Londra 2012

Una città piena di musica: Londra oggi, anche ritmo e paura, ma quello che manca è una canzone nuova. Il rocker delle olimpiadi è Usain Bolt, prima ancora delle gare, è bastato si presentasse al villaggio olimpico per scatenare l’entusiasmo degli altri atleti: come adolescenti volevano una foto con lui, facile immaginare le loro pagine Facebook, con la preda, meno che accada in altre manifestazioni. Era successo anche per la nazionale di basket americana, ma non ai livelli del velocista giamaicano che ha usato i compagni di squadra per proteggersi e raggiungere il banco che serviva il suo pollo, come se fosse una meta di rugby. L’altra star, il nuotatore statunitense Michael Phelps, partecipa con tutti gli altri componenti americani d’acqua a un video molto spirito olimpico (today), dove tutti cantano “Call me maybe” di Carly Jae Jepsen, e pochissimo (in the mood of) Rolando Petri. Insomma più Broadway e meno de Coubertin. Se si vuol capire perché vincono il segreto è tutto nel video. Il punk (soft), invece, è il ciclista Bradley Wiggins, vincitore del tour de France, tornato a casa e festeggiato da varie star inglesi, tra cui il chitarrista degli Smiths: Johnny Marr. Wiggins ha commentato i complimenti della regina con un «Fuck the Queen», espressione colorita ma senza nessuna implicazione sociale né politica, piuttosto un modo di dire, anche se fuori dal clima inglese di questi giorni. Chi invece ha scelto l’effetto Robinson to London, con la pettinatura, è lo schermitore italiano Aldo Montano che si è scritto in testa: «God save the Queen». In realtà allo spirito olimpico, ai commenti sulla città preoccupati ma buonisti di Nick Hornby e Jonathan Coe, mancano i pugni di gente come Christopher Hitchens, Joe Strummer e Muhammad Ali, che avrebbero fatto impallidire davvero la Regina Elisabetta. Magari raccogliendo meno richieste di foto al villaggio olimpico, ma fornendo una visione diversa dello stato delle cose. La verità è che oggi non c’è un giornalista, un cantante, un atleta davvero punk capace di usare lo sport per parlare agli altri, sì, ci regalano entusiasmo, ma poi il loro corpo serve solo ad indossare l’ultima t-shirt, non a dire cose. Non che sia obbligatorio, ma se  Paul McCartney  reclama Beckham, Cameron cita Morrissey, Dio davvero salverà la regina (dalla crisi economica), Londra chiamerà il resto delle altre città, i cartelloni degli stadi, delle piscine, e del villaggio olimpico segneranno l’urlo dei Sex Pistols: «No Future».

2.

Ali in bianco, la regina in rosa, l’Olympic Stadium in blu, Londra sempre grigia. Alla fine, la cerimonia di apertura delle trentesime olimpiadi, regia di Danny Boyle, è un rimpianto enorme: niente a che vedere con “Trainspotting” molto “The Millionaire”. Bradley Wiggins suona la campana, la cerimonia comincia ma non decolla mai, non bastano William Blake e nemmeno un orgoglioso Kenneth Branagh che mostra un ghigno da macellaio “Gangs of NY”. Attimi di stupore per i cerchi partoriti dalla Londra di Dickens – ciminiere, fermento, povertà – che non diventano la centrale elettrica di Battersea (copertina dei dell’album “Animals” dei Pink Floyd), ma gli ombrelli di Mary Poppins, un esercito, scendono dal cielo e vanno dritte da Harry Potter e la sua creatrice J. K. Rowling  che legge le parole di Peter Pan e le poggia su un mucchio di letti e bambini che provano a dormire sotto coperte illuminate – protezione dagli spettri – ma dicono servizio sanitario nazionale. Da Boyle ci si aspetta che i filmati abbiamo almeno coincidenze temporali: se la regina deve fare la ragazza di Daniel Craig e lanciarsi dal suo elicottero, ed è sera, il filmato va girato di sera, lo sa persino Ozpetek.  Due cafonate imperdonabili non solo per Buckingham Palace, se si aggiunge Beckham al motoscafo sul Tamigi che porta la torcia olimpica e mister Bean che rovina “Momenti di gloria”, di peggio – oltre gli stivali di gomma della Repubblica Ceca – c’è solo l’amore raccontato come disciplina che costa sforzo e allenamento, sciupando “Quattro matrimoni e un funerale”. Sperperare una storia come quella inglese e ridurla a uno 007, l’ultimo, non quello giusto che è scozzese (Sean Connery) e figuriamoci se si presta, chiedete a Giggs perché non canta “God Save the Queen”. C’è poco da salvare, retorica a pioggia, l’impressione è da Hollywood senza stupore. La scelta dei ragazzi come ultimi tedofori è uno spot da multinazionale, nessuno si ricorderà chi accese la torcia. Avevano Steve Redgrave, gli fanno le statue e non gli lasciano accendere un braciere. Altra cafonata mettere “Heroes” di David Bowie per l’arrivo degli atleti inglesi (vestiti da astronauti da Stella McCartney), alle Olimpiadi son tutti eroi, a cominciare da Pistorius. Alla fine, compare Paul McCartney, tiratissimo e contento di essere sopravvissuto ai Beatles e a se stesso, e canta: “Hey Jude”, (take a sad song and make it better), ma no, non migliora.

