La macinattrice

L’attrice Mina Lastri, indimenticabile in “Mi manda Pastrone” di Nino Locchi, è seduta di fronte al giornalista Enrico Omeri, dopo una lunga trattativa ha accettato l’incontro. Tailleur bianco, un crocifisso le cade sul petto e ai polsi ha dei vistosi braccialetti di corallo composti da piccoli corni affastellati. In lei convivono il catechismo e le credenze popolari, vorrebbe staccarsi dalla tradizione ma è la tradizione che le ha dato i soldi: dischi di vecchie canzoni napoletane, la maschera del suo viso perfetta per le fiction sulla vita dei santi e le janare nei film sul Sud e la Magia. Esile, nervosa, i capelli raccolti dietro la nuca, e diverse buste griffate che denunciano uno shopping generoso appena consumato. Omeri dopo aver scritto un mucchio di cose, è arrivato in metropolitana perché la copertura delle spese è esigua, addosso ha un caldo Cairo, con lui il fotografo Sandro Sbàrbati autore dei teoremi: se non la sai, inventala; e comunque portare a casa il servizio. L’attrice è stata prima gentile, poi improvvisamente riottosa. Prima ha velocemente risposto all’e-mail del giornalista poi ha preso a negarsi al telefono, infine ha accettato. Il tema è l’estate, che secondo le intenzioni del giornale è una ottima rete per poi far parlare della vita: scrittori, cantanti, registi e attori e compagniabella. Mina Lastri però no, prima era convinta e ora non più. Omeri cerca di spiegarle che i temi sono un modo per semplificare la vita delle persone, sa bene che è tutto più complicato di come si racconta, però i giornali sono sintesi, talvolta fino alla superficialità: prendere o lasciare. Ma la Lastri appartiene a quella umanità che si sente diversa al punto di contestare tutto: dal funzionamento dei tostapane alla teoria della relatività, fosse per quelle come lei il mondo sarebbe migliore, peccato che non abbiano tempo. Intanto contestano, poi si vede. Omeri con una pazienza da gregario sull’Alpe d’Huez, prova a fare le domande, pensando alla pagina enorme e al fatto che l’attrice non ha sguardo, dice banalità su Napoli, e persino sulla sua isola, Ischia, e prima di smozzicare anche solo una frase utile, premette che è una artista, che non è conforme, che se voleva una come le altre non doveva chiamarla, e fa seguire l’elenco dei lavori appena terminati e di quelli che farà. Le daranno il premio “quadernetto di velluto” per le sue poesie, ritirerà a Palermo il premio “Elmo di Schillaci” e soprattutto sta per interpretare la madre di Padre Pio, e non vuole essere fotografata con questa luce. Sbàrbati che nemmeno aveva tirato fuori la macchina, intanto, ha pagato un bicchiere di acqua, un succo d’arancia e una granita di limone: ventisette euro, ma prima di consegnare i soldi al cameriere chiede alla diva: «Signora posso offrire io?» e lei con artistica sordità continua a criticare ogni domanda. La faccia di Sbàrbati ricorda una voragine che anni fa si aprì a via Aniello Falcone, mentre le domande di Omeri si infrangono sull’orgoglio della Lastri. È un ping pong monco, uno batte e l’altra guarda la pallina cadere. Omeri – che l’attrice continua ad apostrofare con «Amico mio», causandogli un tic di fastidio all’occhio sinistro – prova a lusingare l’attrice con un ricordo di lui ragazzino e di lei che mette sotto sopra il salotto di un famoso talk show – capendo solo in quel momento che avevano ragione gli altri ospiti, investiti dalla barocca furia della Lastri. « Amico mio, io sono libera, io vago, io non appartengo, io sono fuori dal tempo, a Napoli saluto tutti a Roma non mi saluta nessuno, in fondo Napoli è un paesone, a Ischia non devo vestirmi con capi firmati e posso scendere a fare la spesa, innaffiare le piante, questa terra mi rigenera perché è sempre in movimento». L’ultima risorsa di Omeri – non prima di averle corretto l’ennesimo errore di tempo e di persona – è “Mi manda Pastrone”, prova a chiederle come mai Nino Locchi la scelse come attrice protagonista dandole il successo, ma la Lastri risponde schioccando le guance: « Amico mio e chi lo sa, non ho mai chiesto nulla IO». E poi rilanciando: «Perché lei avrebbe chiesto al regista il perché della scelta?» Omeri con andreottiana sufficienza risponde «sì, certo». Risposta che scatena l’attrice, parte l’invettiva, e non trovando opposizione, scende di giri e per la prima volta dice qualcosa che potrebbe tornare utile per l’intervista: comincia a raccontare della sua gastrite sul set, del suo guidare senza patente – aveva mentito al colloquio, dove appunto era stata scelta da Locchi –, e quando Omeri contando gli anni dalla data di uscita del film, le chiede cosa sia cambiato tra la Napoli di trentacinque anni prima e la Napoli di adesso, anche perché quella del film era livida, arrangiata, quasi un purgatorio, la Lastri, diventa “Funiculì Funiculà” di “No, grazie il caffè mi rende nervoso”, una signora maniaca, e comincia a negare i cambiamenti della città e anche gli anni trascorsi, che secondo lei sarebbero venti e non trentacinque. E, quando, Omeri e Sbàrbati le fanno notare l’evidente cambiamento di Piazza Plebiscito non usata più come parcheggio, con la conseguente scoperta della bellezza dello spazio e dei monumenti, salta dalla sedia urlando: «Amico mio IO mi alzo alle cinque», Sbàrbati: «perché non dorme?» e poi «si figuri io che non mi sveglio mai prima delle dieci». Per fortuna l’attrice è immersa nell’invettiva, difende la sua Napoli, forse perché quella di oggi, che definisce «di moda», non le concede molto spazio. Sbàrbati prova a mediare. Omeri scuote la testa, prima di chiudersi in silenzio ha ricevuto all’ennesima domanda: «Amico mio e che te lo dico a te?», accompagnato da un mento altissimo da ballerino di tango – che chiude definitivamente ogni spazio. La macinattrice, va avanti, racconta che sta leggendo «Catena Fiorello e finendo la sagra (sic!) della Ferrante», e Omeri, come un professore universitario a un esame, stanchissimo, la congeda dicendole: «basta così, può andare» accompagnando la frase con la mano. E finalmente si gode la sua granita, con Sbàrbati che sorride a una turista giapponese, tirando fuori la sua macchina fotografica.

 

L’immagine è di Vilhelm Hammershøi

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