Fiesta mobile per i figli delle stelle

Antonino Iuorio è un attore non conforme, per taglia e carattere. Cinema, teatro e pittura occupano il suo tempo. Sembra uscito dai “Sillabari” di Parise, basta scegliere la lettera e parte il racconto. Ha il taglio netto dell’aria che gli sta intorno e il brivido dei ricordi: con note, cibo, atmosfere e miti da apparecchiare, e l’incanto segreto di chi sa rievocare.

Quando comincia l’estate per te?

«Con il mio compleanno, il 29 di marzo, con il primo bagno in mare; la prima delle consuetudini che poi ho cercato di onorare lungo tutto il corso della mia vita. “Qualcosa nel clima deve essere cambiato”, mi dicevo, sguazzando quest’anno al largo di Capo Miseno, quasi sotto Procida, dopo un tuffo a lungo meditato dalla lancia a remi, in un momento dove i saraghi non abboccavano».

Come erano le estati da bambino?

«Se eri nato a Napoli alla fine degli anni 60, in una famiglia operaia, Licola era un posto che proprio non potevi evitare. È li che ho imparato a nuotare, li che sono cresciuto a botte di frittata di maccheroni e ghiaccioli Arcobaleno Eldorado. E’ attraverso quelle microscopiche fenditure tra cabina e cabina che passa tutto l’immaginario erotico, le prime erezioni, la soddisfazione salmastra e bollente del primo auto erotismo. La Licola del Lido “Mon Soleil”, dei tornei di scopone, degli scivoli incandescenti e dei jukebox con le canzoni di Fred Buongusto, ma pure con qualche raro gettonatore degli Showman di Mario Musella (“Ti dovrebbe giudicare uno tale e quale a te”) o di Senese con i Napoli Centrale (Campagnaaaaa, quant’è bell ‘a campagna”) ».

E quelle da adolescente? In che estati nuotavi, che Napoli avevi come sfondo?

«Quando si poteva scegliere di accannare i genitori ed organizzarsi con i compagnucci, con un faticoso itinerario in filobus verde Atan, snodabile al centro, potevi raggiungere la Posillipo di Villa Beach o delle Rocce Verdi ed arrampicarti su quegli scogli magnifici, per dei tuffi spericolati, lanciato nel blu, cullato a mezz’aria in seno al golfo, tra le due lunghe braccia che da Pompei e Castellammare, zizze del golfo, andavano a sinistra verso Portici ed a destra giù fino alla Campanella, oltre Sorrento. Alle frittate di maccheroni, marchio indelebile di una condizione infantile, succedevano i panini scavati nel palatone, eviscerato della sua mollica e riempito di mulignane a fungitiello, e poi rattoppato con la stessa mollica che, come una pietra sepolcrale, imprigionava quel profumo e quel sapore per i quali val bene, ancor oggi, la fatica di tirare avanti».

Hai fatto parte di una Napoli meravigliosa che per brevità potremmo dire underground, dove c’era una scena musicale non conforme da film americano, racconta.

«Sono gli anni in cui una specie di Comune beat si riunisce in una casupola arrampicata su per la montagna di Positano. Ci sono tutti: da Pino Daniele, praticamente sconosciuto che faceva disperate telefonate perché qualcuno si muovesse a pietà e lo andasse a raccogliere alla stazione della circumvesuviana di Sorrento, ultimo avamposto oltre il quale c’era solo una lenta e mal funzionante linea di corriere, a Tony Esposito, che suonava di tutto, dalle padelle alle ante delle finestre; da Umberto Telesco, con la “Nikon F” incollata alla mano a Jenny ed Alan Sorrenti, sirene capaci di incantare con la sola voce; e poi Shawn Phillips che come un messia ogni giorno alla stessa ora, dopo una lunga meditazione, si lanciava tra gli applausi da una roccia altissima in un tuffo spettacolare. Una festa mobile di luci e suoni che hanno lasciato una profondissima impronta su quel senso di diversità che cresceva dentro di me».

E, invece, una estate indimenticabile?

«Il primo amore mi porta a Sorrento, altro luogo dello spirito. Sorrento degli appuntamenti negli aranceti e nei bar del centro; dei ristoranti un po’ decadenti dove ceni tra gli alberi di limoni ed il cameriere è lo stesso che ti serviva da bambino, con la giacca bianca ed il papillon. Sorrento dei turisti americani e della canzone di Dalla; dove la costa alta regala una prospettiva veramente unica: Sei in platea e quel palcoscenico apparentemente immobile, non smette di trasformarsi sotto la luce del sole. Napoli miraggio, Napoli incanto che, vuoi o non vuoi, per troppa bellezza ti trascina nel luogo comune. Pur tappandosi le orecchie è difficile resistere alla tentazione di sentirsi un tutt’uno col mito. Questo eterno canto delle sirene non ha smesso un attimo di incantare, di confondere chi lo attraversa, chi ci nasce come chi ci passa solo per caso. Lo dice chi, per troppo amore, è stato costretto a darsi l’esilio; chi vive altrove, convinto della sua scelta, ma che non passa giorno che non avverta quel richiamo, la voglia di finire i suoi giorni lì dove li ha iniziati».

