L’estate è uno stato d’animo

E lui continua a suonare per loro, proprio come nel finale di “Vacanze di Natale”. Ma lo fa nella realtà, fuori dallo schermo, con molto più successo. Jerry Calà era quello non bello che piaceva lo stesso. Se uno pensa agli anni Ottanta italiani compaiono il suo linguaggio e le sue facce.  “Una vita da libine” come racconta nella sua autobiografia. Era un Peter Pan fatto in casa, che non voleva crescere, di sposarsi nemmeno a parlarne, lavoro saltuario ma divertimento fisso. Il sogno fin dall’inizio, con i Gatti di Vicolo Miracoli, ha accompagnato Calà. È andato a vivere da solo, poi no, poi sì, figlio di papà d’estate a Forte dei Marmi, cantante di piano bar l’inverno a Cortina. È andato in America con Don Buro (il personaggio più bello di Christian De Sica), è stato Yuppie e poi Pony express, inaffidabile e abbronzatissimo. Ma è ancora qua, con i ragazzini che conoscono le battute di questi film meglio dei genitori che li hanno visti a cinema.

Qualche giorno fa ha scritto su Twitter che l’estate è uno stato d’animo, e subito è diventato virale.

«Era un pensiero che deriva da un mio film che tanti anni fa ho girato proprio qui in Costa Smeralda. E poi è una cosa che mi è rimasta attaccata. Era una spinta a cercare l’estate dentro di noi, volevo dire che se ce la portiamo dentro, se sappiamo catturarla, poi viviamo meglio».

Come erano le sue estati da bambino?

«Non aveva niente a che vedere con le estati della “Vita Smeralda”, provengo da una famiglia semplicissima, mio padre era un impiegato delle Ferrovie dello Stato, e le mie estati da bambino erano sempre in Sicilia, sono nato lì e mi chiamo Calogero. Non avevo la compagnia del mare, non andavo nei posti alla moda, passavo l’estate a casa di mia nonna, dove i miei zii e mio padre ci portavano sulle spiagge libere o sugli scogli di Aci Trezza».

Qual è l’ultima estate da Calogero?

«Quando ero al primo anno di università a Bologna, mi ero iscritto a Lettere antiche, non con grande successo. Mi venne a trovare Umberto Smaila per fare i Gatti di Vicolo Miracoli e andarcene all’avventura. Quella fu l’ultima estate da Calogero e da studente. E mi ricordo che avevo una fidanzatina che soggiornava a Cesenatico e per raggiungerla racimolai qualche soldo con diversi lavori, e forse, in questo modo avventuroso, stavo già cominciando senza saperlo ad essere il Jerry dei miei film».

Lei è anche il protagonista di “Sapore di Mare” che è il film, dopo “Il Sorpasso” di Risi, dell’estate italiana. Che ricordi ha?

«Fu una sorpresa per me, non dovevo neanche farlo. Poi, invece, andai dal produttore col quale avevo un contratto per altri film e vidi sul tavolo questo copione e chiesi: “Che film è?”, e lui rispose: “Non è per te, sei già troppo famoso, stiamo pensando a tutti attori giovani che costano poco”. Replicai dicendo: “Però mi piace il titolo, è un film sugli anni ’60”, lo lessi e decisi di farlo a percentuale, e fu un grande affare: sia economicamente che come attore. Con quel film lì cominciai a diventare il simbolo della vacanza italiana, e dopo ho stigmatizzato questo mio personaggio nel capo villaggio, Enrico Borghini, nella serie italiana che è la più programmata da trent’anni: “Professione vacanze”».

C’è una estate non legata al lavoro?

«Di estati senza lavoro me ne ricordo poche. Ce ne fu una quando lavoravo con i Gatti, che Umberto Smaila aveva avuto un incidente, per cui era ingessato, e ci fermammo tutti. E feci un viaggio bellissimo con i miei vecchi amici di Verona con i quali ero cresciuto, andai in campeggio in Calabria. Fu bello ritrovarsi con quei ragazzi, e poi c’era la gente che mi guardava dicendo: Ma è lui o non è lui?».

