Muhammad Ali: Me, We

Nato Cassius Clay, morto Muhammad Ali, nel salto c’è la vita dispari di un uomo che cambiò nome come i papi e cambiò il mondo come pochi. Perché era un re, un Riccardo che faticò a riprendersi il suo regno, un personaggio figlio di Shakespeare che però aveva la lingua da rapper. Un ragazzo nero con la bocca larga per sparare parole e opinioni che hanno demolito pregiudizi e ingiustizie prima ancora che avversari sul ring. Muore non il più bravo pugile del novecento ma quello più in gamba, quello che ha nel pugno non dato la sua grandezza, che tutti conoscevano e amavano, un po’ poeta, filosofo prima che guerriero, uno che aveva capito che lo sport era un valore non solo un modo per farci i soldi. Fu icona e mai marchio. I suoi gesti hanno cambiato l’America, prima ancora di quanto i suoi ganci abbiamo fatto grande la boxe, che dopo, escluso Tyson, è sparita dall’immaginario, sia come disciplina che come possibilità per portare in giro idee. L’unicità di Muhammad Ali sta nella sua disparità, nel non essere mai stato dove il mondo si aspettava, nel non aver mai fatto calcoli ma di aver vissuto a istinto, seguendo una costellazione di pace e amore fatta in casa, costruita andando a vedere, pagandone le spese. Chiedendo una parità tra neri e bianchi, una libertà di culto e pensiero, in una battaglia tutta giocata su pugni e parole. Ali è stato molte cose, in contemporanea all’essere un grande pugile, principalmente un esploratore della società: ne voleva una migliore, includente, senza muri e discriminazioni razziali e religiose. Per questo è rimasto un simbolo persino quando il Parkinson lo ha inchiodato al silenzio e poi lo ha recluso in un corpo tremante, lui che è sempre apparso come una certezza, una montagna, ogni sua affermazione – giusta o sbagliata – suonava come una sentenza, non c’erano dubbi nelle sue parole, persino quando prevedeva avvenimenti impossibili, cominciò da subito: dichiarandosi campione del mondo contro ogni probabilità. Le certezze gli venivano, tutte, dalla boxe, che aveva cominciato a praticare per un furto di una bici, su consiglio del poliziotto di quartiere al quale si era rivolto. E pugno dopo pugno ha disegnato una parabola perfetta, ha scritto la storia, con una leggerezza e una convinzione che sono uniche. Non ha eredi sportivi, meno ancora d’idee, perché si è sempre mosso senza calcolare le perdite, come fanno – solo – i profeti.  È un pezzo unico, il ragazzo che dall’alto del suo metro e novantuno sferrava pugni conservando intatta la sua faccia – certo Ken Norton gli fratturò la mascella –, persino quando perdeva. Tutto cominciò a Roma, nel 1960, Cassius Marcellus Clay Jr., da Louisville, Kentucky, a soli 18 anni, vince la medaglia d’oro per i mediomassimi – che poi finirà nel Mississippi dopo un rifiuto di entrata in un bar per soli bianchi, gli venne riconsegnata nel 1996 alle Olimpiadi di Atlanta, quando tutto il mondo pianse, mentre lui da ultimo tedoforo portava il fuoco. Quattro anni dopo a Miami, batteva Sonny Liston, e gli toglieva il titolo mondiale dei massimi. L’anno dopo a Lewiston (Maine) andò “in scena” la rivincita che durò un solo round, Clay – che nel frattempo si era convertito alla fede islamica aderendo alla Nation of Islam e cambiando il suo nome in Muhammad Ali – colpì Liston con un colpo quasi invisibile e il feroce pugile cadde come corpo morto cade, lasciando molti dubbi. Poi non ne ha più lasciati, almeno fino a quando non rifiutò di andare a combattere in Vietnam, liquidando il fatto con due battute che sono due saggi di storia: «Ali, sai dov’è il Vietnam? — Sì, in TV», e «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro”». Tornò a combattere – solo – nel 1971: battendo Jerry Quarry e Oscar Bonavena, ma quando provò a riprendersi il titolo perse ai punti contro Joe Frazier, e solo dopo 3 anni, riuscì a batterlo; in mezzo ci furono dieci incontri vinti e una mascella fratturata per mano di Ken Norton, che lo batté anche. Ma la costante della vita di Ali è stata la messa in discussione delle realtà, da quella razziale degli Usa a quella conformista dello sport, e a 32 anni avendo tutto da perdere si lanciò in una storia senza precedenti, esportare la boxe in Africa, combattere contro George Foreman a Kinshasa nello Zaire. Di quell’incontro si molto raccontato, Norman Mailer ne ha scritto: “The Fight”, e Leon Gast, filmato: “Quando eravamo re”. Ali – si immerse: atmosfera e gente – si fece africano, sarà per sempre l’uomo cometa che correva in tuta grigia – scurita dal sudore – e passando per le strade fuori Kinshasa riscriveva il paesaggio, con la coda di bimbi e il coro che telegrafava un desiderio: “Ali, boma ye”. Mostrò di saper andare oltre se stesso, di saper incassare e sopportare quello che non si pensava sapesse incassare né potesse sopportare, distrusse Foreman psicologicamente prima di mandarlo a tappeto: «Potrei accampare mille scuse, per quella sconfitta. Ali sostiene che per battermi usò la tecnica del rope-a-dope, che vuol dire prendi al laccio l’imbecille. Ali fu bravissimo: mi ubriacò prima con la sua bocca, diceva delle cose che mi mandavano fuori di testa. Poi, sul ring, dopo che lo avevo picchiato per sette round, e vi giuro che all’epoca picchiavo fortissimo, si avvicinò e mi disse: “Ehi George, tutto qui quello che sai fare?”. Quanto l’ho odiato». Ali allora era il vecchio pugile, quello che aveva fatto dello sport un mezzo per arrivare ai diritti, era un inconsapevole rapper di un desiderio comune alla sua generazione: la libertà. Foreman, di anni ne aveva 25 e di forza tanta, bastava incrociarci lo sguardo per vedere la sua rabbia cupa ma era solo uno che voleva scalare un conto in banca, e non fece niente per apparire diversamente. Ali facendosi picchiare gli fece scrivere una vera e propria autobiografia in diretta sul ring: più picchiava più diceva del suo essere solo capace di spostare la gente da una parte all’altra. Gli mancava un motivo valido anche se gli stava scavando dentro. Quando Ali lo mandò a terra, uscendo dall’angolo, con un crescendo di ganci fino all’ultimo diretto che lo consegna alla solitudine, gli cambiò anche la vita. Il diretto di Ali lo colpisce, Foreman cade, e la storia cambia. Non a caso, dopo aver visto il suo avversario cadere un pezzo alla volta e poi incapace di alzarsi, dopo aver girato sul ring, in uno stretto cerchio, ricondotto nell’angolo dall’arbitro, essere stato proclamato vincitore, abbracciato dai suoi – Rachman, Kilroy, Bundini e Dundee – e poi da chiunque fosse a bordo ring, mentre Norman Mailer urlava: «Mio dio è di nuovo il campione!», svenne. Quella vittoria, la più incredibile della boxe, era troppo persino per lui. Foreman ha chiamato i suoi cinque figli tutti George, per paura di dimenticarsi. Il resto l’ha fatto Dio apparendogli in uno spogliatoio di Portorico mentre gli cucivano la testa. «È comunque un eroe. Gli eroi possono tornare da una guerra senza una gamba o un braccio, ma rimangono eroi. Ali è un eroe bellissimo». E lo rimase, anche dopo quella fatica enorme, riuscendo ancora una volta a scavalcarsi. Doveva regolare i conti con Frazier, mancava il terzo definitivo incontro che si tenne nel ottobre del 1975 a Manila nelle Filippine (da lì poi sarebbe arrivato Manny Pacquiao