Una sostanza sottile

È l’allenatore di passaggio: se fa bene c’è sempre uno migliore che deve arrivare, se fa male non ha nemmeno il tempo di respirare. Roberto Donadoni difende come Capello, attacca come Sacchi ed ha la dignità di Zoff, dove sta il difetto? Forse nei toni, o nell’eccesso di silenzio, persino quando si incazza lo fa dentro di sé, bisogna guardargli le espressioni del viso e non aspettarsi un discorso da barricata. È così, gli hanno detto: introverso, triste, taciturno, poco di moda e molto altro, sempre declinando al ribasso le sue stagioni: dal Livorno passando per la Nazionale, dal Napoli al Parma e ora al Bologna. A riguardare le sue storie ci sono punti di rottura improvvisi con uscite estrose dei presidenti per giustificare l’assurdo, rispetto a un allenatore che non sarà Mourinho in conferenza stampa ma che sul campo si è tolto molte soddisfazioni e può dirsi in credito col calcio. Alla prima stagione in A col Livorno arriva all’ottavo posto, alla seconda sembra si avvii a fare anche meglio ma il presidente Spinelli scopre di aver bisogno di un Mario Capanna e lo dice in tivù, e Donadoni si dimette. Arriva in Nazionale con lo sponsor di Albertini e due stagioni da rivelazione del campionato, si qualifica con un turno di anticipo agli europei, che deve giocare senza Cannavaro: Gengis Khan del mondiale, ha Totti che lascia, eppure viene eliminato solo ai rigori dalla Spagna che sta per cominciare il ciclo delle vittorie. Da quando si è seduto sulla panchina della Nazionale fino a quando si è alzato è sempre apparso come lo sherpa di Lippi. Che, aspettò i fatti per commentare, poi partorì un editoriale ungarettiano: «Quel progetto tecnico, con l’inserimento di tanti giovani, da Aquilani a Cassano, è stato sostituito da nessun progetto tecnico, come hanno dimostrato i Mondiali in Sudafrica». Dal parco lo ripesca De Laurentiis per sostituire Reja e poi mollarlo – «Devo verificare se Donadoni è compatibile» – come il presidente di Paolo Sorrentino ne “L’uomo in più” con Antonio Pisapia; Gabriele Romagnoli s’immaginò così il congedo: «Donadoni, il calcio è un gioco e lei è un uomo fondamentalmente triste». Glielo ripeté anche Cellino a Cagliari mentre si giocava David Suazo a dadi senza dirglielo. Poco dopo, col Parma, fece l’impresa: sesto, Europa League e un Cassano rimesso in vita e in campo come Lazzaro, peccato che la società avesse problemi fiscali. Tutto da rifare. Niente Europa e una stagione grottesca: retrocessione e fallimento. Lui pensava all’Ajax in piccolo, loro rifacevano la Lehman Brothers in piccolo. Lì Donadoni avrà pensato alla nuvola di Fantozzi, non è lui ad essere triste è la tristezza a marcarlo ad uomo. Una insostenibile tristezza che lo assilla e gli mina tutto quello che di buono fa. Ma proprio in quel disastro si è mostrato come uno Shackleton, mentre tutto gli crollava intorno, continuava ad allenare e a pretendere gioco. Forse avrà pensato di aver sprecato tutto il suo bonus di fortuna da calciatore, quando vinceva: «Faccio fatica a ricordare quanti scudetti ho vinto. Non so dire qual è il mio gol più bello perché non me ne viene in mente uno. Non ricordo i nomi di tutti quelli con cui ho giocato, né quelli degli arbitri che mi hanno diretto. Al Milan ho vinto molto e ogni volta azzeravo tutto, pensavo alla prossima. Non mi piacevano i riflettori allora, non mi piacciono adesso, ma nel mio ruolo ho degli obblighi e sono quasi diventato un chiacchierone». Pensate che cosa doveva essere: un Buster Keaton da spogliatoio. Poi a ottobre è arrivato il Bologna, innegabile il suo lavoro sulla squadra. Il solito Donadoni non visto, di passaggio: va a San Siro e lo stadio si ricorda ancora di lui mentre la presidenza del Milan guarda altrove. Lui che il Milan lo volle fortissimamente da calciatore: «Bortolotti, presidente dell’Atalanta, aveva già deciso di cedermi alla Juve. Ma io, milanista fin da bambino, volevo il Milan e tanto ho insistito col ds Previtali che ci sono andato». Per capire Donadoni, che come disse Daniele Massaro: «è un ragazzo quadrato», bisogna scavare nella provincia italiana, è da lì che saltavano fuori uomini così, erano dispari, al Milan lo chiamavano “Osso” perché non mollava mai, e lui aveva bisogno di dribblare Baresi e Maldini in allenamento per darsi sicurezza nella partita della domenica. Un timido, di quella timidezza partorita dall’educazione, che no non può andar bene al condominio sguaiato di oggi che è il campionato, figlio delle scuole calcio e non degli oratori. Basta sentire il racconto della sua crescita calcistica con Sonetti che gli dice: il calcio è sacrificio, per capire; dal papà Ercole che gli ripete uguale – fino a venti anni aveva solo zappato la terra e poi si era messo su un camion – fino al maestro che lo fece calciatore: «Raffaello Bonifacio, quello che mi portò all’Atalanta. Cisanese-Telgate, lui era venuto per vedere uno del Telgate, Marchetti, e prese me. E del calcio mi ha insegnato la tecnica, il rispetto per i compagni e gli avversari, la cultura del lavoro, la stessa che predicava Sacchi, ma io avevo già imparato la lezione. Ricordo la sua 500 bianca, ci stavamo non so come in 5 coi borsoni da calcio. A Bergamo ci allenavamo al campo militare, alla fine giravamo con carriola e badile per tappare i buchi, poi saltavo sull’autobus numero 9 fino alla stazione e di nuovo saltavo sull’accelerato delle 18.05 che impiegava 40 minuti a fare 18 km. E cominciavo a studiare. Se perdevo il 18.05 dovevo aspettare quello delle 21». Adesso che colleziona auto di lusso e lo dice a bassa voce, non ha smesso di correre e scartare di lato, uscendo dalle righe, anche se sta seduto.

[uscito su IL MATTINO]

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