3.

Non era un quadro di Jasper Johns, e nemmeno un “Easy Target”, come cantavano i Blink-182, ma il bersaglio più importante di sempre. Almeno per Michele Frangilli – uno dei tre arcieri italiani – e per gli altri due Marco Galiazzo e Mauro Nespoli. È la finale, tiro con l’arco a squadre, gli americani sono avanti di 9 punti, Frangilli ha la freccia decisiva, se fa 8 si perde, con 9 si pareggia, 10 si vince. A guardarli, gli arcieri italiani sono molto “vicini di casa”, gli americani, invece, ragazzotti Palahniuk, secondo le regole del Fight Club, gli italiani sarebbero spacciati ma hanno un arco, e scagliano le frecce giuste (selezionate con l’aiuto del team Ferrari), poche fuori misura, il resto a centro bersaglio. Il loro fisico da John Belushi (Galiazzo e Frangilli), più un Dan Aykroyd (Nespoli), non rassicura gli americani, che pensano: se sono in missione per conto di Dio, come gli altri, siamo spacciati. Di solito è con loro, almeno secondo i presidenti da Bush a scendere, ma stavolta la musica è diversa. I Blues Brothers hanno il completo bianco, i cappellini da pescatori Carver e un arco. Gli americani hanno i berretti baseball, i fisici da marine e la sicurezza dei cecchini indiani. Gli italiani sembrano suonare l’arpa, gli americani il basso. Il contrasto crea una tensione di gara altissima. Gli arcieri statunitensi si affannano nel recupero, quasi ci riescono, gli italiani, concentratissimi, paiono a un pic-nic. Discutono di vento e bersagli come di una partita lontana, che hanno già visto, di cui conoscono il risultato senza rinunciare al dibattito. Quando tocca a Frangilli, essere zen, da Gallarate a Londra, scoccare la freccia, fare 10 e portare a casa la medaglia d’oro, lo fa, con la stessa semplicità con la quale John Belushi sfasciava auto nel film di John Landis. La Blues Brothers band si abbraccia, gli americani che avevano sottovalutato l’opera, si accorgono di come sia difficile la vita anche per i tiratori d’arco. Sul podio, tutto ridiventa ancora di più cattolico, apostolico e romano. Frangilli racconta della madre Paola che lo aveva seguito ad Atlanta e Atene pur stando male e adesso non c’è più. E piange. Intanto i suoi gesti sono negli occhi di tutti, persino di Buffon. Le mani da pianista, il respiro da tenore (il fisico c’è), lento rilascio, poi la freccia della medaglia – passione sincronizzata – dice 10 e toccando il bersaglio colora d’argento gli americani, d’oro gli italiani. Lord’s Cricket Ground applaude, inno di Mameli, non è “Briefcase Full of Blues”, ma basta ad accompagnare i titoli di coda.

4.

La sua traversata più difficile è stata da una piscina all’altra: da quella di Kaunas in Lettonia, a quella di Plymouth, Inghilterra. Due anni fa il cambio di vasca e paese, il padre – quando si è reso conto del suo talento – le ha detto: «Devi andare via di qui, devi andartene in Inghilterra, lì ti alleneranno meglio, molto meglio». E mentre diceva per la seconda volta «meglio», ha ripensato a quante volte si è preparato quel discorso, a come trattenere le lacrime, e a quante volte avrebbe dovuto farlo prima di riuscire a convincerla, e anche a un piano B – in caso di rifiuto –: un’altra faccia e un altro tono per ordinare a sua figlia di andare via. Sua figlia è Ruta Meilutyte, nuotatrice, ha 15 anni e nei 100 rana ha vinto l’oro e ha stupito tutti. Nuotare a rana significare attraversare la vasca come un pistone: su e giù, su e giù, bisogna spingere e molto, soffrire e spingere, e chi ha visto la sua gara sa quanto ha spinto, martellando l’acqua e bruciando le altre. Prima ha dovuto staccare la sua famiglia, e no, non era uno spot di Iñárritu prima di Londra 2012, ma la vita. Ha dovuto prepararsi non lo zaino per il liceo, ma la valigia per il futuro, prendere la sua cuffietta verde preferita, il suo costume portafortuna e gli occhialini della prima volta che ha visto che lei e la vasca erano un binario solo. Ha dovuto lasciare la sua stanza, i suoi miti, le sue abitudini, e andare all’Internationally Plymouth Leanders Swimming (una accademia ispirata al mito greco di Hero e Leander,  gli amanti nuotatori che univano Asia ed Europa, c’è anche un poema di Christopher Marlowe). Ruta Meilutyte è andata lì a farsi allenare da Jon Rudd, un grande coach (chiedete a Federica Pellegrini se conta). Un anno fa ha vinto la medaglia d’oro ai giochi europei giovanili. Dimostrando che quando si cuciono i sacrifici al talento nel posto giusto: il resto sembra già scritto. Il nuoto ad ogni giro d’olimpiade abbassa età e tempi, è uno sport cannibale di secondi, ne mangia a profusione per ogni vasca e stile, aspetta i nuovi per consumarli, umilia i vecchi. La staticità delle piscine è inversamente proporzionale alla ricerca di velocità. Il contrasto tra l’immobilismo della forma e la frenetica ricerca della rapidità: compone la bellezza di questo sport. Al resto ci pensano le storie come quella di Ruta Meilutyte che prendono forma in acqua e sciolgono il silenzio delle piscine. Poi, saranno gli anni e le vasche a dire se lei diverrà la Shirley Temple del nuoto o una campionessa di passaggio.

