L’altra Mano de Dios

Come tutti i giorni Marvin Helguera stava tornando in taxi a casa, ascoltando la radiocronaca del quarto di finale tra Argentina e Inghilterra, allora non c’erano telefonini per avvisare, ci si basava sulle abitudini. Sua moglie, Costanza Martìnez, aspettava la loro bambina, Lydia, mancavano pochi giorni al parto, stava cucinando basandosi su un concetto di tempo oscillante, legato a una elasticità che abbiamo perso. E guardava la partita alla tivù. Erano due ventenni che avevano scommesso, si erano sposati, e, a differenza di molti loro coetanei, il figlio l’avevano cercato, cinque anni dopo ne avranno anche un altro: Paco. Era il 22 giugno del 1986 a Tegucigalpa, Honduras. Nello stesso giorno a Città del Messico, allo stadio Azteca, davanti a centoquindicimila persone, Diego Armando Maradona stava per staccarsi dall’ombra di Pelé. Prima con una mano poi con un piede. Oggi Marvin e Costanza sono due cinquantenni, e io sono venuto a cercarli, perché da anni colleziono tutto quello che è accaduto durante la partita che ha cambiato il calcio e la vita di Maradona, trent’anni fa.

«Cosa vi lega a Maradona?»

«Una frazione di tempo», risponde Costanza, mentre Marvin ci sta ancora pensando forse per trovare le parole adatte, per ricordare quello che gli accadeva mentre Maradona segnava il primo gol. E quando mi risponde, lo fa a singhiozzi: «C’è un dettaglio illogico, dopo lo schianto, continuavo a sentire la radio e forse per il dolore per la paura, per l’adrenalina, per lo shock, non so dirlo, sicuramente per merito del radiocronista a me sembrava di vedere quella scena che poi ho visto solo tempo dopo: Maradona che salta e supera Peter Shilton con la mano». – Lo interrompe Costanza – «Io invece quella scena l’ho vista in diretta e solo tempo dopo ho saputo che mentre alle 13:11 Maradona toccava il pallone con la mano a Città del Messico, fuori dalle regole del calcio, a Tegucigalpa una macchina usciva di strada e piombava sul taxi di Marvin».

«E dopo che è successo? Tu Costanza come l’hai saputo?»

«È tutto assurdo, dopo quel gol, cominciano delle contrazioni fortissime, cerco di mettermi sul letto, aspettando che Marvin torni, e invece non torna. Chiamo mio padre e gli dico di portarmi in ospedale. Mio padre è costretto a fare un giro assurdo perché l’Anillo è bloccato, per l’incidente di Marvin, ma lui non lo vede e io non so nulla. Arriva, mi prende e andiamo in ospedale, passando nell’altro senso vedo il taxi e ho un presentimento, ma invece penso si è fermato a guardare la partita con i colleghi al garage e dico a mio padre di chiamare lì dall’ospedale».

«È un romanzo».

«Sì. Mio padre chiama al garage dei taxi, quando sono in sala parto, e gli dicono dell’incidente, dando Marvin per morto».

«E tu Marvin?»

«Mi sono svegliato cinque giorni dopo, ed ho chiesto se avessero convalidato il gol, e invece mi hanno risposto che ero diventato padre».

«Che cosa era Maradona per te?»

«Dio. Io avevo giocato a calcio nelle giovani dell’Olimpia Tegucigalpa, e ci avevo creduto, poi avevo scelto di seguire mio padre e guidare un taxi, continuando a giocare ma con meno impegno, seguivo Diego, allora non c’era internet, per stare dietro a un calciatore, sapere che faceva, ci voleva molta buona volontà».

«E quando avete collegato le cose?»

«Quando ho letto della Mano de Dios, ho detto a Costanza, questi parlano del miracolo in campo, il miracolo è il mio sulla strada».

«E avete provato a raccontare la storia a Diego, a farglielo sapere?»

«L’incidente è stato raccontato dall’Heraldo, per la sua spettacolarità, una macchina che cade da un cavalcavia su un’altra macchina non succede tutti i giorni. La coincidenza non aveva importanza, anche se io lego tutto alla Mano de Dios. Poi un giorno mi capita di caricare Rigoberto Paredes, non sapevo chi fosse, eravamo bloccati sull’Anillo, lui mi ha chiesto della cicatrice – Marvin ne ha una molto più evidente di quella di Ribéry – ed ho preso a raccontare la mia storia, e lui poi l’ha scritta per la sua rivista “Imaginaria y Galatea”».

«E io l’ho letta. Ma Diego?»

«Niente, non credo sappia e se lo sa non ha ritenuto importante la storia, gli ho spedito il racconto di Paredes a Buenos Aires ma non ho mai avuto risposta».

«Tu, voi, pensate di essere legati a lui?»

«Sì, siamo parte di un unico miracolo, con una mano Dio segnava in Messico, con l’altra mi salvava in Honduras, quel giorno, in quello stesso minuto, Dio ha giocato a scacchi con me e Diego, ci ha mosso in direzioni opposte e ci ha fatto rinascere».

«È una possibilità».

 

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “L’altra Mano de Dios

  1. […] Eppure è la droga a rendere umano il calciatore che ha riscattato una guerra con due gol, uno da Mandrake con la mano e l’altro da James Dean: bruciando tutta la migliore gioventù inglese compreso il […]

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