Los Angeles. Il suo primo idolo era Alessandro Fantozzi e giocava a Livorno, poi sono venuti quelli dell’Nba. Poi è venuto il Michael Jordan da studiare ed evolvere, fino a chiedergli consiglio come a un Buddha che sta sulla montagna e «ormai ha compreso tutto e passa un po’ della sua conoscenza al prossimo che cerca di compiere la sua stessa scalata». Bryant da Jordan non ha solo ascoltato i consigli ma ha “rubato” come uno scrittore ruba da Hemingway: dal comportamento esigente, tirannico, vero i compagni e la palla, poi Phil Jackson (con lui tre titoli di fila, un quarto di finale e a una finale) qualcosa a metà tra un segretario dell’Onu e un padre: ha mediato, smussato, tirando fuori il meglio. Ma per capire il legame tra i due bisogna guardarli nel post basso – le spalle al canestro – e vedere come il gesto di Jordan si evolve in quello di Bryant, qualcosa di più di un remake hollywoodiano sul parquet. Quando i due – provate a soprapporli – si appoggiano all’avversario, usandolo, come gli uccelli fanno con le navi, e poi d’improvviso si staccano a riprendere il cielo e il canestro, con i due giocatori che ruotano pure, non avendo le ali ma il pallone. In quel gesto, nel suo rinnovarsi c’è il perché di tutti i «Kobe we love you». Che non sono mai mancati in questi venti anni, nemmeno quando a Bryant toccò un processo per presunto stupro ai danni di una impiegata dell’hotel la Cordillera, vicino a Vail in Colorado. Se ne andarono Nutella e McDonald’s non la Nike. Lui ammise il rapporto non la violenza, regalando un anello con diamante da 4 milioni di dollari alla moglie Vanessa per averla tradita. Un anno dopo la ragazza non testimonia, e si trova un accordo economico tra le parti. È stata l’unica volta che la sua raffinatezza di campo e fuori si è macchiata. Il suo ruolo di guardia tiratrice può essere assunto brerianamente come binario di vita, l’uomo dell’ultimo tiro. Quello col senso di responsabilità e la capacità militare di occupare gli spazi in campo e nella vita. Doug Christie, dei Sacramento Kings, che lo ha marcato molte volte, suggeriva come unico rimedio per fermarlo di mettergli una mano in faccia, davanti agli occhi, e nemmeno bastava.

[uscito su IL MATTINO]

 

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