L’estate? E chi l’ha vista mai

Patrizio OlivaQuando gli chiedo dell’estate, Patrizio Oliva, fa un gesto eduardiano, prima mima il che vuoi – la mano chiusa a peperone e il braccio dondolato in modo interrogativo – e poi lo trasforma – in un attimo, portando la mano alla bocca – in quello della fame. Nell’unione dei due gesti ci sono la sua biografia e la sua Napoli. E con le mani – anzi con una mano – è diventato medaglia d’oro a Mosca nell’80 e poi campione del mondo dei superleggeri (1986) passando per il titolo italiano e quello europeo (welter e superleggeri). Quando la boxe aveva poche categorie e molti pugili; oggi ha molte, troppe, categorie e pochi pugili.

Come erano le tue estati da bambino?

«Povere. Lunghe».

E tristi?

«No, tristi no, è che io sono stato davvero uno scugnizzo, certo non mi sono appeso dietro i tram, ma per il resto la fame l’ho sentita. E nel mio quartiere, a Poggioreale, chi andava in vacanza era un signore, un privilegiato. Ecco, l’estate segnava una differenza tra chi poteva cambiare posto e chi no. E più il cambio di posto durava più eri signore».

Ma non andavi da nessuna parte?

«Qualche volta a trovare i nonni a Polistena in Calabria, ma era campagna, niente mare».

Poi con la boxe ti sei rifatto.

«Sì, ho girato il mondo».

Potevi fermarti a Miami, dove è quasi sempre estate, Angelo Dundee (che fra gli altri allenò Ali) ti chiese di restare.

«Mi mandò un assegno in bianco, ma io dissi no. Volevo restare a Napoli, sono innamorato di Napoli. E poi se ce ne andiamo tutti chi rimane?»

Per me tu sei un napoletano di sottrazione, come Massimo Troisi.

«Io sono il vero napoletano. Quelli che vedi in giro a urlare e vendersi Napoli sono quelli non veri. Quelli che conviene far risultare come napoletani. Ma la verità è che questa è una città di uno spessore culturale enorme e di una bellezza unica che va sempre più crescendo, persino i napoletani ne hanno ancora troppa poca coscienza».

Ma avrai fatto un viaggio felice lontano da qua o no?

«Sì, a Lanzarote, alle Canarie, con mia moglie».

E prima avevi già preso a viaggiare per la boxe. Come era quella estate a Mosca nell’80?

«Strana. Si sentiva la crisi. Erano le Olimpiadi del boicottaggio per l’invasione russa dell’Afghanistan, oltre gli americani non parteciparono molti paesi. Noi correvano sotto la bandiera del Cio. Fuori potevi sentire l’atmosfera della guerra fredda, ma dentro al villaggio olimpico no. È questa la bellezza dello sport che unisce».

Fu una estate bella, vincesti la medaglia d’oro e ti prendesti anche una bella rivincita.

«In tutto quello che ho fatto c’è sempre la favola. L’anno prima agli europei di Colonia ero stato battuto ma dovrei dire truffato, fu un giorno assurdo, da Serik Konakbaev. Pensa che c’era chi veniva ad alzare il mio di braccio, forse quel verdetto serviva ai giudici per garantirsi un posto alle Olimpiadi. Così a Mosca quando vidi il tabellone degli incontri cercai subito lui, ma c’era un solo modo per incontrarlo e batterlo: arrivare in finale».

E così fu.

«Sì, in finale a Mosca contro un sovietico. Konakbaev che poi era kazako. Finì: quattro a uno per me, era la favola».

Quella fu l’estate anche di Pietro Mennea, come era?

«Un ragazzo meraviglioso. L’avevo conosciuto ai giochi del Mediterraneo. Già allora studiava. Era curioso, voleva sempre saperne di più. Una tenacia, una forza. Ha saputo dimostrare di essere anche altro, non era solo un corridore. Mi ha insegnato molte cose. E quell’anno, su otto medaglie d’oro italiane, oltre me e Pietro vinse un altro ragazzo del sud: Claudio Pollio, nella lotta».

Per questo provi ad essere molto altro.

«Ma la gente si spaventa. Devi fare il pugile tutta la vita, il pugile può essere solo pugile».

E invece tu vuoi cantare, recitare?