che oggi regge la boxe): quattordici riprese che erano una trincea da prima guerra mondiale, dove a sparare erano i jab di Ali che alla fine prevalse. Fu l’ultima sua grande impresa sportiva, quello che venne dopo è continuazione di sé, speranza portata sul ring alla Buffalo Bill, nessuno ricorda gli scontri con Evangelista, Shavers o Spinks, per fortuna, trascinandosi fino all’ultimo incontro con Trevor Berbick, dove sul ring apparvero persino al suo storico allenatore, Angelo Dundee, i problemi che poi portarono alla diagnosi del Parkinson. Anni dopo Berbick difendeva in titolo contro Tyson – figlio di una visita in riformatorio del campione e della cura Cus D’Amato –, Ali era la superstar e sussurrò al giovane Tyson: «Spaccagli il culo per me», e quello così fece. Nel 1981, Muhammad Ali, smise, era stato un pugile che aveva fatto della sua agilità insieme alla potenza dei colpi che sferrava la sua forza: «Vola come una farfalla e punge come un’ape», sul ring è sempre apparso come un alieno, un ballerino prestato alla boxe, uno che parlava tanto ma che allo stesso tempo sapeva sia incassare che colpire in maniera inaspettata. Era Hollywood offerta alla boxe. Tanto da divenire un mito anche in altre discipline, e per altri campioni come Bruce Lee, che sta alla Cina proprio come Ali agli Usa. Si è sposato quattro volte (Sonji Roi, Belinda Boyd, Veronica Porsche, e infine Yolanda ‘Lonnie’ che lo ha assistito fino alla fine) ha avuto nove figli (tenuti insieme nonostante i divorzi, come testimonia il documentario di Claire Lewins: “I am Ali”) di cui solo una, Laila, ha boxato divenendo campionessa mondiale dei pesi Supermedi nel 2002. Ha persino scritto una poesia, una volta: Ad Harvard, davanti a duemila laureati, tenne un discorso alla David Foster Wallace, senza note, sul privilegio dello studio, che gli era stato negato, e sul finire gli urlarono: «recita una poesia», e lui non si tirò indietro, e colpì: «Me, We», due parole: «Io, Noi», dentro c’era la sua vita, quella di un uomo che si era mosso sempre in funzione del mondo, che aveva fatto perno su di sé per andare con gli altri contro quello che era ingiusto. Come fanno i re, un Davide d’Israele ma nero, che prescinde dagli interessi personali e si muove in funzione della sua comunità, mentre tutti, intorno, diffidano di lui, delle sue parole, delle sue idee. Ali non ha mai avuto paura della solitudine, non sapeva che quel giorno ad Harvard stava stendendo in poesia un pensiero in prosa di Albert Camus: “Solitaire et Solidaire”. Un pugile irreale, una mole leggera, che boxava sorridendo, un grattacielo illuminato a festa che ballava come Fred Astaire. Come Ettore, è andato, è uscito fuori le mura, ma questa volta per battere Achille, in nome e per conto di tutti, anche di quelli che erano diversi, e che no, non ci credevano al ragazzo che parlava tanto fino a farsi tamburo e cuore della sua generazione. Batteva la fede nella libertà e la memoria dei torti subiti, e colpo dopo colpo costruì il suo regno, colpo dopo colpo divenne re.

[uscito su IL MATTINO]

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5 thoughts on “Muhammad Ali: Me, We

  1. wwayne ha detto:

    Splendido post, come sempre! 🙂

  2. […] Frazier quello che stese Muhammad Ali, seppure per una volta sola. I suoi incontri erano tempeste che si abbattevano sul ring, per chi le […]

  3. […] mi voglio stressare». Se  Coe nel paragone ci mette la difficoltà di sostituire Bolt, come per Muhammad Ali, intesa come misura del vuoto che si crea con la sua uscita dalle gare, allora ci può stare. Ma […]

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