Un giorno credi

È il primo degli Abbagnale a saltare dal campo al mare, Giuseppe; poi verrà Carmine e infine Agostino. Tre uomini che hanno fatto la storia del canottaggio italiano. Giuseppe è un uomo dalle spalle larghe, infatti ci stanno tre Don Chisciotte tra un braccio e l’altro, e un mucchio di battaglie, che misura il mondo, di continuo. Se fosse americano avrebbe una università e un mucchio d’epica da sperperare, invece è un italiano di sottrazione, di quelli che il passato è passato. Le sue estati vanno divise in campionati del mondo ed Olimpiadi, gare su gare su gare. E persino oggi, che Giuseppe Abbagnale è presidente della federazione italiana di canottaggio, aspetta Rio de Janeiro, un’altra estate non da remare ma da guardare remare. Ripercorrere le sue estati significa veder crescere la storia degli Abbagnale, in sottofondo “Un giorno credi” di Bennato che si mescola alle telecronache di Galeazzi. E mentre parla l’incrocio di quattro rughe disegnano la coda di una balena sulla sua fronte.

Quando comincia il sodalizio estate-canottaggio e canottaggio-Giuseppe Abbagnale?

«C’è una data precisa: il sette settembre del ’74, avevo quindici anni, e allora si tornava tardi a scuola, c’era il tempo di concedersi altro, e io scelsi di provare lo sport di mio zio, Giuseppe La Mura».

Diventandone prigioniero.

«Crescendo. Imparai a nuotare facendo canottaggio, prima non è che avessi visto tanto il mare, c’era la campagna dei miei da lavorare, e l’estate era dare una mano a casa».

Il canottaggio come fuga.

«Ma no, quasi per caso, poi due anni dopo avevo già vinto il titolo juniores».

Dando inizio a un ventennio di grande canottaggio. Da Mosca ‘80 ad Atlanta ‘96. Dalla giovinezza alla maturità. Che estate e che Olimpiade furono per lei quelle dell’80?

«Un limbo. Era la prima volta, e non ci arrivavo bene, il mio compagno, Antonio Dell’Aquila, veniva da un incidente in vespa dove si era incrinato quattro costole, non potendosi allenare per un mese, e il canottaggio richiede una lunga metabolizzazione. Arrivammo settimi».

Però poi cominciò un quadriennio di vittorie. C’è un momento di consapevolezza in quelle estati di fatica?

«Sì. Quando in una gara – che non vincemmo – arrivammo davanti alla Germania dell’Est. Allora su otto categorie si spartivano tutto i tedeschi dell’Est e i sovietici. Fu come vedere la luce».

Due oro e un bronzo su tre mondiali e poi Los Angeles ’84.

«L’inizio, l’estate e l’Olimpiade della consapevolezza. Anche se il blocco dell’Est non c’era e cercò di minimizzare la competizione olimpica, ma noi, appunto, li avevamo battuti ai mondiali. Ero alla mia seconda Olimpiade eppure mancava sempre una parte di mondo. Poi noi del canottaggio stavamo sul Lago Casitas, lontani dal villaggio olimpico».

E l’estate dello stupore?

«Nell’86, quando comparve questo nuovo equipaggio inglese, che in una gara, presa alla leggera, ci batté con cinque secondi di distacco».

Una offesa. Erano il futuro?

«Sì. Erano Steve Redgrave e Andy Holmes».

Gli Avversari di una gara bellissima a Seul ’88.

«Quella sconfitta ci costrinse a rivedere i nostri allenamenti. Non dico a metterci di nuovo in discussione, ma creò una sfida diversa».

Che voi vinceste. Come furono l’estate coreana e l’Olimpiade?

«Per la prima volta c’era tutto il mondo. Vivere il villaggio olimpico per me voleva dire poter finalmente respirare quell’atmosfera che mi era mancata nelle edizioni precedenti, mescolarsi a mensa con tutti, anche con le star Carl Lewis e Ben Johnson. Fu l’estate di mezzo, di grande gioia con noi tre fratelli tutti con la medaglia d’oro al collo, il passaggio dalla gloria personale a quella collettiva. E fu anche quella della mia prima vera vacanza: mi fermai con altri amici a Bangkok e Pattaya».

Ma il suo posto dell’anima, invece?

