Liù: schiava, labrador, romanzo

In principio ci fu lo stupore di Giulio Anselmi: “mostrando una faccia con tutte le pieghe di un bulldog uscito scosso da una crueza genovese dopo alcuni incontri al sangue”. Seguito – di rimessa – dalla domanda kantiana di Giovanni Evangelista: «E poi, chi lo porta fuori a fare la pipì, tu?». Il resto è tutto Berselli, Edmondo, uno capace di trasformare l’adozione di un cane in un quasi romanzo, e prima di farci un sondaggio a stretto giro tra maestri. Lui, se proprio doveva scegliere, ci scherzava e poi svisava su, niente danze orgiastiche alla Matisse o Sturm und Drang, piuttosto un personalissimo linguaggio di entrata e uscita, alti e bassi, qualcosa come le montagne russe tra la Treccani e i classici, la filosofia e il calcio, l’economia e la tivù, una roba tutta di fino e senza nemmeno sudare, e – ovviamente – senza farti notare l’artificiosa costruzione che regge il discorso, no, lui, parlava, raccontava, macinava storie in leggerezza, aneddoti perlopiù, il quotidiano di Raymond Carver e Adam Smith mischiati a Frank Kafka se aveva voglia, oppure a Raffaella Carrà dialettica da cucaracha, polpaccio e Martini dry, sprizzate di Wagner e Joyce, e ovviamente tutta colpa di Marzia – sua moglie – se il cane vien preso. Sì, perché, Liù, il cane in questione – è prima una colpa –  non lo sa ma rimarrà per sempre come personaggio letterario, dalle grigie albe guazzalochiane alle pagine di Berselli, soprattutto ora che non c’è più. Nera e femmina fu l’imperativo, e che possedesse un Io, claro, labrador anche se “non distingue la regola dall’abitudine”, e giù giù Wittgenstein, fino a Moretti, Nanni, un giro largo per arrivare alla Turandot, a una giovane schiava cinese che si sacrifica per amore del principe Calaf, ed ecco Liù. Scelto il nome avviata la sua Weltanschauung. Con l’aggiunta che sta tra i piedi con meccaniche senza senso, tradendo il fatto che i labrador ne dovrebbero – sempre – avere uno. Ma la sua era una vocazione superiore: imparare il superfluo, fare il pieno di gloria, ricevendo una eco di amore incondizionato, secondo un viavai di incredibili correnti, dribbling di Sivori e sante ragioni estetico-sentimentali, misteriose tattiche che coinvolgevano sensi e intelletto, istinto e ragione. Liù porta Berselli oltre Max Weber, mostrando una visione che diventa un libro che pare un blog che poteva essere anche l’inizio di una svolta romanziera per il saggista, una discrasia letteraria, dicendo di essere più d’un cane, anzi un cane, consapevole, che sposta, evidentemente, lo sguardo e una calza blu di cashmere. Crudele e salvifica, Liù.

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