Ho servito John Lennon

Città e uomini hanno bisogno di media che leghino parti lontane, Raffaele Cascone lo è stato per Napoli e i suoi suoni, la sua cultura; poi anche per Roma e l’Italia, conducendo programmi in RadioRai come “Per voi giovani” e “Pop Off”, mettendo in connessione il Mediterraneo con il Mississippi; ha suonato, filmato, viaggiato, un vero beat, riuscendo però a non perdersi; ha attraversato gli anni sessanta e settanta con curiosità: Edoardo Bennato gli dedica nel 1973 la canzone “Venderò”, e dopo 42 anni lo ha ritratto di nuovo in “Pronti a salpare”. Oggi Cascone si divide tra Napoli, Palermo e Londra. Quando gli dico che la sua casa napoletana sembra quella di un ragazzo inglese, risponde, ridendo: «Io sono un ragazzo inglese».

Perché tutto comincia a Londra o no?

«Prima, a Castellammare di Stabia, con le cartiere della mia famiglia occupate da truppe angloamericane, e con la mia voglia di migliorare l’inglese masticato in famiglia».

E come ha fatto?

«Ascoltando la radio prima e diplomandomi nel primo corso in Italia dell’American Studies Center. Fu mio zio a regalarmi una radio a transistor portatile per il mio compleanno. Nelle notti mediterranee d’estate captai The American Forces Network, AFN, nelle varie frequenze delle stazioni di Frankfurt, Munich, Thessalonique, Bremenhaven. Era l’epoca di Elvis, del blues e del cool jazz, gli annunciatori erano i migliori delle FM radios statunitensi e il ritmo straordinario».

E quando non ascoltava la radio?

«Sempre mio zio mi diceva: Raffae’ jamme a guardà ‘e straniere in costiera. Allora Positano non era la Disneyland di ora con i suoi figuranti, al ristorante “le tre sorelle”, c’erano davvero le tre sorelle».

Napoli come era allora?

«Piena di americani scomposti in macchine sfarzose, mentre a noi dicevano ancora di stare composti a tavola e di andare con la giacchetta a scuola. Io con l’autostop andavo al loro campo a via Manzoni».

Lì si è americanizzato?

«Sì, jeans stretti presi a Resina, cravattine, capelli prima corti poi lunghi».

E sceglie il posto più vicino simile all’America.

«A 17 anni andai a Londra, e ci tornai ogni estate, lavorando, fino a quando non mi ci sono trasferito. Già la prima volta, sul traghetto da Calais a Dover mi accorsi che tutto il mio essere strano ed anticonformista a Napoli, lì, prima ancora di arrivare in Inghilterra, era normalità. Passavo da un paese ancora autoritario a uno liberale».

È lì che la prima volta ri-muore Diocleziano?

«Sì, uso spesso questa battuta come introduzione  ogni volta che mi trovo davanti a qualcosa che io dò per scontato e che invece non lo è. L’ho mutuata da una battuta di Totò, che riassume l’arretratezza di pensiero, di costume e culturale».

Come si manteneva nelle sue estati londinesi?

«Vendevo gelati, con un camioncino, la ditta si chiamava “Fiorebello”, conobbi il padrone ad Hyde Park. Era l’estate del ’66, e anche se avevo il mezzo, la vendita era abusiva, quindi mi servivo di un palo che mi avvisava quando arrivava un poliziotto e io smontavo tutto e mi rimettevo a girare, se non ti acchiappavano sul fatto non potevano farti nulla».

È stato mai preso?

«No, ma poi sono passato a fare il lavapiatti, il cameriere e persino il cuoco. Una sera ho servito John Lennon e Yoko Ono. Alla fine mi ha persino lasciato una sterlina di mancia: John, non lei».

E nelle altre estati?

«Ho fatto anche il tecnico tv. Mi chiamavano “Sparks”, scintille, perché allora la televisione era una cosa misteriosa, che faceva scintille. Prendevo una sterlina a intervento, spesso si trattava di mettere a posto le spine. E, però, mi lasciavano il furgone anche la sera, che utilizzavo per andare in giro saltando da un concerto all’altro, con mia moglie incinta che mi aveva raggiunto. Vendevamo riviste fuori dai concerti, il giornale “International Times” fece anche un pezzo su questa coppia intraprendente. A una festa a Richmond per il maestro Meher Baba conobbi Pete Townshend degli “Who”».

Poi c’è l’estate del ritorno in Italia, e Diocleziano che muore ancora.

«Ero a Roma, con difficoltà di reinserimento nel mondo della psicoterapia. Grazie ad un amico seppi che in Rai stavano cercando uno speaker radiofonico. Feci un provino e fui preso anche se non ero un professionista della radio. Ciò mi diede la possibilità di riaprire lo studio di psicoterapia a Roma. La radio è solo una parte della mia vita, e per me nemmeno la più importante».

Perché lei poi lasciò la Rai per andare a finire gli studi a San Francisco e poi in Francia.

«Una Rai Risorgimentale, dove uno come me che voleva interagire col pubblico, parlare in diretta con le persone: era un fastidio. E poi ero comunque un esterno e tale sono rimasto per tutti gli anni passati là. Pensai come Henri Laborit, che a volte la migliore scelta è la fuga: mi dimisi dalla Rai e mi dedicai di nuovo a tempo pieno alla professione».

Ma l’estate più bella?

«Più bella non so, più assurda di sicuro. Sarà stata quella del ‘78-’79, io e mia figlia, che allora aveva nove anni, in spider, in giro per l’Italia».

Sembra un film di Dino Risi, dove andaste?

«Dove non siamo andati. Prima a Lipari, troppo affollata. Poi Ischia, serviti male e trattati peggio in un hotel di lusso. Tornammo a Roma. Dopo una notte in cui sventammo un furto a casa, prendemmo il treno per Barcellona, volevamo andare a Ibiza. Ma era lo stesso che usavano i pellegrini per andare a Lourdes. Fino a Nizza seduti per terra davanti al cesso, poi la liberazione della Spagna, un incontro folgorante con i quadri di Picasso, sarà stato il mio passato da parte di mia nonna che era una Sanchez de Luna. Già in fila per l’imbarco formammo un gruppo di piacere, con due islandesi che sembravano angeli per come erano candide di pelle, e una ragazza di Grosseto, Clara, con la quale poi mi fidanzai. Una Ibiza meravigliosa, dormivo in tenda sulla spiaggia, nemmeno la dissenteria mi rovinò i giorni lì. Conobbi persino una navigatrice solitaria che voleva portarmi a Saint Tropez».

E le estati della maturità?

«Quelle greche e quelle siciliane. Grecia e Sicilia sono ancora spontanee, poco mediatiche, ci si vive meglio».

Lei è stato un medium e ha messo in contatto mondi lontani, regalato occasioni e alimentato speranze.

«Io non credo all’individuo, credo alla molteplicità, allo stare bene con gli altri in modo etico, valorizzandosi reciprocamente, costruendo bellezza. Oggi il mio passato mediatico e quello professionale si ricongiungono nel mio lavoro e nell’insegnamento: la valorizzazione reciproca tra etnie e culture diverse e l’epigenetica dei comportamenti».

foto di Monica Vegliante 

[uscito su IL MATTINO]

Annunci
Contrassegnato da tag , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: