Ettore Sottsass: storia di un uomo curioso

Quando gli telefonavi, che ti conoscesse o meno, dopo i convenevoli, chiedeva: come è il tempo da te? Ettore Sottsass, era così, attento ai dettagli, partiva dal cielo e poi se gli andava arrivava sulla terra. Anche Giovanni Arpino raccomandava ai cronisti sportivi di partire dalle nuvole per raccontare le partite, si vede che era una scuola di pensiero quella che dalla meteorologia poetica arrivava all’osso delle cose, e ne tirava fuori l’anima, come succede in ogni pagina di “Foto dal finestrino” (Adelphi), libretto che raccoglie la rubrica tenuta per Domus dal 2003 al 2006. Scattava e scriveva, apparentemente un gioco, ma come tutte le cose semplici dietro ci deve essere qualcuno che ha conosciuto la complessità ed è scappato, tornando bambino nella lettura della Terra, senza perdere memoria delle cose viste, della loro grandezza. Si è fatto occhio, acuto, fino a saper guardare a fondo, tutto, dai muri ai peluche con ragazza. Occhio, pensiero, ironia e dubbi, ecco Sottsass. Essenzialità fino al limite dell’ermetismo che ne fa un grande scrittore di viaggio (capace di eliminare il superfluo), oltre che architetto e designer: professioni che aiutano a leggere il mondo con la geometria e la fantasia, il resto è stile, e in questo caso lo stile Sottsass produce un breviario d’immagini e parole che fa della leggerezza (di scrittura, pensiero e sguardo) il suo verbo. Non c’è presunzione nello scrittore di viaggio, nel fotografo, nell’architetto e nel designer ma ironia e predisposizione all’ascolto del mondo dalle sue forme primitive: che siano tende di nomadi iraniani o moderne torri e sale d’attesa di un aeroporto asiatico. Va a vedere quello che resta di Le Corbusier in India, e capisce che le idee non sopravvivono al tempo, va nei cimiteri per salutare i morti che non conosce, e non si lascia sfuggire niente, il suo è un occhio attento e serio ma che non perde allegria, che non diventa mai aristocratico o distaccato, lui è coinvolto, è dentro la foto che scatta: che poi è tutt’uno con le poche righe da cartolina che aggiunge. E non ha cani che gli mordono il cuore, ma pensieri che sono manifesti autobiografici: «sono sicuro, sicurissimo che c’è un paradiso di prati infiniti per le erbe solitarie», questo lo scrive di fianco a uno scalino grigio sotto colonna grigia, arricchito da una verde erba inaspettata, in via Broletto a Milano. Ma c’è anche molta poesia in queste che sarebbe ingiusto chiamare didascalie, per un muro ad Hampi, in India, riesce a scrivere: «i muri non sono soltanto quello che sono. Sono anche quello che vorremmo che fossero: supporto di speranze, previsione del presente, cassaforte di memorie o anche previsione di rovina». Non è solo poetico e mai indulgente, riesce ad essere critico con un garbo e una compostezza che era comune alla sua generazione: «Abbastanza raramente mi incontro con l’architettura. Molto spesso mi incontro con l’edilizia, con milioni di metri cubi di stanze tutte uguali, con una porta e una finestra, ammassate in grandi mucchi che arrivano anche a ottanta metri di altezza e certe volte anche a cento e forse a cento e cinquanta metri. Non so bene». Sottsass ci dice che noi, e tutto quello che trasforma la crosta terrestre, siamo fughe, acqua che passa, un soffio nel deserto che è l’universo.

***

Lei ha avuto uno stretto legame con il mondo letterario, penso a Hemingway, alla sua compagna Fernanda Pivano, agli scrittori della beat generation e anche all’Olivetti c’erano diversi scrittori che poi hanno influenzato non poco il mondo culturale italiano. Quanto è importante la letteratura per lei?

«Molto. Grazie a Fernanda sono entrato in contatto con una letteratura diversa: la letteratura americana, quella di rivolta, di distacco, di denuncia. Ho trovato di colpo questo gruppo di persone che ho conosciuto, frequentato ed ho provato una strana sensazione, come una specie di conferma di tutto quello che da ragazzo in maniera molto vaga già potevo immaginare. Il legame più forte l’ho avuto con Allen Ginsberg. Lui ha amplificato il mio carattere anarchico, libertario, mi ha aiutato a tirarlo fuori. Mi ha aiutato a coltivare i dubbi. Ma, tutti gli scrittori della beat generation, avevano un modo di scrivere e di essere soprattutto, diverso, pagavano con la vita quello che pensavano, è stato per me molto confortante, consolante, d’insegnamento. Non sono diventato uno di loro, perché non c’è l’America delle periferie da noi, e non c’è la possibilità di essere così, ma anche per paura, ci vuole coraggio a vivere come vivevano quei ragazzi, bisogna abbandonare qualsiasi supporto borghese, dal vestiario al cibo, agli alloggi».

Thomas Hardy, John Dos Passos e Max Frisch prima che grandissimi scrittori erano architetti.  Quale scrittore ha maggiormente influenzato l’architettura secondo lei?

«Malaparte, disegnando la sua villa a Capri» – . Ride. Poi aggiunge: – «ognuno ha un suo percorso. Molti autori ti segnano, ti influenzano a secondo del periodo e di quello che stai facendo. Molti si sono interessati all’architettura, ma credo che a segnare gli architetti siano di più i filosofi e più di loro i politici».

Poco tempo fa è uscito un libro che raccoglie i suoi  scritti, uno zibaldone, si va dagli articoli agli appunti di viaggio, credo si possa accostare a Loos, per chiarezza di intenti e immediatezza del linguaggio. Quanto la scrittura aiuta il progetto? O quanto questa aiuta nel mestiere di architetto?

«Chiarisce le idee. Aiuta il pensiero in generale. Ci si confronta con il proprio pensiero. È una forma di gentilezza verso di sé, verso gli amici, verso gli altri in generale. Ma certo, aiuta a ragionare meglio, vedere le tue idee sul foglio come per i disegni, aiuta, no?»

Lei oltre a disegnare libri è il papà della Valentine: la sua macchina da scrivere. Qualche scrittore le ha mai detto grazie per quell’oggetto?

«Moravia, mi viene in mente subito. Ma tantissimi in questi anni mi hanno fatto i complimenti per quella macchina. C’è chi mi diceva che non la usava, la guardava. Ne aveva fatto un ornamento. Ma non ci pensavo mica quando l’ho disegnata. L’avevo pensata per farla usare».

Ora che sta leggendo?

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One thought on “Ettore Sottsass: storia di un uomo curioso

  1. […] degli edifici, vabbè. Riporto una frase di Ettore Sottsass letta in una bella intervista di Marco Ciriello per il suo blog: “…Abbastanza raramente mi incontro con l’architettura. Molto spesso mi incontro con […]

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