E, invece, l’estate della maturità?

«L’ultimo giro di boa è di sicuro dedicato alla costa flegrea, da Bacoli fino al Monte di Procida, e poi, da lì, anche a nuoto, la magnificenza ossuta ed isolana di Procida. Molte delle vicende che mi legano all’ “Isola di Arturo” sono inconfessabili, ma la pienezza che regala anche solo un giorno di permanenza sull’isola non è in discussione. Passeggiare di notte dal porto fino alla Corricella è un emozione fortissima; tuffarsi fra le onde della Chiaiolella, nella risacca verde delle pietruzze è un falso caraibico di notevole maestria. Di questa vecchiezza improvvisa, in corso d’opera, di cui comprendo cose nuove ogni giorno».

Che attore sei? Hai fatto mille cose: Io la prima volta a cinema ti vidi in un film di Sergio Cabrera – “Ilona arriva con la pioggia” – e non sembravi napoletano.

«Solo da poco ho compreso ed accettato il fatto che il mio essere artista, uomo di spettacolo, è un tutt’uno con il mio essere napoletano. E’ una cosa contro la quale ho combattuto da sempre, forse spaventato dalla perdita di identità che mi avrebbe dato l’identificarmi fino in fondo con qualcosa che condividevo, o pensavo di condividere, solo in parte. È, in senso più ampio, la stessa lotta che conduco da sempre contro l’identificazione in personaggi precisi, suggeriti dalla mia fisicità, non certo consueta. Fuggire lo stereotipo in campo professionale è stata la fatica peggiore di tutte le altre, l’equivoco che mi ha reso inviso a parecchia gente, che ha letto in questa mia necessità di prendere una distanza dall’ovvio, una nota di superbia. Adesso che la mediocrità è l’inequivocabile segno di questi tempi, quello vincente intendo, potessi ricominciare tutto da capo avrei un atteggiamento meno sprezzante verso chi negli anni ha lavorato con successo per costruire questa rivoluzione in levare. Bisogna riconoscere che il lavoro è stato ben architettato e meglio eseguito. Davanti a questa catastrofe, a questa tragedia del nulla, meglio sarebbe stato accontentarsi d’essere grasso e napoletano, farselo tatuare in petto, sventolarlo in alto come una bandiera. Quando non esiste più una coscienza popolare, ecco che le scelte del singolo appaiono meschine ed ininfluenti e vanno necessariamente vissute con scaltrezza».

C’è un incontro che ti ha cambiato la vita?

«Nella mia vita ho incontrato grandi uomini. Grandi artisti, registi consacrati al mito, poeti, pittori, musicisti di grande fama. Non mi va di fare nomi perché molti non vi direbbero nulla, e sono proprio quelli i più significativi. Ma di tutti gli incontri fatti, i più importanti e significativi sono stati quelli con i migliori pezzi di merda, le peggiori carogne del mondo, i ladri ed i fascisti; perché è da loro che ho imparato quello che non volevo assolutamente essere».

Mi dici un film che secondo te ha inchiodato l’essenza dell’estate?

«A 12 anni mio padre mentì sulla mia età e riuscì a farmi passare al controllo della biglietteria dell’arena estiva di Bacoli. Proiettavano “Il Padrino”, quello con Marlon Brando, il primo. È quello il film che ha meglio inchiodato l’essenza dell’estate; di quell’estate e poi di ogni altra estate. Molti anni dopo ero a Cipro per un film. Una sera mi portarono in un arena estiva enorme, contenuta tra due file di alte mura imbiancate su cui erano assiepati centinaia di scugnizzielli ciprioti; proiettavano “Mediterraneo” di Salvatores e tutti si divertivano tanto. Io non ero tra gli attori, ma al termine della proiezione tutti si complimentarono con me, per il solo fatto che fossi italiano. Ne fui molto orgoglioso».

E la canzone?

«La canzone che per me, più di altre racchiude il senso dell’estate è “Figli delle stelle” di Alan Sorrenti. Non so perché, ma è in assoluto così».

[uscito su IL MATTINO]

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