Si pente di qualcosa? Pensavo al fatto che solo Marco Ferreri ha intravisto in lei una capacità drammatica.

«No, non è che io ci soffra per questa cosa, a me è bastato dimostrare che sono un attore completo, e in quel film credo di esserci riuscito. Come anche in un episodio di Pupi Avati: “Sposi”. Ho fatto qualche film che non è andato tanto bene ma dove si vedeva che avevo anche un’altra vena, tipo: “Colpo di fulmine” di Marco Risi, o “Sottozero” con Sonego».

Ha mai pensato che è pirandellianamente finito per incarnare Billo (il suo personaggio di “Vacanze di Natale”) nella realtà?

«No, ma è una osservazione che mi piace. È una coincidenza carina. Quest’anno ho festeggiato i venti anni consecutivi del mio show alla Capannina di Forte dei Marmi, ho preso a fare la professione antica quella dello showman, che è poi come sono nato. Il mio spettacolo passa anche per Billo, accompagno il pubblico attraverso le colonne sonore dei miei film, è un misto tra cabaret, musica e racconto».

E questa estate che ha fatto?

«Il regista e l’attore, sono tornato a girare un nuovo film che uscirà nella prossima stagione. Ho avuto la felice idea di riunire i Gatti, con i quali sentivo una specie di debito di riconoscenza, Smaila, Oppini e Salerno, li ho rimessi insieme nel film: “2016, odissea nell’ospizio”. È la storia di quattro comici che si ritrovano in una casa di riposo e che non vanno neanche molto d’accordo tra di loro. Ma si troveranno davanti a grandi problematiche, leggevo proprio qualche giorno fa una cosa che c’è nel film: che gli ospizi cominciano ad ospitare anche migranti. Sono sempre contento quando i miei film intercettano la realtà, è quello che ho sempre provato a fare con leggerezza».

Vita e cinema quante volte si sono sovrapposti?

«Molte e sempre nelle scene ridicole. Mentre giravo “Vita Smeralda”, per mettere un vassoio fuori dalla porta della mia stanza, dopo aver fatto la doccia, mi son trovato nudo nel corridoio di notte, gattonando sono sceso fino nella hall coprendomi con due cuscini trovati su una sedia, e quando sono arrivato davanti al portiere, quello mi ha detto: No, signor Calà non ci posso credere come “Vacanze in America”».

La sua canzone dell’estate?

«Chiaramente “Sapore di sale”, anche per il film. La più grande canzone dell’estate. Poi “Un’estate al mare” di Giuni Russo, lei mi piaceva moltissimo. Era una canzone dell’estate d’autore, e poi i Righeira con “Vamos a la playa” e “L’estate sta finendo”. Le sanno pure i ragazzini di oggi, e sanno le battute dei miei film di quando non erano ancora nati, questo ci deve far riflettere: può darsi che i ragazzi non trovino qualcosa di veramente mitico, come invece si accorgono che erano le nostre canzoni, i nostri film».

E lei cosa non trova più oggi?

«Non c’è più la voglia di vero divertimento. Vedo ragazzi annoiati in discoteca che bevono tanto non sapendo bere e non socializzano. Sembra che non escano per cuccare le ragazze. Il divertimento pare che sia ostentare, non vivere».

Un film dell’estate? Se mi dice Antonioni viene fuori il ritratto di un Calà intellettuale.

«Quei film ai quali i Vanzina si sono ispirati, tipo le vacanze a Capri. E un film bellissimo: “La spiaggia” di Alberto Lattuada, che aveva un tema forte per l’epoca».

Lo vede? È un intellettuale. Il suo rito estivo?

«La camicia bianca, è il mio rito scaramantico, non faccio lo show se non ho la camicia bianca, una volta che l’avevo dimenticata ho fatto riaprire un negozio. Perché il bianco mi fa venire in mente l’estate, e devo averla sempre con me».

[uscito su IL MATTINO]

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