Spalletti: patriarca, illuminista, tenero barbaro

Partito allenatore, tornato patriarca. Luciano Spalletti quando lasciò la Roma, sette anni fa, era molto diverso da ora, e non per le idee di calcio che pure sono passate da esperimento a certezza, ma perché è tornato pacificato. Chiamato a rimettere in ordine urbanistica e calcio, disciplina e classifica al posto di Rudi Garcia annegato nella romanità. Certo, ha l’orgoglio troppo toscano di uno che nasce nello stesso posto di Boccaccio – Certaldo – e che la fa tutta la strada per arrivare in cima dalle piccole alle grandi, passando dal carico, scarico e i rappezzi dei divani al racconto del suo modulo in russo e alla gestione di Hulk (il calciatore non il fumetto). Se fosse cinema sarebbe un personaggio di Virzì, sufficiente ironia per non rimanere travolto sotto nessuna polemica, e umanità da padre-patriarca che gli permette persino di chinare il capo, per pochi, fuggevolissimi, momenti: non visto; e, perdonando, dare un altro schiaffo al figlio di turno. Ora è solo lui contro Francesco Totti, lui la ragione, l’allenatore scientifico contro il sentimento popolare, la storia del club e l’ultimo vero campione italiano. Ma in tutta questa vicenda, della divisione a metà che da Roma arriva ai bar di ogni posto d’Italia, c’è un solo errore: le dichiarazioni post partita a Bergamo, poteva addolcire le sue parole e concedere a Totti la passerella, in fondo gli aveva salvato la partita. Ma sarebbe stata una abiura, e allora no. Poi tutti hanno pensato che fosse una umiliazione per lui, il fatto che Totti entrasse e in ventidue secondi la mettesse dentro in spaccata come un ragazzino, nessuno si è fatto la domanda, che non assolve ma forse risolve: senza le dichiarazioni di Spalletti, Totti avrebbe giocato uguale con il sangue agli occhi? Ci sono gol che hanno bisogno di una trama e quelli di Totti ne hanno una complicatissima, che passa per gli errori arbitrali e le compensazioni di Calvarese – senza di lui non c’è il rigore che condona i due precedenti non dati – e arrivano e partono da Spalletti che nonostante tutto lo manda in campo. Nel duello con Totti c’è tutto della sua storia: i sacrifici, il fatto di essere un calciatore mediocre – «ero un centrocampista di resistenza e poca qualità, anche se per modello prendevo Antognoni» – e quindi un bravissimo allenatore, l’umiltà che poi diventa orgoglio, la forza di volontà – l’avete mai visto correre in allenamento? Spalletti, non Totti – e la curiosità intellettuale che diventa pedagogia ossessiva nell’insegnare la tattica ai suoi calciatori. Il resto, se non ci fossero queste polemiche, è nei fatti e soprattutto nella classifica: da quando c’è lui la Roma ha ripreso ad essere una squadra. Per questo quando rispose, qualche settimana fa, con: «Io alleno il presente non alleno la storia», e poi continuando: «io non alleno le emozioni», non solo stava mostrando il suo illuminismo, ma stava anche scrivendo la sua biografia, molto probabilmente, incompatibile con la romanità tottiana. Quando fu convocato – come un Donnie Brasco –  a Miami da James Pallotta, era per chiedergli di non mandare all’aria una stagione non certo per coccolare i privilegi. Poi, Spalletti ha esagerato con la rigidità, ha cercato una contrapposizione inutile ma che volontariamente o meno ha dato i suoi frutti, anche perché – lo sa bene – tra un Totti a mezzo servizio e lo sciagurato seppure intero Džeko: non c’è storia. Purtroppo per il secondo, che deve giocare nell’ombra della storia del capitano. E pure quando gli gioca in avanti, manca i gol sui passaggi illuminanti – che ancora eccitano l’Olimpico – del capitano. Sarà che Spalletti allo Zenit avrà letto Tolstoj e quindi sa che tutti i calciatori felici si assomigliano tra di loro, e ogni calciatore infelice è infelice in modo diverso, e porterà sempre dei problemi, come accadde con Cassano che gli disse: «Mica stai allenando quelle schiappe che avevi all’Udinese. Questa è casa mia». A parte che con la squadra di Pozzo, Spalletti andò in Europa, e il risultato fu che dopo la cessione di Cassano alla domanda su quanto gli mancasse, rispose: «Quanto mi mancano Bovo o Corvia». O nello scontro con Mourinho che pretendeva rispetto, concluse sordianamente: «se lui non è un pirla, io non è che vengo a Milano pe’ famme cojonà». E a Caressa che gli domandava della cacciata da Trigoria di Totti, rispose tra Manfredi e Fabrizi: «il conflitto ce l’ho a casa, mio figlio mi ha detto ‘a papà ma che fai ci cacci Totti?» Non sarà che si stanno scontrando due romanità? Quella del core e quella della testa? E quella del core sta dimenticando che quella della testa – il barbaro Spalletti divenuto romano più romano del suo re – li sta portando in Champions – seppure con i preliminari – ancora una volta. Tra l’altro, Spalletti, avrà anche vinto – inutilmente per molti – solo in Russia, ma è tra quelli che hanno creato l’Empoli (dalla C alla A) e per esperimenti e ricerca è ne “La piramide rovesciata” di Jonathan Wilson, una delle bibbie della tattica. Ma Spalletti, come tutti i patriarchi, ha le spalle larghe, nella sua crescita ci sono lo sguardo lungo e il senso di responsabilità, forse per questo tiene la Roma stretta per mano come se fosse una bambina o una città appena conquistata.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Spalletti: patriarca, illuminista, tenero barbaro

  1. […] altro bravo è Gasperini che però ha un caratterino particolare. Bravo è Giampaolo. Come bravo è Spalletti». Che ormai sembra un patriarca. «Sembra un patriarca ma soprattutto mi piace perché dal primo […]

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