5.

Olimpiadi a Pechino, Fallimento di Lehman Brothers, Zhai Zhi Gang effettua la prima passeggiata spaziale, il senatore Barack Obama è eletto 44° presidente degli Stati Uniti, Terremoto a L’Aquila. Si arrendono le Tigri Tamil dopo 25 anni di guerra civile in Sri Lanka. Muore Michael Jackson, Usain Bolt stabilisce il record dei 100 metri in 9.58, l’Onu dichiara terminato il conflitto in Darfur, Hamid Karzai vince le elezioni in Afghanistan, terremoto ad Haiti duecentomila vittime, attacco alla metropolitana di Mosca. L’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull causa gravi disagi al traffico aereo, nel Golfo del Messico: l’incendio e l’inabissamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon: 11 morti e un gigantesco sversamento di petrolio, è il disastro ambientale più grave della storia americana. Mondiali di calcio in Sudafrica: vince la Spagna. LoveParade a Duisburg muoiono 21 persone durante una calca venutasi a creare in un tunnel. L’associazione terrorista ETA annuncia il cessate il fuoco. In Tunisia, cade la dittatura di Ben Ali. In Egitto, iniziano delle sommosse popolari contro il regime trentennale di Hosni Mubarak, che poi si dimetterà. Un terremoto con epicentro in mare, di magnitudo 9.0 della scala Richter colpisce il Giappone: causando circa 11.000 morti e 17.000 dispersi; segue un terribile incidente alla centrale nucleare di Fukushima. Il terrorista Osama Bin Laden, ucciso in Pakistan dai Navy SEAL statunitensi. Attentato terroristico, sull’isola di Utøya: 76 morti, il responsabile del massacro è Anders Behring Breivik. In Libia: dopo 8 mesi di guerra civile, viene ucciso Mu’ammar Gheddafi. Si dimette il presidente del consiglio italiano, Berlusconi. Putin viene rieletto in Russia. François Hollande batte Nicolas Sarkozy. Annuncio ufficiale dell’osservazione di una particella con caratteristiche compatibili a quelle del bosone di Higgs. Al cinema Century 16 Aurora di Denver, James Holmes, uccide 12 persone e ne ferisce 58. Tutto questo, e molto altro, accadeva tra una olimpiade e l’altra, mentre la schermitrice sudcoreana Shin A Lam, (26 anni) si allenava otto ore al giorno tutti i giorni, per salire sul podio, adesso capirete perché aveva ragione di piangere e occupare la pedana: avendo perso l’accesso al podio all’ultima stoccata e con un colpo contestabile. Ora, tocca ricominciare daccapo, tutto compreso: attacchi terroristici in Iraq, terremoti ed elezioni.

6.

È un film di Ken Loach, comincia su un podio, nel centro di Londra, c’è un uomo armato che guarda le telecamere e dice: «Dedico la mia medaglia ai lavoratori dell’Ilva. È un peccato ciò che sta succedendo, mi dispiace veramente e spero che la situazione si possa ancora risolvere. Non togliete a nessuno il lavoro». Il tiratore marziano delle dediche è Anders Golding, danese, carpentiere, ha appena preso l’argento nello skeet, il tiro al volo. «Passo a Taranto una sessantina di giorni all’anno, mi alleno con il mio ct Pietro Genga nel poligono all’interno della fabbrica. Vorrei dire a tutti quegli operai che il mio cuore è con loro». Golding e altri due suoi compagni quando in Danimarca fa freddissimo scendono in Puglia, a spese loro, e mangiano a casa di Genga, una guardia forestale, che li allena gratis, siamo nel mondo della normalità, dove lo sport è riscatto non mestiere. Proprio mentre all’Ilva passano il momento peggiore: sei impianti sono sotto sequestro per ordine della magistratura e gli operai sono stati mandati a casa, in una estate durissima. «So cos’è successo e mi dispiace sono un lavoratore anch’io, e capisco quella gente». È neorealismo ai tempi della globalizzazione, una pellicola virata ruggine, girata da Ken Loach: nell’inverno di Taranto, i ragazzi danesi che si allenano nel poligono di fianco alla fabbrica, il coach che smonta il turno e va a dargli le dritte, in totale assenza di presunzione, dove il sogno, è silenzioso e molto faticoso come tutte le cose che si costruiscono da soli. Ma a tirare su questa storia è un carpentiere.

