Il cronista di Brera

Io la raccontai ai tedeschi, ed era come se un giapponese avesse descritto Pearl Harbour agli americani. Sapevo che in quello stadio avrebbero messo una targa: qui c’è stata una corrida non una partita di calcio – così cominciavo –, dove alla fine aveva vinto il toro (ai tedeschi la metafora piacque molto). Nel 1970 ero un ragazzo e lavoravo per “Die Welt”, madre tedesca e padre italiano, ero cresciuto in Germania, e per amore tifavo Brasile: c’era una Città del Messico anche nel mio cuore. Del calcio mi piaceva l’impalcatura tattica, il cervello; la semifinale Italia – Germania era stata una rincorsa agli errori, bellissima sotto l’aspetto sentimentale e agonistico, pessima per la tattica e la tecnica, e grazie alla ricerca del purismo tattico, scrissi un articolo che diceva: «gli italiani hanno vinto per una somma di errori». Mentre tutti lodavano Rivera per il definitivo gol, mi concentrai sul suo errore in difesa, che aveva fatto segnare al nostro Muller il momentaneo pareggio. Scrissi un pezzo che partiva da Beckenbauer e finiva a Beckenbauer, era lui il vero vincitore della partita, avendo giocato centoventiminuti col braccio al collo, e la testa alta. Davanti al pareggio di Burgnich urlai: «questo non è calcio, è una miseria pedatoria». Un giornalista italiano, Gianni Brera, mi disse: «questa te la rubo», gli risposi: «fai, tanto noi vi ruberemo la finale», lui sorrise. Sapevo di aver torto, ma non me ne fu chiesto conto. Leggevo Brera e ne imitavo la scrittura, con il limite del tedesco. In quel momento ero fedele a una idea perdente. Ero diviso, e continuai ad esserlo, con indifferenza per quella che poi è stata definita la partita del secolo. I tedeschi persero la testa scoprendosi, con la determinazione di chi ha fame o troppa fiducia. Un solo grande errore tattico, che nel complesso ha pesato più dei tanti errori degli italiani, con la fatica della partita calata anche su noi giornalisti, c’è chi si è fatto ingannare dall’agonismo, e chi ha provato freddamente a dire la verità. Quindi, non tanto gli italiani, ma i tedeschi che oggi leggessero quelle mie parole, mi troverebbero un marziano, ma rivedendo la partita, mi direbbero: «grazie, lei non si è fatto ingannare». Certo, ero per metà italiano: Volete che non li conosca? Si sono battuti con slancio, fino a sorprendere, e tutti avranno tirato in ballo il Risorgimento con Giacinto Facchetti nella parte dell’ufficiale bello, facendo di questa partita un monumento. E noi? Possiamo contare gli errori, le marcature mancate, le piazze che si sono aperte a centrocampo e difesa, a cominciare dai tempi supplementari. Vogts commette fallo su Riva. Rivera tenta il pallonetto: Chi c’è in area tedesca? Il furente Held. Che di petto mette delicatamente palla sul sinistro di Burgnich, l’immenso: 2-2. Dice che il pubblico si diverte, davanti a questi scempi. Il critico prende atto: ma rabbrividisce pure, mi volto verso Brera che conferma. É il 14′ del primo tempo supplementare. I tedeschi sono anche eroici ma stanchi morti, Seeler suona il tamburo: ritrovando la forza per tornar sotto e pareggiare. È angolo. Batte Libuda. Seeler stacca da sinistra e rispedisce a destra: Muller incorna, Albertosi segue tranquillo: sul palo c’è Rivera e sembra si scansi. Albertosi lo strozzerebbe. Rivera china la testa come a un funerale, la fortuna gli offre subito il destro di salvare sé e la squadra. È il 6′: lanciato sulla sinistra: Boninsegna ingaggia l’ennesimo duello con il rosolato Schultz: riesce a crossare basso indietro: i pochi tedeschi in zona sono su Riva. Rivera in comodo allungo si trova la palla sul piatto destro e freddamente infila Maier, già squilibrato prima del tiro. Adesso è finita. I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti di tutti meno che a quelli di Brera (a mi, nanca un po’). Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani e uno tedesco (Burgnich). Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l’infarto, e non per posa, vedendo gli errori. Più cuore che gioco.

[a Gianni Brera]

uscito su IL MESSAGGERO

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