Questa stanza non ha più pareti ma un account

Mark Zuckerberg, che con Facebook ha regalato all’umanità quello che da tempo stava cercando: la connessione con tutti, persino in forma privata, e la possibilità di strologare su tutto, in due giorni ha attraversato l’Italia, dal Papa a Renzi passando da Bottura e finendo alla Luiss. Abbracciando potere spirituale, temporale, culinario ed economico come se fossero App. E tra donazioni e assaggi, racconti e ricordi, ha promesso a Francesco di connettere anche le parti più lontane e disagiate, quasi che fosse la luce e la speranza capace di alleviare la povertà. Un profeta in fibra. Il mezzo che porta il messaggio e lo scavalca. Il Santo Padre, curioso senza perdere scetticismo, è su Instagram e Twitter non su Facebook, ma ovviamente conosce il ragazzo che ha cambiato l’alfabeto dei rapporti sentimentali, e che più tardi – davanti agli studenti della Luiss – si è giustificato dicendo: “Facebook non rovina i rapporti, avvicina le persone”. Certo Mark, si sono invertite le parti, è saltata la conquista del reale in funzione dell’occupazione dell’irreale. L’immagine prima di tutto, poi il resto. Facebook era nato ad Harvard proprio inseguendo le fotografie degli studenti, e poi si è trascinato dietro con le identità, i loro sogni, le loro voglie, fino ad assaporare la possibilità di avere a disposizione ogni dato, conoscendone da subito scelte e gusti, tutto più facile nei rapporti. Oggi sembra impossibile, ma un tempo che film piaceva a una ragazza o a un ragazzo, che gruppo musicale o dove erano stati in vacanza, fino a che stai pensando?, non veniva chiesto da un programma.  Certo, oggi è tutto più facile e con una grammatica diversa, la timidezza diventa un lontano ricordo, e anche la verità può essere distribuita secondo canoni arbitrari – almeno fino a quando non si esce dal programma –: si può scegliere se far collimare se stessi con il proprio account, allontanare l’io da sé, o moltiplicarlo: clonandosi. Quello che uno doveva sudarsi dal vivo ora può gestirlo da casa, comodo, e provarci anche su più fronti. Tutti hanno scoperto la possibilità di ingigantire le bugie verso se stessi, di collocarsi in un posto che li aveva segnati o che non conoscono, e giocare, giocare alla vita, avvicinandosi a un desiderio, poi forse anche accompagnato da un sentimento e infine da una realtà tutta da scoprire. Il problema, Mark, è proprio l’equivicinanza che permette a un ragazzino di parlare direttamente a Michelle Obama o a Rihanna o di fare la predica persino al Papa; si accorciano le distanze tra tutti ma si perde anche l’attesa, si guadagna solo in breve. In poco meno di un giorno si possono avere amori diversi e incontri lontani, si può sognare di essere uno scrittore con le parole di un altro, un regista e un cantante, di salvare una vita e di cambiare il mondo: è la cameretta aperta, questa stanza non ha più pareti ma un account. Poi una tribù di account con gli stessi gusti e le stesse scelte, infine un dato. È questo il nodo, Mark, come il sentimento diventi dato, e il dato porti ai soldi. Una serie di persone a specchio che si mettono insieme e diventano una serie di dati da contrapporre, localizzare, seguire. Facebook non rovina i rapporti, è vero, ne velocizza il degrado, moltiplicando le possibilità di uscita dal rapporto. Cadono le frontiere delle relazioni mentre gli stati erigono muri, nella società dell’individualismo il privato smette di esistere, perché se non condividi non ti connetti agli altri e se non ti connetti non esplori la possibilità. Il sistema Facebook è la non scelta, l’illusione dell’eterno e dei tanti fronti, rispetto all’unicità della vita. È l’epopea fasulla del non essere, la ricerca meccanica di una affinità, e la trasformazione della realtà in un eccesso che non coincide mai con chi lo racconta. Mark, di sicuro immaginavi altro, avevi previsto altro e per questo continui a ritoccare, modificare, la tua piattaforma, provando ad ordinare il caos, mentre l’umanità continua ad avvicinarsi, spesso con esiti positivi, con coincidenze esponenziali, e relazioni che bruciano il tempo, ma il problema siamo noi tutti, non Facebook che ci unisce senza porsi il problema del bene e del male. Ma siamo sicuri che assottigliare la distanza, evitare di perdersi e alleviare il giro intorno agli altri, sia un bene?

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Questa stanza non ha più pareti ma un account

  1. rodixidor ha detto:

    L’intervista con Jerry Calà ti è rimasta ancora addosso, giudichi ancora gli strumenti di contatto con le categorie del secolo scorso. Dovresti intervistare un ragazzo nato nel 2000 per capire effettivamente cosa è FB. Paradossalmente si è riscontrato che FB viene usato essenzialmente per comunicare “localmente”, son pochissimi, e sopratutto giornalisti e scrittori ad usarlo per comunicare con l’altra parte del globo, il ragazzino lo usa per contattare il compagno di scuola che vive a due isolati da lui non per contattare Obama. Irreale non è sinonimo di virtuale, I ragazzini vivono sempre le loro timidezze e le loro solitudini indipendentemente dagli strumenti tecnici a loro disposizione, sanno che gli amici di fecebuk son categoria diversa dagli amici di strada e l’estate la vivono sotto le direttive dei loro ormoni adolescenziali come sempre anche se Jerry Calà non se ne accorge.

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