7.

Le mani di Daniele Molmenti (oro nella canoa K1 slalom) hanno calli da preghiera musulmana. Niente più di quelle due bolle tra pollice e indice – causato dall’attrito con la pagaia – raccontano le Olimpiadi, e tutto il mondo che le popola. Sono un inno magnifico ai sacrifici, una catena di montaggio che produce storie da romanzo. Quando avremo un ministro per lo sport e un programma governativo serio, durante le ore di educazione fisica si proietteranno le storie di questi atleti, e allora non ci saranno le polemiche sulla mancanza di strutture e di formazione, e i calli saranno cool. Ma fin quando non accadrà questo, dovremo sperare che sia la pubblicità a ricordare, magari questo inverno, le mani di Molmenti, il ragazzo che parlava a una moto perché era innamorato di una canoa. Fossi un fotografo, scatterei a ripetizione su quelle mani che sono un mondo. Un tempo, chi faceva lavori manuali usava i calli come carta d’identità, alzava le mani e chiedeva di zoomare a chi gli stava di fronte, e quei segni erano garanzia di affidabilità. Potevi fidarti di uno con i calli. Dicevano: le mie mani lavorano sodo, non ho tempo per pensare ad altro. Contenevano una indicazione di campo: il male richiede un tempo maggiore del bene, che ha chi non usa le mani, chi non lavora con queste. Nella de-formazione sportiva (che è anche abitudine al dolore) ci sono i giorni non visti, le levatacce, i sacrifici, persino i tanti Mo(l)menti non comparsi. E forse quei calli, gli faranno riavere indietro la moto Ducati, venduta per continuare ad allenarsi, per andare in Australia a perfezionarsi. Una mano con i calli è un sentiero segnato, che può portare anche nella parte sbagliata, ci possono essere calli che disegnano una perdita di sensibilità, li hanno anche i macellai d’ogni tipo. Ma nell’azione manuale ripetuta e quindi nel segno che lascia, c’è una indagine di bellezza. Che sia verso la terra o verso se stessi, che sia di applicazione a un materiale o di ricerca – con una pagaia – di una medaglia.

8.

Per dare valore alla propria vita e alle vittorie di questa, bisogna affrontare l’evenienza di un terribile rimpianto, e poi bisogna essere capaci anche di scavalcarlo. Ma ci vuole anche una volontà di scelta del rimpianto. Non è andata così a Wu Minxia (26 anni) che ha vinto medaglia d’oro nei tuffi – specialità trampolino 3 metri sincronizzato – insieme ad He Zi,  diventando la prima donna nella storia delle Olimpiadi a vincere tre ori di seguito in tre diverse edizioni. In questi 8 anni mentre Wu si tuffava e tuffava alla ricerca del gesto perfetto e specchiante con le sue compagne, riuscendo a raggiungere vette di bellezza corporale, intorno: il mondo cambiava, anche se a lei non veniva detto nulla. Immersa fin da piccola nei giochi, divenuti vita piena, si è persa il resto, anche in virtù di una scelta del padre che sembra uscito dalle pagine di Charles Dickens, anche se in Cina, lo leggono poco. Il padre ha infatti raccontato allo “Shanghai Morning Post”, di aver mentito a sua figlia Wu, nascondendole il cancro di sua madre che va avanti da 8 anni e la morte dei nonni avvenuta di recente, per non turbare la sua ricerca di bellezza. Questo è stato possibile perché la famiglia di Wu ma anche molte altre famiglie sanno che i figli non gli appartengono più. Li vedono raramente, dopo le cerimonie che celebrano le vittorie, in mezzo ci sono solo poche telefonate. Tolta la comprensione per la missione che hanno tutti i genitori quando si rendono conto che i propri figli possono entrare nella storia dello sport, rimane una disponibilità al sacrificio immensa, al punto di bruciare i sentimenti. Questo è possibile perché lo Stato cinese ha una invadenza enorme nella vita dei suoi cittadini e ha anche programmi sportivi disumani. Bisognerebbe far sapere al padre di Wu che forse il dolore maggiore  di sua figlia è di aver lasciato casa e che proprio quella ferita la spinge verso i podi, e sapere del resto del dolore, poteva servire a riallacciarsi non ad incidere i programmi di allenamento o a minare il percorso verso le medaglie. Solo affrontando il dolore, scegliendo da soli il rimpianto si evita la rovina, e si sopravvive, con o senza medaglie consolatorie e Wu meritava di scegliere.

9.

