Napoli è stata anche bella

Una piazza, per quanto allagata non è ambiente per alici, vedo, dalla mia finestra, i loro occhi a spillo brillare sotto il sole, il gorgo d’acqua che si forma intorno alla lavinella sotto i piedi di legno umidi del banco che abbraccia, e i basoli sommersi, uno strazio creativo che esce dalle mani di don Ciro, il pescivendolo, che innaffia le sue cassette quasi a volersi far perdonare della sottrazione – dal mare – e accompagna la discesa forzata dell’acqua teatralizzando il movimento, facendone una danza di slanci e sfinimenti, con pause irregolari: un po’ alle alici, un po’ ai polpi, un po’ alle cernie e agli scorfani, nemmeno avesse una spada tra le mani, e con una intonazione rotonda da sergiobruni, riesce anche a far stare i buongiorno nelle pause tra un verso e l’altro di Indifferentemente. Soddisfa con malafede la natura tradita e il bisogno della giornata. Una corrida colorata, con il pesce al posto dei tori, e con la luce che si fa pesante sulle loro teste, senza chiedere né perdono né la carità del sopportami. Smozzichi di parole e braci di calore. Calano e loro accettano. Schizzi d’acqua e discussioni. Si tu m’accide io nun te dico niente. La Germania ha i suoi precisi scambi ferroviari, e io lo so bene, e Napoli quelli linguistici, binari e stazioni di musica e parole e vita quotidiana: compresa di prezzo delle alici, invettiva, universo e virtù, e pure certe risate sortilegio di carità, rispetto ai vicini di mercato. Euforie e sfinimenti. È la buona salute di un popolo, che, quasi con indifferenza, accompagna fedele: immagini e sostanza, segni e ferite, manifestazioni e cibi. Ogni mattina questa ferrovia di caotico e a suo modo cortese presente, entra dalla finestra, sale dal basso e avvolge le mie stanze, fino a trovarmi, mentre mi rado. Traditori di oggi e di ieri, si annodano davanti al mio specchio e da quel momento, sì, l’uocchi nun trovano cchiù pace, mi parte un insulso bollettino degli smarriti, percorro la città dall’alto, con la compassione di un santo, lo sguardo caritatevole, attraverso la beatitudine delle case passate; percorro la mia vita con la toponomastica sulle braccia come un deportato; seguo il flusso del sangue, sento il cuore farsi largo, sovrapporsi, correre fino a sbattere contro la porta del palazzo dove abitavano i miei; raffreddarsi, rimettersi in moto e cercare la casa successiva, quella di quando c’era mia moglie, insomma, un tempo così familiare e per questo lontanissimo: scivolato via, giù, giù, dal varco della vita che chiede a tutti di risolversi in stanze diverse, in una rincorsa immobiliare mascherata da sentimenti. E poi torno qua, sotto lo sguardo delle alici. I nostri segreti ci annoiano a morte, e, così, finita la conta degli scomparsi, sfollati – senza guerra –, e caduti delle feste comandate, con una smorfia verifico che la mia vista opaca non abbia concesso sopravvissuti, ripasso ancora il rasoio sulla faccia e ancora: in un verso e nell’altro, ricordi e pelle, pelle e ricordi, e poi con melensa strana dolcezza, quella dei reduci, vado a meritarmi il caffè. Catarì nun te scurdà t’aggio dato ’o core. C’è una simulazione ottusa e per molti aspetti furba, nei gesti che compiamo, quasi che davvero qualcuno ci vedesse, ma io so che non mi vede più nessuno, eppure ci sto attento, so che non devo conservare più nulla, eppure ci bado, sono cosciente che tutto quello che mi circonda non ha più nessun valore, ma gli concedo ancora un rispetto religioso, inutile e per questo grandioso. Adesso che posso dire che l’amore è uno sporco imbroglio, meno che nelle canzoni; adesso che mi porto le macchie sopra la fronte e che da un orecchio non sento più bene Carosone, e confondo pure le ginocchia che baciai; adesso che non mi servono complici, perché non c’è nulla da fare, e persino il tramonto del sole mi pare una inutile e sporca sollecitazione di finzione; adesso e solo adesso posso smettere di dire infami a tutti quelli che se lo meritavano. E lo faccio per chiedermi: Che avevo in mente?

Come il cibo, le parole in dialetto sono nutritive, mi hanno aiutato a capire e sopportare, le varianti della realtà. Famme chello che bbuò e damme stu veleno. Quanto me ne sono sceso facendo finta che fosse normale, e Catarì? Così, mentendo, e subendo, con la normalità di un apprendistato e l’illusione dell’esistenza. Che bbene a dicere?

 

Non sono mai stato prudente, esserlo significava avere misura e io non ne ho mai avuta. Significava portarsi dietro la paura e io quella l’ho persa quasi subito. Se fossimo tutti stati prudenti a cominciare da Eva ora chi ci sarebbe qua a Napoli? E sta confidenza co’ cielo chi se la pigliava? No, né io, né la città siamo mai stati prudenti, non potevamo, non ci apparteneva. La prudenza è proiezione di uno stato mentale che dice statte accorto qua, statte accorto llà, arrenditi alla gioia di godere.

 

Che poi la vita è una convinzione che il tempo smentisce. Scalinatella longa longa longa. Quante sono le voci che non riconosco più? Quella dei giorni che sono finiti, e che erroneamente ho pensato che potessero ricominciare. Quelle delle donne che mi diedero ascolto. Quelle dei miei amici, la loro ironia. Ora il passato respira forte ma non riesco ad aggiungere dettagli, mi dico e ridico il resto che manca, ma non riesco mai ad avere quello che cercavo. Scavo lontano fino alle estati ma tutto diventa stanchezza. Volevo essere il Carosone della scultura, e ci sono riuscito, ho provato questa ebbrezza, in alcuni giorni mi è sembrato possibile andare oltre l’oscurità che tutti i giorni contengono. Pigliate ’na pastiglia, siente a mme.

 

Napoli è molto più grande della mia immaginazione, fin da bambino sapevo che anche da vecchio non sarei mai arrivato a conoscerla tutta, con le sue persone sospese, voce ’e notte. Generazioni di voci di notte, anime in pena che colavano via lungo scale e strade, per riversarsi in mare, per trovare uno sbocco, un orizzonte, aspettando sempre una luce, la magnanimità di un altro: santo o Dio che fosse, tra gli spari di una gioventù sempre più rumorosa col passare del tempo. Fenesta ca lucivi e mo non luci.

 

[a Daniele Del Giudice]

 

foto di Graziano Panfili

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