I cani del Vesuvio

Da Fiume a Khartoum, da Mike Bongiorno a Zio Paperone, dall’Alaska al Canada, tirati via da una slitta con cani, i fratelli Armen e Ararad Khatchikian sembrano personaggi usciti da romanzo di avventura e spionaggio di Paco Ignacio Taibo II. Tutto comincia con una donna italiana che segue una spia inglese dall’Italia al Sudan, poi la figlia della donna entra in un emporio di un armeno: scopre l’amore e anche la fuga. La figlia della donna Teresa “Pupi” – istriana austro italiana – sposerà il figlio del proprietario dell’emporio, un armeno, Azad, da loro nasceranno Armen e Ararad. La donna scapperà con i figli in Italia – tornando da profughi –, l’uomo rimarrà in Sudan a combattere la guerra civile, il legame sarà la lingua armena che proprio la mamma italiana insegnerà ai due bimbi. Anni dopo il padre tornando in Italia troverà un mucchio di quaderni da correggere, e correggendo si riannoderà alla sua famiglia. Questa è una storia di attese e immaginazione, di grandi viaggi e molto dolore, ma con un lieto fine. Armen e Ararad me la raccontano dalla cima del Vesuvio, dove siamo saliti tirati dai loro cani, sotto di noi c’è Napoli che aspetta il tramonto, qualche nave da crociera nel golfo, un cargo ancorato, e i tetti delle case che sembrano voler salire sul vulcano. Non è stato un pic-nic ma ci son stati tanti momenti belli. I Khatchikian appartengono alla categoria degli uomini mondo. Ogni volta che parlano ne vedi uno, per ogni viaggio c’è da scriverci un romanzo. A cominciare dal pomeriggio che abbiam passato insieme che potrebbe chiamarsi “I cani del Vesuvio”, loro hanno montato un campo artico e si sono impiantati per due giorni sul vulcano per raccontare le loro scuole di cani da slitta e mostrare il facile connubio che si può creare tra uomo-animale-natura. Ararad è il fratello pedagogo, spiega tutto, con una pazienza da maestro, Armen è l’istinto, se proprio vuoi sapere qualcosa devi andare a chiederglielo mentre sta facendo una delle sue mille cose. Così mentre Ararad mi spiega ogni singolo componente del campo artico, e mi mostra come funziona il bruciatore a meno venti sotto zero, guardo suo fratello Armen – che per primo ha fatto l’Iditarod (corsa commemorativa annuale con i cani da slitta) che va da Anchorage a Nome e che i musher (i conducenti di slitta) percorrono per mille miglia insieme soltanto ai loro cani (in memoria di Balto, che tutti ricorderanno in versione cartone animato di Steven Spielberg) e che prima ha affrontato in canoa il fiume Yukon, quello che Jack London discese su una zattera di legno dal Canada all’Alaska (3.200 km in 66 giorni) – che parla con i cani husky. Tutto ha avuto origine nel 1983 con il concorso televisivo “Esprimi un desiderio, Stock ’84 lo realizza” abbinato al programma televisivo “Superflash”, condotto da Mike Buongiorno, Armen partecipa, vince e nel marzo del 1984 fa la prima Iditarod, piazzandosi bene e decidendo di fare dello Sleddog la sua ragione di vita. Suo fratello Ararad che lo aveva seguito in Alaska per documentare con un video e un diario l’impresa, mentre studia il mondo dei cani partecipa per due anni di seguito a una incredibile gara di sci di fondo (senza cani): la Iditaski, su un percorso di 350 Km della storica pista dell’Iditarod. Dopo queste gare, entrambi lasciano tutto, studi e vite precedenti, per dedicarsi allo Sleddog – Mushing. Fondano la Scuola Italiana Sleddog a Ponte di Legno-Tonale, importando 37 Alaskan Husky e poi quella di Tarvisio in provincia di Udine. Il resto sono scalate, imprese a raffica, altre gare e alcune sequenze di “Cliff Hanger” con Silvester Stallone, un mucchio di viaggi come se l’Alaska e il Canada gli appartenessero. E poi il Vesuvio, “non potevamo portare anche le slitte o tutti i nostri cento cani, ma volevamo far provare, un po’ di quelle sensazioni che ci trasciniamo dentro”, mostrare a tutti come ci possa essere un altro mondo, e di come le slitte e i cani aiutino a capire meglio i legami e lo spirito della natura. “Nelle nostre scuole vengono molto bimbi autistici o con problemi motori, e non si può immaginare come i nostri cani riescano a entrare in connessione con loro, dando risultati inaspettati”. I due fratelli, possono parlarti per giorni dei loro viaggi, e soprattutto ogni volta che li incontri stanno sempre andando da un’altra parte. Sono due esploratori della vita, di quelli che no, non li prendi, e la fortuna di averli sul Vesuvio, non mi sembra vera, soprattutto quando mi imbragano a uno dei loro cani, Katchio, e insieme saliamo, “vedi è come con la slitta, si diventa un solo corpo, si agisce insieme, in una orizzontalità di sforzi e intenti”, mi dice Ararad preparandomi. Gli altri cani si chiamano Kapan,  Mishka e Dashenka (questi ultimi due sono di Nina Vukovic Stjepanovic – una allieva croata della loro scuola, che li ha seguiti a Napoli). I siberian husky hanno comandi in una sorta di esperanto: hike oppure mush (pronuncia haik e mash) per fermati; woah (pronuncia uoo) per destra; gee (pron. gi’) per sinistra; haw  (pron. ha’) per avanti diritto; ahead (pron. ehe’d) per rallenta. Il resto è stupore, anche immaginazione ma poca visto che Ararad e Armen radiocroneggiano con i loro ricordi. Quello che colpisce di loro, oltre la fiducia nel prossimo, è l’enorme ottimismo. Con noi c’è Ciro Di Nardo, guida vulcanologica, un Kabir Bedi avvolto dal fumo del Vesuvio, che rivaleggia con loro in aneddoti, ricordando l’eruzione del ’44, le cadute nel cratere, le richieste di spargere ceneri – perlopiù di stranieri – con rituali da “Grande Lebowski”, e poi recita “la Ginestra” di Giacomo Leopardi come se fosse la formazione del Napoli di Maradona e anche passi di Plinio in latino, quasi per ricambiare i ricordi dei Khatchikian. Più saliamo più cresce l’emotività, quasi che il Vesuvio ci passasse calore. E di vedere questi husky padroni delle piste sul vulcano sarebbero felici sia Totò che Anna Maria Ortese. Con noi c’è anche un bambino, Raniero Montrasio, che ha seguito i genitori Mauro Montrasio e Marina Corbani, aggregati ai Khatchikian; il bambino prima di fare questa esperienza aveva paura dei cani e terrore dei vulcani, in due giorni ha scoperto di poter essere amico di entrambi. Questi sono i dettagli che riempiono la vita di Armen e Ararad, ora che il sole tramonta, gli husky sono in fila sul crinale del cratere e sembrano chiederci di scendere, di riprendere a correre, domandano di trascinarci ancora. Credo che sia l’elettricità dell’istinto di andare che unisce questi animali con i Khatchikian, per brevità potrei dire senso dell’avventura o semplicemente inquietudine, in realtà è qualcosa di più complesso che ha a che fare con la curiosità di Ulisse incrociato col richiamo della foresta.

foto di Matteo Zanga

[uscito su IL MATTINO]

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