«Pantelleria, ci andai l’estate dopo con mia moglie. Poi c’è Paestum, dove la sua famiglia ha una casa, e dove torniamo. Io non sono molto amante del sole o della vita da spiaggia. A parte che un atleta deve fuggire dal sole, ma amo di più la montagna: la mia natura mi vuole in attività».

Il suo rapporto con i limiti?

«Mai dato un limite, se non come punto da valicare. Andare oltre. Ero cosciente dei miglioramenti cronometrici, ma non mi sono mai arreso. Non c’era un punto di arrivo, eravamo in transito: in venti anni abbiamo fatto un balzo in avanti di 30 secondi».

E il suo rapporto con vittoria e sconfitta?

«Mi sono sempre sentito un Don Chisciotte, ho fatto mille battaglie, con i remi e senza. Sapendo che si può perdere. Il punto è come si perde. Il rapporto è con se stessi, puoi perdere ed essere soddisfatto, perché hai dato tutto. Sono sempre rimasto in pace con la mia coscienza».

Come si comporta un campione?

«Non lo so come si comporta un campione. Il canottaggio è perlopiù gesto, da acquisire, che sfocia nell’intimità con l’altro o con gli altri. Bisogna raggiungere una sincronicità che richiede tempo. Vai contromano e se vuoi controllare gli altri devi stare davanti».

A Barcellona lei stava davanti a tutti, come portabandiera della squadra italiana.

«Un grande onore, con un dispiacere: non essere riuscito a far collimare quello stare davanti, essere il corpo di una intera nazione, con la medaglia d’oro».

Vinceste l’argento, mica era una sconfitta.

«Molti la raccontarono così. Ma dietro una sconfitta, in questo caso apparente, ci sono molti fattori. Quell’anno cambiarono i remi, e noi fino alla fine tentennammo, poi scegliemmo quelli nuovi, con poca esperienza. Ho sempre rammarico per il prima, mai per il dopo gara. Sono molti i fattori che concorrono alla vittoria, e spesso quelli decisivi riguardano le scelte che si fanno mesi prima».

Ha mai avuto offerte da altri paesi per allenare le loro squadre?

«Sì, ma non le dirò da chi, perché le ho rifiutate tutte, per una questione di ideali, mai metterei il mio sapere al servizio di altri paesi».

Però nel nostro, il suo sapere non è abbastanza valorizzato, lei dovrebbe stare nelle università, e non in banca.

«Lo so, è una vecchia battaglia, dopo il diploma Isef ho tentato di insegnare, poi c’era questo concorso in banca e complice la famiglia mi sono arreso. L’altro giorno ero a Pavia proprio per creare questo tipo di opportunità, unire università e sport, perché i migliori dei nostri sportivi se non scelgono l’esercito, ricevono offerte da altri paesi che tutelano lo studio e lo sport, mentre noi ancora dibattiamo».

Torniamo alle estati. Che successe nel ’96?

«È l’estate mancata, quella dell’addio un mese prima. Doveva essere la mia ultima Olimpiade, lo avevo già deciso, e avevamo una nuova sfida: mettere su un equipaggio da otto che potesse competere. Ma dopo la qualificazione olimpica, per storie complicate, anzi, direi linguaggi diversi, me ne andai, negandomi l’ultima Olimpiade, e negandomi anche il ritorno di mio fratello Agostino alle gare e alla vittoria. Un errore soprattutto non essere ad Atlanta a condividere la gioia con lui».

E questa estate doveva essere il ritorno di un Abbagnale alle Olimpiadi, con suo figlio Vincenzo, ma non succederà, causa la squalifica per doping.

«Viviamo il doping solo come alterazione delle prestazioni, dovremmo prima di tutto viverlo come una scelta che fa male, che uccide. Mio figlio è stato superficiale, ha mancato i controlli, e l’ho messo fuori squadra. Sconterà i 16 mesi di squalifica, ho sempre rispettato le leggi e le giurie, non comincerò ora a non farlo. Però mi fanno paura i professionisti dell’antidoping, perché non vedo la ricerca di un meccanismo che riduca gli errori al minimo, in una giusta scala. Così distruggiamo lo sport, e prima questi ragazzi: non lasciandogli spazio per difendersi o riabilitarsi. Nel dubbio o in assenza di accuse deve valere la buona fede, la fiducia, non la condanna assoluta, sproporzionata».

[uscito su IL MATTINO]

 

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