Il sollevamento pesi ricorda la restrizione quotidiana del sogno. Ognuno ha il suo, e ognuno ha un limite. Stefano Benni in “Elianto” individuava un limite per ogni cosa, dalle azioni ai pensieri, e lo chiamava Bonus, e una volta superato il limite, esaurito il bonus affidato, si moriva. Don Milani arrivava a stabilire un numero limite di persone che nella vita si possono amare: 3-400, e di cui possiamo prenderci  cura durante tutta la vita. E non c’è un altro sport come il sollevamento pesi dove sono evidenti due cose: la voglia di impressionare gli altri e la facilità di capire (con dolore) il proprio limite massimo. Le due cose vanno di pari passo, quanto più si vuole impressionare gli avversati tanto più si rischia di superare il limite delle proprie forze. A Pechino il sollevatore ungherese Janos Baranya, provando ad alzare 148 chili sulle spalle, era caduto col braccio rivoltato, il gomito era uscito dall’articolazione, una immagine straziante. A Londra all’egiziana Khalil Mahmoud Abir Abdelrahman, mentre provava a sollevare un bilanciere con 151 chili, è andata anche peggio: ha rischiato di morire, travolta dal peso è caduta di schiena con il peso che le schiacciava il collo, per poco non è soffocata. Salvata, è uscita dalla pedana del London Excel su una sedia a rotelle, guardando quello che era quasi il suo limite. Aveva occhi da dannata, sotto il peso sbagliato, la pesista egiziana. A differenza del Papa di Cattelan, non era stata colpita da un meteorite ma stava esercitando la possibilità di ogni uomo e donna: tentare. Poi, la sconcezza del bilanciere sul suo corpo, il dolore che provava, hanno a che fare con un’altra sfera, quella della sconfitta con sofferenza che tutti tendiamo ad evitare. Le foto della sua faccia hanno numerato il suo rimorso per sempre, quello di aver scoperto il limite. Ha visto sprofondare la sua vita sotto la scelta di un peso sbagliato, è stata avvolta dal buio, e no, non bastava avere un costume bianco e la fede in Dio per darle luce, ci son voluti i medici. Ci riproverà.

10.

Vincere o scappare: alla lottatrice del Kyrgyzstan, Aisuluu Tynybekova (19 anni), restano queste due possibilità. Tutti vanno alle Olimpiadi per un riscatto, ma lei no, ha bisogno di una vittoria non solo per l’enorme cifra che le pagherebbe il governo del suo paese (200.000 dollari per l’oro, 150.000 per l’argento e 100.00 per il bronzo) ma anche per sperare nella clemenza di una corte. Oppure deve scappare. Al ritorno a casa la attende un processo per rissa aggravata, rischia fino a 5 anni. La campionessa di lotta libera ha picchiato una donna fuori da una gelateria di Bishkek. La ragazza che di solito si allena con gli uomini,  con un peso maggiore del suo (63 kg), proviene da un villaggio di montagna, dove lottava da sola, è una autodidatta, «mi piaceva replicare in modo genuino le lotte che vedevo affrontare tutti i giorni». Fino a 15 anni, non immaginava nemmeno che la lotta potesse declinarsi al femminile, l’ha scoperto solo dopo andando a studiare nella capitale del paese. «Nel mio villaggio ero emarginata perché le donne non fanno sport» ha detto ad Al Jazeera. In uno spot indiano, di quelli a supporto delle discipline olimpiche, la lotta viene identificata con l’entrata in un vagone. Arriva il treno e si vedono donne in sari: spintonarsi, afferrarsi, per entrare. Gli indiani non lo sanno, ma niente racconta meglio la storia di Aisuluu Tynybekova, la donna che lottava contro uomini più grandi di lei per andare alle olimpiadi, e che l’unica volta che ha steso una donna nel suo paese, rischia di mandare all’aria la sua vita sportiva. E perdere il suo treno. Ha già avuto un privilegio sportivo: il processo doveva svolgersi venerdì scorso, ma il giudice Saniya Branchayeva l’ha rimandato al 15 agosto. Lei non racconta cosa è accaduto quella sera, e non riguarda la lotta libera, ma quella contro se stessa, si è abbattuta da sola: con un errore da principiante. Può rimediare con una vittoria, tornare, intascare i soldi e accettare il verdetto, oppure “scegliere”, come nel finale della “25ora” di Spike Lee.

11.