«Sì, ho fatto Pulcinella a teatro, un film. La critica ha detto che sarei piaciuto a Pasolini. Ho i tempi e la comicità».

E poi c’è la musica.

«Sai chi mi disse: “Patrizio canta, sei bravo”?»

Potrebbe essere stato chiunque, ha incontrato un mucchio di gente.

«Mike Bongiorno, aveva capito che potevo andare oltre la boxe».

E ci sei andato, ma non è stato un errore arrivare fino all’Isola dei famosi? Te ne penti?

«No, avevo sempre messo alla prova l’atleta, non l’uomo. Ho provato. Prima di saltare dall’elicottero ho pensato a Tucidide che dice  “i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gloria come del pericolo, e tuttavia l’affrontano”, e mi sono buttato».

Scoprendo il conformismo televisivo.

«Io sono rimasto me stesso, e infatti piacevo alla gente. Gli altri giocavano e mentivano. Erano dei perdenti. Divido gli uomini in sconfitti e perdenti. Lo sconfitto è quello che ha lottato e poi ha perso. Il perdente è un vigliacco, uno che prima ancora di lottare ha già perso perché ha paura».

Tu non avevi paura ma eri un pugile molto tattico.

«Dovevo per forza essere tattico, ero uno scherzo della natura, a 13 anni pesavo 30 kg, ho sempre lottato prima col peso e col corpo e poi con gli avversari. Colpivo e non mi facevo colpire. Avevo una mano sola, ogni volta che colpivo col destro era un dolore assurdo (osteoporosi) ma anche un ko, allora usavo le gambe, volavo sul ring».

Quindi tra Ettore e Achille, scegli il secondo.

«Sì. Mi sentivo come Achille, avevo il punto debole ma dovevo vincere. Volevo diventare il campione del mondo, ed ho sempre saputo che ci sarei riuscito. Ma niente è stato facile. Ho lottato. Facendo quello che dicevano i Feaci, e che ogni atleta dovrebbe scriversi addosso: “Non c’è gloria più grande per un uomo di quella conquistata con le proprie mani e i propri piedi”».

Chi era il tuo pugile?

«Ali, ha reso bella la boxe. L’ha anche portata oltre».

E italiano?

«Nino Benvenuti, per l’eleganza».

Il tuo eroe, invece?

«Enea, il primo profugo».

Delle tue estati passate alle Olimpiadi di Atlanta e Sydney come allenatore dei pugili italiani, salvi qualcosa?

«Potevano essere migliori: ad Atlanta ci sono arrivato all’ultimo momento ed ho fatto il possibile con ragazzi che non conoscevo. A Sydney è stato diverso, e se Vidoz non si fosse intestardito potevamo andare oltre il bronzo».

Lo dici con molto rammarico.

«Torniamo alla differenza tra sconfitto e perdente. Sarà che io vengo da una epoca diversa. Sacrifici enormi, quando dovevo fare il peso nei giorni precedenti non mangiavo e non bevevo, non c’erano nutrizionisti e si facevano anche cose stupide, c’era questa integrità che attraversava ogni gesto. Mi ricordo mia madre che mi pregava almeno di bagnarmi le labbra».

Poi la boxe è finita in mano a Pacquiao e Mayweather  che sembravano due uomini d’affari nel loro incontro del secolo.

«Ma no, dovevano sfidarsi cinque anni prima e sarebbe stato un grande incontro».

A proposito di anni prima, lo sai che sei stato Napoli prima del Napoli nella vita di Higuain, per via di suo nonno Santos Zacarìas, che allenava l’argentino Coggi.

«Lo so, e pensa che l’anno scorso incontro Higuain ad una festa, mi presento, e poi gli dico sai ho conosciuto Zacarìas, e lui risponde con un grugnito. Allora me ne sono andato».

Pensavo che la boxe facesse parte della sua favola.

«Magari è così. Io da anni sostengo che tornerebbe utile ai calciatori, gli darebbe equilibrio in campo e nella vita. L’ho sperimentato con Inler, ora vedo che il Milan lo sta facendo».

C’è una sportiva italiana che ti convince?

«Federica Pellegrini, non è una perdente».

Napoli che pugile è?

«Un bravo pugile, bello da vedere, ma così spaccone da farsi odiare».

 

[uscito su IL MATTINO]

Foto LaPresse

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