Addio Brasile

Mentre Pelé porta in giro e a cinema la reliquia dei suoi ricordi, il Brasile si sfalda. In casa e all’estero, per eccesso e per prudenza, in politica e nello sport: con le mani, le proprie, e con quelle di un calciatore peruviano, Ruidiaz. Esce dalla Copa America negli Stati Uniti, vivendo la sua stagione “Lava Jato” di “Mani pulite” – partita da un sistema di tangenti all’interno della Petrobras: l’azienda petrolifera statale – e aspettando con ansia e affanno le Olimpiadi di agosto a Rio de Janeiro con la Baia di Guanabara sommersa di rifiuti. Pelé gira il mondo da ambasciatore e racconta la sua favola – divenuta pure film, di un bimbo povero che seppe diventare re: “Birth of a Legend” – e il mondo scopre un Brasile occidentalizzato, che da paese emergente, da economica insorgente e democrazia-scuola per l’America Latina, ha subito interiorizzato il peggio: incrociando la velocità di New York e la voracità di Città del Messico. Lula da Silva e Dilma Rousseff sono messi peggio di Carlos Dunga, richiamato alla guida della nazionale brasiliana, nonostante il precedente fallimento, e i due ex presidenti succeduti da un governo corrotto, capace di commettere errori maggiori dei loro, creando una instabilità impensabile. E per un paradosso, questa normalizzazione calcistica, questo ridimensionamento è cominciato per mano della Germania, con il disastro del Mineirazo di due anni fa ai Mondiali casalinghi (1-7). Tanto che il CT del Brasile la cita come esempio-antitodo visto che è stato anche il veleno: «Non temo l’esonero, ho paura solo della morte, siamo fuori dal torneo per un gol nettamente irregolare. Viviamo una fase di transizione, ed è un lavoro che esige pazienza. La Germania ci ha messo 14 anni per arrivare ai livelli attuali: noi abbiamo iniziato a lavorare da appena due anni». Da una parte il paese viene divorato dagli eccessi di un azzardo politico-economico che coinvolge mezzo governo e molti senatori e parlamentari (con la richiesta di arresto per i presidenti di Camera e Senato, Eduardo Cunha e Renan Calheiros, per l’ex presidente della Repubblica, Josè Sarney); dall’altra parte c’è la prudenza di Carlos Dunga, il suo Brasile – ma anche quello di Scolari non era da meno – europeizzato, troppo rispetto a quello che cercava di fare Vicente Feola – e che vedrete nel film di Pelé –  nel ’58 in Svezia, che doveva tenere a bada la ginga, il prevalere del talento sulla tecnica, l’essere selvaggi e imprevedibili sovvertendo moduli e tattiche. Alla fine il Brasile si è borghesizzato, ha perso non solo la fantasia ma soprattutto la bellezza del gioco, l’estetica ha ceduto il passo a un pragmatismo che però annoia e non porta vittorie. Una ossessione: lasciare le proprie origini, disperdere le radici o almeno musealizzarle per dimenticarle più in fretta, in funzione di una trasformazione che ha travolto tutto, macinato ogni cosa, e ora li ha ridotti a cercare il vaccino per recuperare se stessi. Non vincono il mondiale dal 2002 quando in Asia batterono la Germania con l’ultima grande generazione di campioni: Ronaldo (quello vero), Ronaldinho (l’ultimo con la ginga), Rivaldo (triste ma con una visione), Cafu e Roberto Carlos difensori solo all’anagrafe (del secondo non se ne capacitava Hodgson) e in panchina c’era Kaká (per dire il lusso) e allora Scolari fece Feola, cercando di schematizzare la fantasia e gli riuscì, con un prezzo altissimo che poi ha pagato il paese, che viveva la sua grande trasformazione sociale e antropologica. Con Lula si usciva dalla povertà da romanzo e dall’analfabetismo da denuncia, e si entrava in una grande fase di cambiamento, con la doppia scommessa di mondiali di calcio prima e olimpiadi dopo. Qualcosa è andato storto. Nel calcio e nel paese. Nel calcio si cercava la restaurazione (dopo Scolari, Parreira, Dunga, Menezes, Scolari, Dunga, qualcosa di simile ai governi Andreotti uno, due e via andare con Menezes a fare Spadolini) e l’irreggimentazione fino all’estinzione della ginga o alla sua plastificazione con Neymar; e in politica si inseguiva l’azzardo, fino a far prevalere l’assolutismo – poi i giudici stabiliranno in che misura – sposando il neoliberismo senza avere solide basi. La sconfitta del ’50 al Maracanà fece piangere il padre di Pelé, che gli fece promettere la vittoria del mondiale. Poi Pelé ha visto piangere i suoi nipoti per il sette a uno. Per la sconfitta col Perù in Copa America non c’erano lacrime, perché il Brasile si spegneva per prudenza: la mano di Ruidiaz era quella dei giudici che provavano ad arrestare la corruzione. Un pareggio, che come ricorda proprio Pelé, nella vita non esiste.

[uscito su IL MATTINO]

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