Vessicchio, le mucche del Wisconsin e il basilico

Dove Archimede chiedeva un punto d’appoggio, Peppe Vessicchio cerca una connessione tonale. Potrebbe essere un personaggio di Daniele Del Giudice, uno che gira per le strade a sistemare note, inseguendo l’armonia totale. Musicista-compositore-direttore-d’orchestra, è un illuminista capace di attraversare il Festival di Sanremo e i talent, saltare dalle canzonette alle opere classiche; uscirebbe indenne da qualunque situazione, perché è già altrove: tra Max Planck e Dmitrij Šostakovič. Anche se tutto è cominciato in una stanza al Rione Cavalleggeri. Con suo fratello che comprava dischi e sperimentava strumenti da autodidatta. Lui gli andava dietro con una batteria.

Qual è il primo ricordo legato a quegli sperimentali concerti da camera?

«Io e mio fratello, con le zie a farci da voci, che suoniamo e cantiamo “Dove sta Zazà?”. Avevamo tutto un repertorio a richiesta: mio padre amava “Chella llà” e mia madre “Tutta pe’ me”».

E quando esce dalla stanza?

«Alla fine degli anni settanta, arrangiavo pezzi, facevo sottofondi musicali per un gruppo di cabarettisti “I Rottambuli”. Un sabato sera, avevamo uno spettacolo al San Carluccio, ma uno del gruppo si era rotto la clavicola, e io che li seguivo per la musica, conoscevo le battute a memoria, presi il suo posto: e andò bene. Quel gruppo divenne i Trettré».

Poi lasciò anche loro.

«Successe in una trasmissione televisiva quando mi ritrovai un’orchestra alle spalle, sentii il richiamo, il senso di appartenenza. Tornai in camerino, e telefonai a mia moglie chiedendole di sostenermi in questa scelta. Il gruppo richiamò Gino Cogliandro, che era andato a fare il pescatore alle Eolie. Poi arrivò il successo. E io gli mandavo tante benedizioni».

Era un John Lennon buono.

«Sì, una specie, ero contento per il gruppo, invece loro erano preoccupati per me».

Mentre lei no.

«Io non mi preoccupo mai. Conoscere i propri limiti coincide con il sapere le proprie capacità. Penso sempre ad allontanarmi dalla frontiera del possibile. Perché siamo quello che sappiamo, e allora cerco di saperne di più».

Come erano le sue estati da bambino?

«Non eravamo una famiglia facoltosa, quindi andavo da mia cugina, in una casa a Lago Patria, con me a giocare a pallone in quegli anni c’era anche Fabrizio Berlincioni che poi ha scritto “Mi manchi” per Fausto Leali, “Non lo faccio più” per Peppino Di Capri, e un mucchio di altre canzoni».

E le estati da adolescente?

«Alle Eolie, passaggio ponte, c’erano due navi che partivano la sera da Napoli: la “Lipari” e la “Vulcanello”, allora le isole erano davvero incontaminate. Lego l’estate alla conoscenza dei luoghi».

E quando hanno coinciso conoscenza di un luogo e ricerca musicale?

«A Tunisi, col canto del muezzin, sentivo un richiamo antico. Napoli ha rimosso questo legame portato dal mare. Io sentivo in quella voce che chiamava a raccolta i fedeli la forma pura, senza accompagnamento, che poi si era dispersa nelle canzoni napoletane».

Che i neomelodici estremizzano.

«Sì, era come avere una versione non commerciale. Ascoltare l’origine, è stata una chiave. Cercavo di identificarne il centro tonale per risalire al tutto».

Qual è la sua colonna sonora dell’estate?

«Grilli e cicale. Che vanno fuori tempo. Li ho studiati».

A parte mettere ordine nelle cose, ha avuto molti incontri importanti da Paoli a Pavarotti, da Bocelli agli Elio e le Storie tese, ma c’è qualcosa che rimpiange?

«Sì, non aver conosciuto Vinícius de Moraes, quando è morto ho pianto. Ho interrogato Sergio Bardotti e Toquinho per sapere tutto di lui. Mi piaceva che non avesse mai perso il legame col pop, inteso proprio come popolare. Sapeva far convivere Orfeo, Euridice e le bettole. Senza vergognarsi come Karajan: che non poteva dire di amare le canzonette. A Napoli questo lavoro è stato fatto da Roberto De Simone con “La gatta cenerentola”».

