L’estate da Pointe-Noire a Santa Monica

È nei contrasti e nelle sfasature intenzionali tra violenza e ironia, che Alain Mabanckou, scrittore e poeta, manifesta la sua forza. Nato a Pointe-Noire, nella Repubblica del Congo, è poi emigrato in Francia, dove ha pubblicato, trovando lettori e un mucchio di riconoscimenti. È il primo autore francofono dell’Africa sub-sahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard. Inquieto, curioso, attraversato da variazioni linguistiche e culturali, ha lasciato la Francia per gli Stati Uniti, dove insegna presso l’università della California.

Come erano le sue vacanze da bambino?

«Trascorrevo le vacanze a Pointe-Noire, andavamo a Costa Selvaggia (Oceano Atlantico) per lavorare con i pescatori del Benin. Per noi era il modo per riportare del pesce a casa e per vedere i genitori fieri di noi».

Che ragazzo era l’Alain che lasciava il Congo per la Francia?

«Un sognatore, molto timido e che aveva molta paura delle donne. Ma forse è stata anche questa timidezza a fare di me uno scrittore. Per diventare scrittori bisogna avere una parola da liberare, una parola che non si poteva dire pubblicamente. Sono arrivato in Francia a 21 anni, sempre con la stessa timidezza, ma con molti manoscritti, per cercare un editore».

Invece, come era l’uomo Mabanckou quando lavorava per la compagnia Suez-Lyonnaise des Eaux?

«Ero già abbastanza sicuro di me, avevo pubblicato alcune poesie, e leggevo molto. Non ero troppo concentrato sul mio lavoro a Suez-Lyonnaise des Eaux. Ero un responsabile che si occupava dei media e delle nuove tecnologie ma anche di questioni giuridiche. Ma la letteratura è talmente gelosa e richiede tempo che i miei capi mi sorprendevano mentre scrivevo i miei romanzi nei bagni e mi rimproveravano».

Che ha fatto nella sua prima estate francese?

«Studiavo ancora a Nantes e non avevo mai i soldi per pagarmi delle vacanze. Quindi facevo la festa con degli amici nei nightclub africani e l’anno successivo andai a Parigi. Ma confesso che le vacanze non fanno parte della mia cultura familiare. Da noi si pensa che le vacanze siano per i fannulloni».

Dove e quando si forma la sua idea di leggerezza che attraversa tutti i suoi libri?

«Forse è la mia cultura congolese: anche quando tutto è grave, bisogna parlarne con humour e leggerezza. L’ho mantenuto nei miei libri che sono in effetti dei ritratti della società congolese. Da noi può succedere che si rida durante un funerale per permettere al defunto di andare in cielo con gioia».

C’è un momento preciso nel quale ha capito che sì, ce l’aveva fatta?

«Ho sempre  la sensazione che sto continuando a cercarmi, a ricercare tutti i giorni le strade da seguire. È difficile per uno scrittore dire che è arrivato. Sono piuttosto qualcuno che crede sempre alle «partenze». Forse per questo, dopo la Francia, ho scelto di andare a vivere negli Stati Uniti».

Ha una canzone dell’estate? Un cibo che la evoca? Un Libro, un film?

«Le canzoni di Georges Brassens, con ostriche e vino bianco e la poesia di Charles Baudelaire fanno parte delle mie abitudini. Poi, guardo molte commedie di Louis de Funès e rivedo la filmografia di Quentin Tarantino (« Pulp fiction» è il mio preferito)».

C’è un luogo, una spiaggia dove le piace tornare?

«Amo Belle-ile-en-Mer, in Bretagna. È un’isola con spiagge da sogno: Donnant, Port Andro, sono luoghi poetici e magici».

Ha dei riti?

«Prima di fare il bagno, bevo l’acqua di mare. Permette anche allo stomaco di apprezzare il mare».

Ora vive in California dove l’estate è uno status, cosa separa le estati francesi da quelle californiane?

«In California si ha l’impressione che sia sempre estate. Soprattutto visto che abito a Santa Monica, a due passi dall’oceano e a qualche minuto dalle spiagge di Malibu che mi ricordano le serie televisive americane della fine degli anni ’80 e dell’inizio dei ‘90. La differenza con Parigi è che non debbo viaggiare a lungo per arrivare al mare : il mare è davanti ai miei occhi».

Questa è una estate difficile per la sua Francia e una estate di svolta per  il suo nuovo paese, l’America. Lei ha incontrato Hollande per una nuova politica di rapporto con le ex colonie, portando una idea di Africa diversa, come è stato accolto?

«La Francia ha ancora dei problemi da risolvere con le sue vecchie colonie. La colonizzazione è un tema delicato in Francia. Il mio paese, il Congo, è ancora sotto la dittatura, una dittatura quasi incoraggiata dalla Francia che continua ad avere relazioni con i despoti africani. È per questo che sono andato a discuterne con il presidente Hollande e con il suo ministro degli Esteri, Jean Marc Ayrault. Sono stato ben accolto, cosa che non ha fatto piacere al governo congolese di Brazzaville. Oggi mi è interdetto l’accesso nel mio paese e hanno emesso un mandato d’arresto attraverso il ministro congolese della Giustizia, che era un mio compagno di studi all’università. Non so cosa ne verrà fuori, ma l’Africa non potrà che liberarsi da sola: sono necessarie delle rivoluzioni popolari come quelle avvenute nel mondo arabo e che sono state chiamate «primavere arabe». Continuerò a dar fastidio a questo governo congolese fino a che non cadrà, e sento che cadrà».

Ha di recente curato una antologia sul calcio (“La felicità degli uomini semplici” per 66thand2nd), lei giocava?

«Non ero un buon giocatore ma un gran spettatore e un gran tifoso. Motivo per cui ho diretto questa antologia. Non c’è bisogno di essere un calciatore per parlare di calcio. A volte anche i giocatori ne parlano male. Per questo riprendo l’immagine della gallina e dell’uovo: la gallina può covare un uovo ma non sa cucinare una frittata. È in questo senso che bisogna interpretare la nostra antologia di calcio: gli scrittori possono mettere le parole sui gesti sportivi e dare ancora maggiore poesia al football come al tempo in cui Norman Mailer scriveva di boxe e faceva i più bei racconti di questo sport».

Appare sempre elegante, sorridente, sembra un uomo pacificato e contento, sempre pronto a giocare. Ha rimpianti? Si pente di qualcosa?

«Nel mio paese amiamo vestire bene. Compriamo i vestiti a Parigi e in Italia, ci piacciono Yves Saint-Laurent, Gucci, Armani, Pierre Cardin ma anche abiti disegnati da stilisti congolesi di cui il più brillante è Jocelyn Le Bachelor che ha una sua boutique a Parigi, nel quartiere Château Rouge. Ho dei rimpianti, è vero, ma cerco di avere più gioie che rimpianti e di prendere le cose con filosofia».

Sarà davvero la volgarità a salvarci, come scrive in “African Psycho”?

«Sì, il mondo si sta sempre più decomponendo, raccontandolo ci salveremo, bisogna credere nella letteratura, nel buonumore e nella fraternità. “African Psycho” è un romanzo delirante, una farsa ma anche uno sguardo su quelle società africane che hanno perso il senso dei loro valori e che ricopiano i valori americani o occidentali».

foto di Ulf Andersen

grazie a Francesca Ciarcinelli

 

[uscito su IL MATTINO]

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