Reina&Donnarumma: portieri per eredità e vocazione

Entrambi avevano la strada segnata: il ruolo pronto in famiglia e i pali della porta a incorniciarne le gesta. Il piccolo, solo d’età, Gianluigi Donnarumma, guardava al fratello Antonio mentre suo zio Enrico lo spingeva in campo a quattro anni; il grande, non solo d’età, Pepe Reina, al padre Miguel portiere del Barcellona e dell’Atletico Madrid. Il piccolo sta crescendo nel Milan e salvo improbabili pazzie – del suo pre-procuratore Mino Raiola – ne diverrà la bandiera; il grande è cresciuto nel Barcellona poi ha preso a girare: Villareal, Liverpool, Napoli, Bayern Monaco, poi di nuovo Napoli, dove probabilmente chiuderà la carriera senza poter tornare a giocare al Camp Nou. Sono due storie diverse accomunate dal ruolo e da un istinto nelle parate ravvicinate. Il resto è distanza, molto più di quella che li separa da una porta all’altra, a cominciare dal tempo: 17 anni di differenza, l’età di  Donnarumma per due, e si arriva a Reina. In mezzo c’è il campo, anzi i campi di Reina. Donnarumma è il prodigio, che da subito scavalca il fratello e pure la lunga fila di eredi dell’altro Gianluigi che tutti chiaman Gigi, Buffon, il migliore. Reina è il portiere dispari non assimilabile agli altri, che trova Casillas sulla porta della nazionale spagnola, ed è quello senza modelli che diventa sempre il modello delle tifoserie: basti pensare al Liverpool, lui è il portiere della finale di Champions persa, mentre Dudek è il portiere della finale di Champions vinta, ma provate a domandare di loro dalle parti di Anfield Road e scoprirete che vittoria e sconfitta si capovolgono. Donnarumma sembra abitato dai silenzi di Zoff, anche se non viene dal nord ma dal sud, è di Castellammare di Stabia, ma non è caciarone come si aspetterebbero alla “Gazzetta dello Sport”, è un meridionale di sottrazione, poi, forse, crescendo diverrà pure un ultrà dell’area di rigore, sarà che ha solo 17 anni e ancora un po’ di quella sana timidezza, anche se già esce e si tuffa come uno di quaranta. Reina è un attore, vive la partita, la interpreta anche quando il gioco è lontano, ne ha viste tante, troppe, e questo lo porta ad uscire fuori dai suoi pali, a salire e allontanarsi dalla sua area come quei piloti d’aereo che, tempesta o meno, fanno sempre gli stessi numeri, per questo ha le spalle larghe: sa sbagliare e incassare, sa incitare e rimproverare, e sa giocare: fuori e dentro il campo, e se qualcuno gli chiede degli errori, risponde in discreto napoletano: «Ma camma fa?». Stare in porta Pepe, come fa Gigio, come lo chiamano tutti, a cominciare da Siniša Mihajlovic che l’anno scorso l’ha fatto esordire in serie A e poi ce l’ha lasciato, dimenticando Diego Lopez e la sua storia in panchina. E come lo togli più? Alla prima di campionato, al 90° tra l’altro, Gigio, parando un rigore, ha evitato il pareggio al Torino, a Belotti e al suo ex allenatore-creatore, che ha commentato: «Lo avessi saputo non l’avrei fatto esordire» – ridendo – «Era bravo, non aveva bisogno di parare un rigore per dimostrarlo». Ma i portieri sono così: misurano gli spazi ed esistono solo quando negano la gioia altrui. È un ruolo mentale per buona parte del tempo che poi richiede improvvisamente un enorme supporto fisico. Donnarumma resta concentrato solo su quello che deve fare. Reina, sarà l’età, si distrae, giocando sempre in più ruoli: sta fuori dai pali, fa il libero, aggiusta la difesa come se fosse il Subbuteo, lancia come un regista fuori linea, supporta da ultrà, suggerisce da allenatore e comanda da dirigente – quello che per brevità viene chiamato l’uomo squadra – questo, però, comporta delle perdite, ma buona parte della piazza napoletana preferisce un tuttofare a un portiere normale, e il prezzo da pagare è di qualche gol in più, ai quali Pepe rimedia assurgendo a paladino della città sempre in guerra col mondo, lo spagnolo in questo somiglia al sindaco De Magistris: sa come prenderli, e sa cosa twittare, si sta sopra le righe come fuori la porta, basta metterci il cuore, e Napoli ringrazia. Milano pure, a cominciare dalla scuola di Donnarumma, soprattutto i compagni che gli chiedono nell’ordine la sua maglia e poi quelle del resto della squadra. Gigio, non si scompone, come in campo, la seconda cosa che dicono tutti al Milan, dopo quella che è il futuro della Nazionale (è d’accordo anche Di Biagio che ha cominciato a farlo giocare con l’Under 21) e del calcio italiano, è che non sente la pressione e sa usare anche i piedi oltre la testa e le mani, prendendosi non pochi rischi in qualche dribbling o uscita come quella di petto su Jovetic dell’anno scorso. Per Milan e Napoli i due portieri sono fondanti, la prima può vantare uno dei pochi veri talenti del calcio italiano, ed è come avere il futuro in tasca, se si mette male può venderlo, se si mette bene è coperta in un ruolo centrale, avendo il migliore; la seconda ha cercato Reina con De Laurentiis che è andato a riprenderselo di persona a Monaco, perché serviva un uomo di esperienza internazionale in campo e anche un leader  fuori capace di fare da medium, in una squadra che sulla comunicazione è deboluccia: poi lui è andato oltre fino a diventare totem, e oggi è intoccabile, gli manca solo il gol per avere l’altare. Donnarumma è la promessa, ancora molto da dimostrare, giocare. Reina la credibilità, il portiere che si spende e l’uomo al quale non si può rinunciare, è già successo: città e squadra ne hanno misurato il vuoto. Un errore, lui ha fatto l’esperienza di giocare con Neuer, l’altro Buffon, che però parla tedesco. In mezzo c’è Donnarumma che ha scelto il Milan al posto dell’Inter e della Juve, emigrando. E di lato c’è la colpa del Napoli e di De Laurentiis: non governare i talenti nella propria area (geografica), e non avere un Reina giovane da affidare al vecchio Reina. È la solita storia che dai campetti arriva ai campi: in porta poi chi ci va?

[uscito su IL MATTINO]

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