Scalfarticle

Da quando Eugenio Scalfari ha lasciato il giornalismo e l’Italia, “Repubblica” non è più la stessa. Il Fondatore ha deciso di andare a vivere a Miami stupendo tutti, e alla telefonata di Giorgio Napolitano che gli chiedeva kantianamente il perché – e sotto sotto voleva capire se c’era posto anche per lui nella nuova casa vista oceano – Scalfari ha risposto eduardianamente: «‘a pucchiacca». E Giorgio ha impiegato del tempo per associare la parola a una immagine, poi ha detto a Carlo De Benedetti – che gli chiedeva se fosse riuscito nella missione di farlo tornare –: «lo sai come sono i giovani d’oggi», ed ha riattaccato. Il problema è che quello che sembrava un peso, lo spazio domenicale di Scalfari, era più d’un telegiornale: nessuno lo leggeva o se lo leggeva non capiva e se capiva si addormentava prima della fine, insomma era un servizio di pubblica utilità, che, venuto a mancare, aveva aperto una voragine. Calabresi dopo l’iniziale entusiasmo per la libertà inaspettata, si era reso conto di quanto era fondamentale l’occupazione di tutto quello spazio. Era volato a Miami ma aveva trovato il vecchio Scalfari abbronzatissimo e molto cambiato, che gli aveva raccontato d’aver elaborato una specifica radicalità del far niente, mentre Pierluigi Diaco lo sventagliava servendogli “Cuba libre”, e Matteo Nucci gli ri-leggeva “Festa mobile”, in attesa che arrivasse Tomas Milian. Il direttore di “Repubblica” aveva provato a far scrivere  Roberto Saviano di domenica, che subito si era lanciato nel racconto dell’avvincente storia delle sfogliatelle camorriste e della triste Carmela, una pasticciera comunista che opponendosi al Sistema veniva ridotta in ricotta e quindi masticata da mezza Napoli, forse anche di più, causando il crollo delle vendite dolciarie, e un casino nelle piazze capace di scavalcare quello dell’emergenza rifiuti. La storia poi si era rivelata non falsa, di più, Carmela era solo scappata di casa con Mohamed per non confessare la sua gravidanza e la conseguente conversione all’Islam, e tutto si era risolto grazie all’intervento di Maria De Filippi. E Calabresi ne aveva approfittato per chiederle di scrivere l’editoriale della domenica successiva ma lei aveva declinato dicendo: «queste cose le fa Maurizio, chiedete a lui». Niente da fare, gli esperimenti fallivano, editoriale dopo editoriale, uno dietro l’altro: De Benedetti “Il mio Scalfari”, Valli “Le mie prigioni”, Augias “Le mie città”, Aspesi “I miei amori”, Serra “I miei figli”, Mauro “I miei giornali”, Zucconi “La mia America”, Arbasino “I miei me”, Rampini “Il mio Oriente”, Gnoli “Le mie interviste”, Baricco “Le mie camicie”, Rumiz “La mia guerra”, Merlo “I miei arancini”, Recalcati “I miei pensieri”, Belpoliti “Le mie polaroid”, Monda “I miei pranzi”, e via così fino a Mura “Il mio calcio” e Clerici “Il mio tennis”, alla fine avevano provato anche con Mario Draghi la cui prosa poteva contenere quelle radici che dalla Banca d’Italia arrivavano a Ventotene con venature di Caffè, nel senso di Federico, e ricordi calviniani fittizi estorti ai pochi testimoni rimasti, ma niente da fare, nessuno era capace di ricreare quell’equilibrio tra i discorsi di Aldo Moro e le minchiate di Slavoj Žižek, di trasformare un «Ciao come ti butta» di Jovanotti in un dialogo con Ratzinger. Intanto “Repubblica” perdeva copie e Calabresi sudava anche il naso, in un pomeriggio di disperazione aveva sorteggiato i numeri di cellulare di Ferrara e Mughini poi aveva chiamato De Bortoli “Il mio Corriere”, ma non aveva funzionato come i tentativi di Citati “Il mio mio mio Tolstoj”, Magris “Il mio condominio”, Sartori “La mia democrazia”. Intanto Scalfari a Miami era diventato Bukowski, le sue feste erano state descritte dall’Esquire come «l’appagamento del fabbisogno di svago necessario a saziare tre vite di un occidentale», Diaco aveva imparato a dire: «corner» e lo ripeteva tipo una canzone dei Righeira, e Nucci si era fidanzato con Luis Miguel (sì, quello di “Ragazzi di oggi”) che gli aveva mentito sulla storia delle corride, in realtà l’unica arena vista era quella dell’Ariston di Sanremo. Quando tutto sembrava perduto, un giornalista, Alfredo Lametti, che veniva ricordato solo per essere stato l’ultimo assunto dall’Espresso nel lontano 1999, aveva confidato di aver messo a punto un programma capace di rimontare gli articoli di Scalfari e di avere in archivio milioni di soluzioni su temi anche caldi. Quando Calabresi si fece mostrare la cosa, di colpo smise di sudare, il naso no, e apparve come un uomo felice di un racconto di Gogol, quindi tornò il ragazzo al quale Bill Clinton tolse di mano il taccuino per scrivergli le percentuali di voto in Arizona e Maine. L’intero giornale fu percorso da un brivido, l’annuncio venne dato sul sito: dove furono postati nel giro di tre ore 27 Scalfarticle (era il nome scelto da Lametti, amava queste fusioni di stampo tedesco e gusto anglosassone). La prima domenica con il ritorno del vecchio editoriale di Scalfari, le copie toccarono il milione.

disegno di Tullio Pericoli

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5 thoughts on “Scalfarticle

  1. paolodecri ha detto:

    spettacolo.

  2. Carlo Porcaro ha detto:

    Troppa ironia e cultura in un solo pezzo: si può solo dire “complimenti”

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