Ci sono sacrifici silenziosi, che diventano vanto per chi non ha la capacità di riconoscerli. E poi ci sono gesti di «poetica giustizia», come li ha definiti Sebastian Coe, dirigente sportivo inglese, ex atleta. Vengono entrambi dallo judo: uno ha fatto clamore l’altro è passato in silenzio. Uno è accaduto fuori dagli incontri, l’altro in una semifinale. Quello che sta in prima pagina, anche perché è stato ampiamente raccontato su twitter dalla protagonista, è il placcaggio da parte della judoka olandese, Edith Bosch, dell’uomo che ha lanciato una bottiglia di birra sulla pista di atletica mentre Bolt e compagnia correvano i cento metri. L’altro, è il gesto di Tuvshinbayar Naidan (26 anni), mongolo, medaglia d’oro a Pechino, che ha combattuto la finale (100 kg) con una gamba sola, la sinistra era praticamente inutile. Ha perso subito (l’incontro è durato due minuti) tanto che il russo Tagir Khaibulaev, forse emozionato per il suo presidente Vladimir Putin che era lì a guardarlo e abbracciarlo, ha detto: «è stato davvero facile battere il campione in carica, e l’ho anche fatto velocemente». I russi sono così, non guardano chi stanno abbattendo, l’importante è farlo, anche perché a Londra non sta andando per niente bene. Il dettaglio sfuggito al russo, è che il campione della Mongolia, nella semifinale si era strappato i legamenti anteriori del ginocchio combattendo contro il sudcoreano Hwang Hee-tae. Un brutto infortunio, tanto che ha impressionato sia il suo allenatore che i volontari che lo hanno accompagnato fuori. Quaranta minuti dopo era di nuovo sul tatami, sicuro di perdere il suo oro, ma mettendoci la faccia. Come Shun Fujimoto, il ginnasta giapponese che gareggiò a Montreal nel 1976, col ginocchio rotto, continuando fino a svenire. Come Ettore, ma mongolo, un guerriero che tornerà a casa sulla sedia a rotelle, ne avrà per mesi, e forse si ritirerà (è il suo secondo infortunio, si era già fatto male prima di Pechino all’altro ginocchio, il destro, recuperando, dimagrendo di 30 kg per gareggiare nella sua categoria e vincendo l’oro). Naidan potrà dire di non aver lasciato niente in sospeso, di aver onorato lo spirito olimpico nonostante Beppe Grillo, e soprattutto di essere andato oltre il dolore per rispetto verso il suo sport. Avvisate Coe, c’è molta altra poesia in giro per Londra in questi giorni.

12.

Per un Liu Xiang che cade c’è un Kirani James che vince. Il primo, l’atleta più pagato della Cina, oro ad Atene nel 2004 nei 110 ostacoli, delusione a Pechino: si presentò in pista per onorare la gara ma non era in grado di correre, fece 4 passi di dolore e si ritirò, adesso a Londra ha saltato il primo ostacolo poi cadendo si è lesionato il tendine. Il secondo ha vinto i 400 metri portando la prima medaglia d’oro nella piccola isola nazione di Grenada, e non solo: Kirani James è il primo non americano della categoria che rompe il muro del 44 secondi, ha vinto col tempo di 43”94. Non sappiamo se sarà una cometa per l’isola caraibica, sappiamo che ha 19 anni e come dice il suo allenatore Harvey Glance: «Kirani vuole correre, correre forte, sempre e soprattutto correndo vuole far illuminare il suo paese sulle mappe, ricordare a tutti che esiste, e riscrivere la storia». E il paese ringrazia, con una festa che è andata avanti tutta la notte. Liu Xiang – nonostante sia una delusione e rappresenti il vuoto cinese nell’atletica – mostrandosi ostinato, ha ricordato a tutti quale è lo spirito del suo popolo. I due hanno chiuso le gare in modo singolare: Liu Xiang ha baciato quello che era il suo ultimo ostacolo, Kirani James è andato da Oscar Pistorius per scambiare la sua pettorina con quella del corridore sudafricano. Sono il primo e l’ultimo, il rappresentante di una potenza e quello di una isola sperduta che non ha nessuna forza armata. Sono la delusione e la sorpresa, la sconfitta e la vittoria. Liu Xiang aveva un peso enorme sulle spalle, Kirani James è un viaggiatore leggero, portava solo la bandiera, e la consapevolezza che la sua isola non era mai andata a medaglia in una Olimpiade. Anche se aveva già vinto ai mondiali di Daegu, senza scendere sono i 44 secondi, però. Per una stagione che finisce: Liu Xiang, c’è un’altra che comincia: Kirani James. Passeggeri dello stesso tempo, che li porta in giro per il mondo: chiedendogli di attaccare la distanza, facendone dei modelli di trasferimento dei sentimenti popolari.

13.

È un pessimo attore e un buon atleta, l’algerino Taoufik Makhloufi. Il giudizio sull’interpretazione non riguarda uno spot ma una gara. Si qualifica per la finale del 1500 metri, e ha buone possibilità di vincere, per l’euforia chissà, la sua federazione si dimentica di toglierlo dalle batterie degli 800 metri (alle quali era iscritto per avere una alternativa). Ci va uguale: partenza, via, ma dopo pochi metri si ferma, lui guarda intorno, vorrebbe fingere un dolore, ma gli viene male, forse pensava che bastasse così, presentarsi, fare qualche passo di jogging, dire: «arrivederci», ma sono le olimpiadi non i giochi di cortile. Viene squalificato per «per aver finto di gareggiare». La federazione algerina trova un medico londinese, che attesta un dolore al ginocchio di Taoufik Makhloufi, improvviso (per gli 800 metri), ma passeggero, volendo forzare potrebbe tentare l’altra corsa. Un dolore a tempo, in grado di sparire nel giro di 24 ore. L’algerino viene riammesso in gara, prende il via nella finale dei 1500 metri, si tiene nel gruppo, sta in scia al keniano e al marocchino che sembrano fare la gara, dietro allo statunitense Leonel Manzano, che poi arriverà secondo. Negli ultimi 300 metri, però, fa una cosa da cavallo al trotto, stacca tutti, se li lascia dietro davvero come se fosse un supereroe, e vince l’oro (3.34.08). Ed esulta. Senza imbarazzo, si mette la bandiera algerina come mantello, festeggia, e non chiede scusa, poteva essere brutalmente sincero o almeno essere meno spavaldo nella vittoria, niente, anzi, in conferenza stampa dice: «davanti a gare come questa, e alla possibilità di vincerle, si dimenticano problemi e dolori. Mi era stato consigliato di non forzare troppo sul ginocchio che mi ha bloccato negli 800, ma ho voluto rischiare, e quando ho visto che potevo farcela non ho pensato più a niente, solo a vincere». Poi, si mette in scia del grande atleta algerino Noureddine Morceli, cita i leoni, la patria misteriosa e il suo appagamento, non la farsa di cui si è reso protagonista.

