Lo zio d’America

Per anni Bud Spencer è stato il nostro supereroe fatto in casa, una specie di Superman senza costume, autarchico e con la passione per la pasta, la cui kryptonite era Terence Hill che lo infastidiva ronzandogli intorno; e che picchiava con ironia il male che gli cadeva addosso: da Napoli al West, rendendo normale quello che era irreale. Sembrava potesse risolvere ogni problema risvegliandosi dal torpore imperiale che lo avvolgeva, persino quando era povero nella finzione cinematografica. Il suo corpo apparteneva all’Italia prima come nuotatore era Carlo Pedersoli – convocato in Nazionale va agli Europei di Vienna, due medaglie ai Giochi del Mediterraneo del 1951 in Egitto, successivamente partecipa alle Olimpiadi di Helsinki e Roma – e solo dopo come attore: quando occupa gli schermi dei cinema (comincia con Quo Vadis?) diverrà Bud Spencer. Dopo centinaia di film e tanto tempo, il suo vanto rimaneva l’essere entrato nella storia come il primo italiano a scendere sotto il minuto netto, 59”5 (nel 1950 a Salsomaggiore e poi a Vienna). Diceva che l’azione nello sport era una cosa che nessuno ti poteva togliere. I film da protagonista, nemmeno, ma si vede che il nuoto contava di più. Era la sua vittoria sul tempo. Ha viaggiato, cantato, ballato, recitato, pilotato, vissuto, sempre con leggerezza estrema, era un uomo allegro e non l’ha mai nascosto, ha fatto mille lavori in giro per il mondo avendo il “futtetenne” in tasca – filosofia napoletana – che poi trasformò in canzone ed album. Dopo Franco Franchi e Ciccio Ingrassia ha rappresentato con Terence Hill la coppia comico-pedagogica per generazioni di italiani (solo Ermanno Olmi l’ha reso pirata regalandogli la serietà di un ruolo impegnato); picchiava il giusto, non diceva parolacce – al massimo si arrabbiava – e aveva una fame atavica che saziava mangiando in modo spropositato: era la ricompensa. È sempre stato la difesa non l’offesa, lo sguardo gentile, Hollywood ridotta a pasta e fagioli e masticata senza preoccuparsi se non di scansare la volgarità. In lui conviveva la lezione della comicità di Totò e quella del cinema muto. Sentimento e cazzotti, intorno a un bambino da salvare. Un felino sovrappeso che si sforzava di rimettere le cose del mondo in ordine, il cui limite del caos era la sua pazienza. Che fosse commissario – il Piedone di Steno è un personaggio meraviglioso –  pistolero, sceriffo, semplice meccanico, ex pugile, ex rugbista, o che uscisse dalla foresta amazzonica contava poco, quello che contava è che ci fosse: la sua presenza conteneva la trama, le sue espressioni, le sue battute, erano contorno all’azione che poi era sempre di riportare l’ordine – quello che fanno i supereroi o i dittatori: con principi differenti –. Certo gli è mancato di battere Godzilla, ma solo per tempo non per altro. Si è esportato in tutto il mondo, in Germania è diventato una parola, in Sudamerica una istituzione, da noi sarà per sempre la proiezione del divertimento, la spensieratezza che diventa giustizia. Lo zio d’America che avevamo in casa.

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3 thoughts on “Lo zio d’America

  1. rodixidor ha detto:

    Dal Pallonetto al Mondo con ampie bracciate ha preso il largo sorridendo fra un cazzotto e l’altro. Addio Bud.

  2. […] passata. I salti temporali, le connessioni, gli snodi pop, sono gli slanci del romanzo, si passa da Bud Spencer di “Piedone”, a Marco Pane, un bambino che recitò con Lee ne “L’urlo di Chen terrorizza anche […]

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