Icardi: tra romanzo e realtà

Gioca, litiga, scrive, istiga, divide e poi sbaglia un rigore. Mauro Icardi dopo aver vissuto pericolosamente l’estate e prima una avventurosa storia d’amore che lo ha portato a strappare Wanda Nara a Maxi Lopez, aver mischiato la sua camera da letto al campo, trovato pace, firmato un contratto, guidato una Inter sbandata alla vittoria sulla Juventus, invece di giocare e continuare a zittire i suoi detrattori, si mette a scrivere una (inutile) autobiografia e si racconta come un gangster: facendo incazzare la curva Nord interista che smentisce il suo racconto. Va bene che da grandi bisogna buttarsi via, ma Icardi esagera nel credersi Arthur Rimbaud. La sregolatezza in tutti i sensi è roba da poeti, non da attaccanti. Va bene che bisogna vivere per raccontarla ma se non sei Jack London conviene farlo dopo i settanta non a vent’anni, e questo l’ha capito persino Ausilio, il ds dell’Inter, che non corre a leggere i libri quando escono. La settimana più difficile della vita di calciatore di Mauro Icardi – che richiederà una aggiunta in ristampa alla sua biografia “Sempre avanti. La mia storia segreta” – comincia con la circolare settemiladuecentoquattordici di Diego Maradona, subito recepita dalla nazionale argentina, e battezza con le polemiche l’uscita del libro dell’attaccante e capitano interista. La circolare e/o bolla papale di Diego I: scomunica Mauro Icardi a vita come nemico delle regole dello spogliatoio, e soprattutto traditore degli amici, secondo la religione gaucho-maradoniana, con effetti immediati e mancate convocazioni in nazionale con assenso-sponda del cardinale Lionel Messi. Icardi risponde che il papa Maradona non è un esempio per nessuno, e presenta il suo libro. Dove racconta i fatti di Sassuolo-Inter 3-1 del 2015, con i tifosi che rifiutano il pegno d’amore e/o reliquie della battaglia perduta: le magliette, lasciate alla curva, dal capitano Icardi e da Guarin. Qua arriva il passo che fa infuriare tutti, persino Javier Zanetti, ex capitano dell’Inter e ora vicepresidente di quella che per brevità, il fu presidentissimo Moratti – che forse torna – chiama «il Caos». Icardi dice che la sua maglia e i suoi pantaloncini ceduti a un bimbo gli vengono tirati dietro da un ultrà, che l’attaccante argentino insulta come il Capone di Bob De Niro fa con l’agente del tesoro Eliot Ness interpretato da Kevin Costner. Tornato negli spogliatoi: acclamato dai compagni e redarguito dai dirigenti, risponde che viene da un quartiere povero, che non ha paura di nessuno e che se vuole va in Argentina recluta malviventi e fa uccidere gli ultrà che lo minacciano. Parte il comunicato della curva (ferita nell’onore come e più di Mimì metallurgico) che lo ritiene indegno di maglia, fascia e faccia; seguono scuse-chiarimento; segue striscione con offesa fantozziana; seguono dichiarazioni varie; segue l’uscita di una notizia di anni prima: una offerta di alcuni mafiosi a Maxi Lopez ai tempi del Catania per spezzare le gambe ad Icardi (vedi circolare e/o bolla di Maradona) per avergli sottratto una moglie che già non era più sua; seguono solidarietà di altri tifosi di settori avversi alla Nord; segue aggressione con striscione sotto casa di Icardi; segue provvedimento della società; segue cazziatone; segue libertà per Icardi con hashtag (#) e prossimi murales, con attacco alla morale fatta dalla curva; segue riunione dirigenti-calciatore con discussione fascia sì, fascia no; segue lavata di testa privata; segue uscita pubblica di Icardi: «starò più attento»; segue cancellazione del capitolo dell’autobiografia; segue contentezza effimera della curva; segue dibattito. Inter società debole, Icardi giocatore forte che però confonde la narrazione di sé con le penetrazioni in area di rigore. Intorno tifosi che per fortuna non sono stati accontentati – la fascia di capitano resterà al braccio di Icardi – ma che rivendicano rispetto e restituzione d’affetto, in pratica si è creato un urst (unresolved sexual tension), quello che a cinema è un amore impossibile, tipo: “Leon” e la ragazzina, nel film di Luc Besson. Icardi è il miglior giocatore dell’Inter, e si è visto contro la Juventus, ha trascinato, segnato e fatto segnare, purtroppo ha dei grossi problemi di personalità e probabilmente quando ha raccontato quella scena nel libro pensava che l’Inter appartenesse al suo passato (in molti ipotizzano un passaggio Arsenal o al Napoli, ma è fantascienza) e un episodio del genere sarebbe tornato utilissimo nel gioco degli addii. È scomposto quando non gioca a calcio almeno quanto è composto giocando; ha una immaturità che lo porta a raccontarsi e farsi raccontare come John Holmes o Bob De Niro, in realtà è solo un ragazzino che ha un gran talento, che ha avuto il coraggio di legarsi alla donna che amava e ama anche se era la moglie (infelice) del suo migliore amico, una storia da romanzo di Jorge Amado. Michael Jordan ha insegnato che bisogna sbagliare a lungo per crescere, con i suoi novemila canestri mancati e le trecento partite perse, e c’ha messo del tempo per raccontarlo. Icardi dovrebbe scegliersi uno così e imparare, inseguire l’esecuzione felice, evitando di saltare da un genere romanzesco all’altro quando è fuori dal campo.

[uscito su IL MATTINO]

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