14.

L’India non è un paese per atleti e Mary Kom lo sa, nonostante i suoi cinque titoli mondiali di boxe, nonostante le avversità per combattere: prima le han detto che la boxe non era per donne, poi che non era per donne sposate, e dopo che non lo era per la mamma di due gemelli. Alla fine ha vinto lei, è arrivata a Londra da favorita, ha fatto tutto il possibile perdendo solo contro Nicola Adams (Gran Bretagna), per il titolo olimpico nei pesi leggeri dovrà aspettare. Ma un bronzo al primo tentativo non è da buttare, voltandosi e guardando da dove viene: dal Manipur, uno stato molto a est, lontanissimo dall’India in forte crescita economica. È figlia di agricoltori senza terra, ed ha una accademia di boxe senza ring col marito Onler (peso gallo), e questo spiega perché «combatte fino alla morte», come dice il suo allenatore Ibomcha Singh. Per fare boxe ha lasciato il posto di origine, Kangathei, è andata a Imphal (la capitale) non che cambiasse molto solo che lì un pugile, Dingko Singh, avendo vinto la medaglia ai giochi asiatici ha assicurato gli allenamenti a quelle come lei. Kom ha dovuto vincere gli impedimenti del padre, nonostante fosse il campione di lotta del suo villaggio non voleva che sua figlia prendesse pugni, un desiderio comune a molti genitori anche non indiani. Kom è alta solo 1,57, questo il suo svantaggio sul ring, ha dovuto soffrire per passare dai 48 ai 51 kg richiesti per la categoria ammessa alle olimpiadi. Che lei ha guadagnato grazie a Nicola Adams la stessa che l’ha battuta, per la seconda volta. Era già successo in Cina, ai quarti, l’inglese aveva vinto 13 a 11 e per la prima volta nella storia dei suoi mondiali, Kom perdeva. Per andare a Londra aveva bisogno che la Adams battesse una russa in semifinale, e lo aveva fatto. Kom a bordo ring aveva detto: «ha un jab veloce, ma le europee sono meno intelligenti delle asiatiche, la batterò. Ormai ce l’ho in testa». Sintesi di un desiderio. Ognuno guardandosi da un posto in prima fila avrebbe da ridire sulla propria vita, figuriamoci su quella degli altri.

15.

Facile divertirsi quando si è Bolt, stracci tutti, arrivi al traguardo e ti metti a fare flessioni mentre il tuo compagno di squadra Blake aspetta fantozzianamente con la mano in sospeso il tuo abbraccio. Lo stringi, poi rubi una delle centinaia di macchine fotografiche che ti stanno di fronte, e regali uno spettacolo, oltre la gara. Molto meno facile quando si è campioni del mondo di taekwondo, si viene da un anno terribile: morte di entrambi i genitori, grave lesione al ginocchio, e si è appena perso malamente. Lo ha fatto Sarah Stevenson: «avrei potuto non esserci, avevo tutte le scuse, invece è qui che volevo stare, a qualunque costo». Ed è andata avanti abbracciando tutto il team della sua nazionale, la Gran Bretagna, «non avrei potuto chiedere di più». E dopo, «queste sono le Olimpiadi, non la vita e la morte, siamo qua per divertirci, dando tutto, ed è quello che ho fatto». Nel suo incontro con l’americana McPherson, si è visto subito che lei non era la stessa di un anno fa, ma che però aveva una volontà che andava oltre il punteggio e il vantaggio della sua avversaria. Non a caso Sarah Stevenson era stata scelta per leggere il giuramento olimpico degli atleti durante la cerimonia di apertura. «Per me è stato un grande onore, e anche se oggi non ho vinto, ho rispettato quel giuramento, e domani mi posso svegliare senza rimproverarmi niente». È la serenità della Stevenson a colpire, la forza di andare oltre vittoria e sconfitta, trattandole con lo stesso distacco. L’energia di esserci, contro tutto quello che le è accaduto, la colloca in un altro contesto: quello delle donne e degli uomini che sanno dare il giusto peso alle medaglie e allo sport. Che hanno il cuore arpionato alla vita, e sanno usare il proprio talento come regolatore del dolore esterno, senza mai confondere i campi, senza mai ubriacarsi di gloria o lasciarsi distruggere dalla sconfitta. È una grande donna, Sarah Stevenson, una delle tante passate per Londra (e i suoi giochi) con la giusta leggerezza, senza tradire se stessa per accontentare gli altri.