Una cosa di cui va orgoglioso?

«Chicho Buarque che mi scrive una e-mail bellissima per il mio arrangiamento di  “Retrato em Branco e Preto”.

Viene fuori un Vessicchio napo-brasiliano che cerca di non perdere il legame col pop, riuscendoci. Ma invece un italiano che le piace?

«Lucio Battisti, uno che ha rischiato. Non si bastava mai. In un mondo musicale che insegue e rifà il passato, stava davanti al suo pubblico, mai dietro. Oggi che compiacere è l’imperativo. Pensi a questi chef della musica, ci sono cascato anche io, non fare introduzioni lunghe, comprimere. Poi un giorno, in una pausa di “Amici” la radio passa “Hotel California” degli Eagles dove c’è una introduzione di oltre un minuto, e dico a quelli che mi stanno intorno: Stiamo sbagliando tutto, loro ci credevano e basta. Nessuna ricerca di basso compiacimento».

Oggi chi ci crede? I ragazzi dei talent? I quanti l’hanno rimproverata per la sua trasversalità?

«In tantissimi, ma in questi anni ho visto rinascere scuole di danza, canto e musica. Partivamo – più di dieci anni fa – da una tivù che non passava più la musica perché non faceva audience. Sul credere io penso che siano gli allievi a fare i maestri e non viceversa».

La sua gioia più grande?

«Quando ho scoperto che le mucche del Wisconsin producevano più latte ascoltando Mozart che con i Beatles. E ho cercato di capire quello che succedeva sulle piante».

Si è messo a suonare per il basilico?

«Sì, anche i pomodori, un pubblico meraviglioso. Che mi ha fatto ridare valore al contrappunto, scoprendo che anche su altri organismi era sempre Mozart a funzionare. Misurando umidità, acidità, basicità. Sono stato contento di aver capito che non era la musica classica o quella pop a fare del bene ma Mozart, che possiede il “sesto”, cioè l’equilibrio, col quale convivono e si sviluppano tutti le componenti: ritmo, melodia e armonia, per come sollecita l’aria, avendo capacità di stare in pace con la conformazione molecolare. Funziona anche con la cristallizzazione dell’acqua».

Non ha provato con Zappa e Hendrix?

«No, ma posso farlo. Anche se sono diversi da Mozart. Zappa è celebrale, e in rottura col il suo tempo fin dalle copertine. Hendrix è istinto puro come il muezzin».

Ha fatto prove con altri musicisti?

«Sì, con il mio Dmitrij Šostakovič che mi ha dato buoni risultati. Mi piace pensare che lui, con altri canoni, sia stato il continuatore di Mozart».

Ogni volta che torna a Napoli la trova musicalmente meglio o peggio?

«Napoli vive di maree. Ha sempre una vastità di suoni e stili. Io non sopporto la commercializzazione dell’impegno o del conflitto, mi piace la provocazione del silenzio di Stockhausen come rottura ma poi bisogna tornare all’armonia».

E la voce?

«Dipende dalle epoche. Wagner sentendo questo cantante di strada ’o zingariello se ne innamorò al punto di portarlo con sé a Vienna, a corte. Poi siccome molestava tutte le donne che gli capitavano a tiro, tornò a cantare per le strade di Napoli. Mio madre avrebbe detto Franco Ricci, io dico Sergio Bruni».

E Pino Daniele?

«Un discorso a parte, a lui è riuscito di essere trasversale veramente: da Posillipo ai Quartieri Spagnoli. Ha assorbito ciò che aveva intorno, dai “Napoli centrale” alla tradizione, l’ha masticato e poi ne ha fatto musica. Una cosa enorme. Unica».

Il suono?

«Quasi mi vergogno, ma è ancora quello del mandolino. In fondo già in ‘O paese d’‘o sole, lo si dice: Ogge stò tanto allero / Ca quase quase me mettesse a chiagnere / Pe’ ‘sta felicità! / Ma è overo o nun è overo / Ca sò turnato a Napule? / Ma è overo ca stò ccà? / ‘O treno steva ancora ‘int’ ‘a stazione / Quanno aggio ‘ntiso ‘e primme manduline».

[uscita su IL MATTINO]

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