Vita minima di Arkadiusz Milik

La gravosa avventura della crescita per Arkadiusz Milik è tutta in una piazza grigia dietro l’angolo di casa sua a Tychy: tra furti e palloni sui muri, gente semplice, pioggia nera, sigarette fumate troppo presto e desideri che diventano dolori. Città operaia della Polonia, al confine con Slovacchia e Repubblica Ceca, in un triangolo industriale che sforna le Panda della Fiat e le birre della Tyskie. Costruisci e dimentica, produci e macina. È questo il contesto che avvolge Arkadiusz, che in Olanda, all’Ajax, ridurranno nel più facile e familiare Arek. Tutto quello che era da ragazzino in quella piazza è tutto quello che è ancora oggi in campo: introvabile, vicinissimo e sfuggente. Il motivo delle fughe è la perdita del padre a sei anni, il metodo di esserci non esserci: la sua risposta a quella perdita. Poteva venir su snervato e lamentoso, poteva diventare un teppistello da vicolo – prima dei dieci anni già fumava e rubava – con una troppo facile cattiveria da esibire, invece la sua storia si è impigliata in quella di Sławomir “Moki” Mogilan. Uno da film di Clint Eastwood, che lo vede nella piazza e lo toglie dalla strada, facendogli scoprire i campi di pallone, con l’erba, e il vero calcio. “Moki” è l’allenatore della giovanili del Katowice, dove comincia tutto, che lo forma fino ai sedici anni: «Con lui sono ancora in contatto, è troppo importante per me». Il resto è costruzione, lenta, pezzo dopo pezzo, che si vede ancora oggi. Arek si lascia salvare, e si mette a costruire il suo futuro, sportivo e di vita, con un tale impegno, con una tale calma e dedizione, da sembrare uno di quei bambini saggi di Safran Foer: che sanno sempre cosa dire e soprattutto cosa fare. Consumati gli errori nei primi anni, è capace di fare scelte e rinunce che altri, calciatori e non, più grandi di lui, hanno trasformato in capitomboli. «Ho fatto diversi tentativi all’estero. Due settimane in Inghilterra, prima al Reading e più tardi anche al Tottenham. È stato bello affrontare quelle prove, ma alla fine si sentiva che era ancora troppo presto per me per andare all’estero». Rifiuta anche il Legia Varsavia scegliendo il più comodo Górnik Zabrze che gli permette di non allontanarsi da casa, e in un anno e mezzo crescere e correggere i difetti dell’armatura. «Per un ragazzo di 17 anni è importante non dover affrontare troppi problemi di ambientamento». Va di merletto dove chiunque sarebbe andato di corsa. Tergiversa misurando il vuoto, e lascia il Górnik (dopo 38 partite di campionato e undici gol), costretto, perché il club ha bisogno di soldi, per il Bayer Leverkusen dove gioca solo sei partite prima di essere girato all’Augsburg (18 partite e 2 gol). Un altro si sarebbe lamentato, invece lui dichiara: «Non ho segnato molto, mi interessava giocare, acquisire minuti ed esperienza, era quello che mi serviva». Intanto con l’Under 21 polacca su dieci gare segna dieci gol. L’Ajax lo tiene d’occhio, con sentimenti contraddittori, vacilla, vacilla, alla fine lo prende. Scommette ancora una volta, su un ragazzino polacco, come aveva fatto prima con uno svedese (Zlatan Ibrahimović), vedendoci una linfa che ancora non ha trovato sfogo, provando a coltivarla, fino a farla uscire fuori. Frank de Boer nel suo 4-3-3 lo posiziona sull’esterno con Sigþórsson in mezzo, e Arek ubbidisce, ma dopo qualche partita, l’allenatore dell’Ajax – ora all’Inter – lo piazza in mezzo, non spostandolo più, risultato: 52 partite e 32 gol. Sulla bontà della scelta ci metterà una lapide Wim Kieft – che ricorderete calciatore con Pisa e Torino, ora commentatore tivù – dicendo: «Milik è otto volte meglio di Sigþórsson». Quando partirà per Napoli la cartolina di commiato la scriverà Dennis Bergkamp, assistente tecnico di de Boer: «il sinistro di Milik è unico, i suoi numeri con l’Ajax sono impressionanti. Arek è arrivato qui con un atteggiamento positivo, desideroso di imparare, e credo ci sia riuscito». Gli anni ad Amsterdam sono consacrati al desiderio di essere adulto e insieme un calciatore fondamentale che scrive il proprio nome sulle partite. Anche perché in Polonia è diventato un eroe, segnando, nell’autunno 2014, a vent’anni, il gol della prima, storica, vittoria – in una partita ufficiale – sulla Germania. Ovviamente è un gol di testa, su cross di Piszczek, qualcosa che se non sta dalle parti di Paolo Rossi col Brasile, ci va vicino. Insomma, tutti i polacchi si segnano il nome del ragazzo che gli ha regalato la soddisfazione che non riuscì alla cavalleria polacca anni prima. Il suo gol raggiunge l’essenza desiderata a lungo fuori dai campi, ribalta la storia e il presente, seppure solo per novanta minuti. Anche se in Nazionale la star è Robert Lewandowski, e Milik il suo supporto. Guardandoli giocare insieme ancora una volta emerge l’enorme disponibilità calcistica di Arek, che accetta il ruolo di spalla, persino quando decide le partite. I suoi colpi di testa ricordano proprio un calciatore nato polacco ma cresciuto in Germania, divenuto poi campione del mondo: Miroslav Klose. Sembra avere la stessa discrezione, un attaccante silenzioso che appare quando serve, di testa come in spaccata, magari segnando gol sporchi, ma sempre decisivi. Un attaccante che erode le difese, le consuma, con piccoli gesti, quasi invisibili, sfumando. Ma la semplicità, l’efficacia dei suoi gesti, non significa banalità, anzi, la sua ricerca dei movimenti in area di rigore è raffinata, e gli consente di avere una posizione di privilegio come nel secondo gol alla Dinamo Kiev. Il suo difetto è la sua forza, il sinistro: quello che Bergkamp definisce unico, per disparità, ed è curioso che l’idolo di Arek sia il portoghese Cristiano Ronaldo, un dribblomaniaco, mentre lui si limita a pochissimi dribbling, come pure al ritorno fuori area per improvvisarsi rifinitore. Milik appare come un attaccante calmo, in lieve penombra rispetto al gioco, senza veemenze, uno che ripete «voglio essere concentrato sul mio calcio», uno che non vuole imporsi chiamando di continuo il pallone ma che con naturalezza venga visto dai suoi compagni di squadra. Piano piano, come all’Ajax, si sta guadagnando il centro dell’attacco, con la complicità di gol importanti e pesanti come i due segnati in Champions League l’altra sera. La sua forza di volontà, in questi anni, ha spianato qualsiasi difficoltà – più evitate, in sottrazione, che battute –  a vantaggio di una maturità che comincia molto prima della discesa in campo e gli permette di giocare in leggerezza, immerso in uno stato di indulgenza verso se stesso e il suo passato.

[uscito su IL MATTINO]

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