16.

Oribe Peralta, è un nome da romanzo, che i brasiliani vorranno dimenticare. È il nome dell’attaccante messicano che di piede e di testa li ha segnati, e che dovranno aggiungere a Obdulio Varela e Paolo Rossi, tra i colpevoli delle sconfitte indimenticabili. Perdere un mondiale fa più male che perdere alle Olimpiadi, ma è comunque un dolore perché la nazionale brasiliana voleva portare a casa la medaglia d’oro dello sport che meglio li rappresenta. Oribe Peralta con un gol per tempo: ha pettinato Neymar, e zittito Pelé, che al solito era sicuro della vittoria del suo paese e ha rilasciato interviste da spaccone. I brasiliani torneranno con la fiaccola olimpica, non con il titolo di campioni. Nello stadio di Wembley segnare due reti significa consegnarsi alla storia del proprio paese, e il Messico con questi gol vince la sua prima medaglia d’oro a Londra e anche la sua prima nel fútbol. Ci ha messo 28 secondi Oribe Peralta a rassicurare squadra e paese, come un Obama d’area di rigore gli ha detto: «Yes, we can». Un errore di Rafael, di quelli da imbarazzo comico: la palla arriva all’attaccante messicano che la infila a sinistra del portiere Gabriel. Il secondo è sempre un errore di maldestrezza dilettantesca, Peralta lasciato solo in area colpisce di testa tatuando il suo nome sulla partita, e dicendo «adiós» al Brazil spegne la luce a Rio e accende le luminarie a Città del Messico. Poi accorcia Hulk, ma serve solo ad evitare la figuraccia. I difetti dei brasiliani sono i pregi dei messicani: umiltà e convinzione. Peralta ha punito l’ego di una squadra che ha in Neymar tutta la sua futilità, bella da raccontare ma inutile da vedere. E per la terza volta dopo Los Angeles ‘84 e Seoul ‘88, perde una finale olimpica. Merito anche del Messico e del suo allenatore Luis Fernando Tena che ha costruito una squadra predisposta ad altre vittorie. E il nome di Oribe Peralta sarà quello del pistolero messicano che con due colpi carichi di memorabili oblii, in uno stadio inglese, mandò all’aria metafore, promesse e vanti brasiliani.

17.

Ogni Olimpiade ha bisogno di una favola, e Londra ha trovato la sua in Mohammed Farah, che ha vinto i 10000 e i 5000 metri, diventando il padrone del mezzofondo a nome della squadra di casa, che, come insegnava Orwell, ha imparato a guardare bene nelle periferie del suo impero. Mo’ Farah era scappato a otto anni da Mogadiscio e aveva trovato rifugio a Londra, prima di andare ad allenarsi in america con Alberto Salaazar, ieri con la seconda medaglia d’oro ha detto grazie alla Gran Bretagna per averlo accolto, ed è stato ricambiato dagli 80.000 all’Olympic Stadium che gli han cantato “God save the Queen”, più i milioni a casa, più David Cameron che l’ha ringraziato pubblicamente e su twitter (magari fosse sfuggito a qualcuno) dandogli dell’eroe e della leggenda. La sua ossuta faccia nera con la bocca spalancata di gioia ha avuto le prima pagine dei giornali inglesi, manca solo la regina. Lui, contento ha ringraziato prima di tutto Allah, ha un Ramadan da recuperare, avendolo saltato per un evidente bisogno di arrivare in forma alle gare che poi ha dominato. A Mo’ Farah è riuscita l’accoppiata 10000-5000 come solo ad altri sei grandi atleti: il finlandese Hannes Kolehmainen (1912) il cecoslovacco Emil Zatopek (1952), il russo Vladimir Kuts (1956), l’altro finlandese per due Olimpiadi di seguito: Lasse Viren (nel 1972 e nel 1976) e gli etiopi Miruts Yifter (1980), e Kenenisa Bekele (2008). È in buona compagnia, come lo è stato dopo la premiazione con l’omaggio di Usain Bolt che ha replicato il gesto di esultanza di Mo’, quello di mimare le prime due lettere del suo nome con le braccia ad airone sulla testa. Potete giurarci, il Mo-bot, diventerà un gesto di culto, come la storia di Farah la racconteranno ai bimbi, quelli che come lui scappano da un posto infernale e quelli di casa che li vedranno arrivare, li farà sognare e correre, ed è questo che volevano in Gran Bretagna: lasciare una eredità, ci sono riusciti col ragazzino di Mogadiscio divenuto adulto e campione a Londra 2012.

[questa era “London Calling” una rubrica che tenni su IL MATTINO durante Londra 2012]

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